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La Voce del Vangelo


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La VOCE giugno 2017

Quando ricevi una brutta notizia è come se ti dessero una botta in testa o un pugno nello stomaco.
“Signora, mi dispiace, ma suo marito ha il cancro.”
“Purtroppo, vostro figlio ha la sindrome di Hunter.”
“Non c’è dubbio: si tratta di sclerosi multipla.”
“L’aereo è precipitato e non ci sono superstiti.”

E tu sai che quella che ha la sclerosi multipla è tua figlia, o che sull’aereo precipitato c’era un tuo caro amico, o che l’uomo col cancro è il marito con cui hai passato trent’anni della tua vita. E mentre il tuo bambino con la sindrome di Hunter ti sembra perfettamente normale, sai perfettamente che non lo è e che sarà un problema finché vive o finché vivrai tu.

Hai l’impressione di essere in un brutto sogno. E ti rifiuti di credere che quello che ti dicono sia vero.
Ma è vero.
E allora comincia la corsa.
Dottori. Esperti. Psicologi. Cure alternative. Speranze. Disperazioni. Alti e bassi.

E poi, se crediamo in Dio, oltre che ai medici e agli specialisti, ci rivolgiamo a Lui. Ma, spesso, nella maniera sbagliata. Preghiamo, chiediamo la guarigione, o un miracolo, promettiamo, facciamo voti, cominciamo a contrattare con Dio: “Se mi dai questo, io ti dò (o ti darò) quest’altro.” E, sotto sotto, gli chiediamo, anche con una certa rabbia: “Ma perché? Perché proprio a me, a noi, a loro?”

E, mentre ci passano per la mente questi pensieri, ci sentiamo un po’ colpevoli, perché quasi non riusciamo neppure a pregare. Almeno a pregare con fede e con vera sottomissione.

Il rischio di proporre baratti o fare capricci con Dio è in agguato

Tutto questo ti suona familiare? Ci sei passato? Ci stai passando adesso? Purtroppo, se non ci siete passati, ci passerete. Perché le difficoltà, i dolori, le disgrazie fanno parte della vita e della realtà umana.

L’Apostolo Giovanni ha detto che “il mondo (cioè il sistema e la realtà in cui viviamo) giace nel potere del maligno” (1 Giovanni 5:9). Tutto quello che vediamo, tocchiamo, sperimentiamo è tarato dal male inguaribile del peccato. È cattivo, contaminato, fa male e porta del male. Un male che ci coinvolge e a cui non possiamo facilmente sfuggire.

Ma Dio lo sa e ci aspetta a braccia aperte per darci il conforto e l’aiuto di cui abbiamo bisogno. Però non corre, come un infermiere premuroso, con un tranquillante o una dose di morfina. Egli ha in mano la situazione e sa che essa nasconde delle lezioni importanti per la nostra vita. Delle lezioni a cui, una volta imparate, non vorremmo mai rinunciare.

Perciò aspetta che noi andiamo da Lui.

Egli sa che un allievo impara meglio se sa di avere bisogno del maestro e se ha voglia di capire. Come è successo anche all’Apostolo Paolo, che, dopo avere pregato tre volte per essere liberato da un male penoso, si è sentito rispondere: “La mia grazia ti basta” (2 Corinzi 12:9). E ha capito la lezione che un Dio amorevole e sapiente gli voleva dare.

Infatti, solo se ci andiamo a rifugiare fra le sue braccia, Dio ha la possibilità di rivelarsi col suo conforto e di soccorrerci veramente. Ma cosa fare quando tutto sembra crollare?

Primo, comincia con l’assicurarti di essere in una relazione con Dio per cui Egli ti può veramente ascoltare.

Sono molti quelli che, nel momento della crisi, si ricordano di Dio. Corrono in chiesa (cattolica o evangelica, secondo le preferenze), pregano, chiedono a altri di pregare, decidono di comportarsi bene da quel momento in poi, quasi per meritarsi un trattamento speciale. Queste persone capiscono poco o niente di una vera relazione con Dio. Infatti, lo considerano un po’ come un dottore, un agente delle assicurazioni, un mago. Le hanno provate tutte, e ora si rivolgono anche a Lui.

Il Signore Gesù, quando era sulla terra, ha detto molto chiaramente che una giusta relazione con Dio, per l’individuo, comincia solo con la “nuova nascita”, cioè col riconoscere di essere un peccatore senza speranza di salvezza, col capire di avere bisogno di un Salvatore e col credere personalmente in Lui con tutto il cuore, riconoscendolo come Signore della propria vita.

Allora, si entra a fare parte della sua famiglia e si comincia a avere con Dio una relazione di figli. Allora ci si può avvicinare a Dio con la certezza di essere accolti.

Sei tu in questa posizione? Hai creduto personalmente in Cristo come salvatore? Allora puoi e devi correre da Dio. E devi farlo immediatamente. Questo è il secondo passo.

La prima reazione, quando si ha una cattiva notizia, è di correre a dirlo a qualcuno. Quando il dottore al telefono mi ha detto che mio marito aveva il cancro, ero da sola in casa. Ed è stato un bene, perché ho avuto il tempo di assorbire il colpo e di parlarne subito col Signore. Se no, forse mi sarei agitata istericamente o avrei cercato di fare l’eroina con chi mi vedeva. Da sola, ho potuto farmi un bel pianto, dire al Signore che non mi sarei mai aspettata una cosa simile e essere me stessa. Fragile e onesta. Ma anche fiduciosa.

Non per niente, Egli dice di avvicinarci “al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 4:16). E il soccorso c’è stato.

Ma non basta andare da Dio. Il terzo punto è che bisogna andarci con fiducia.

Questo non vuol dire andarci con la fiducia che ci darà quello che gli chiediamo, ma che ci darà quello che è buono e utile per noi.

Ripensando alla mia esperienza, so di avere detto in preghiera al Signore che mi pareva che sarebbe stato un bene che mio marito rimanesse ancora in vita, dato che il suo ministero mi sembrava utile e importante per aiutare molti. Ma, con l’aiuto di Dio, non ho fatto la lagna e non ho pestato i piedi come invece ha fatto il re Ezechia, nel racconto dell’Antico Testamento, quando gli hanno detto che la sua malattia lo avrebbe portato alla morte.

Non è mai una buona idea fare i capricci con Dio. Ezechia lo ha fatto e la vita gli è stata allungata di quindici anni. Ma proprio durante quei quindici anni, ha generato Manasse, che è stato il peggiore re che Giuda abbia mai avuto.

La Bibbia dice: “Confida nel Signore con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri” (Proverbi 3:5,6). È importante stare attaccati a queste parole.

Quarto punto, rimani calmo, senza agitarti. A volte si corre da uno all’altro a cercare conforto, a farsi consigliare il gruppo di sostegno a cui unirsi. Oppure ci si butta nell’attività. Si dice che lo si fa per dimenticare. Mentre in realtà non si dimentica proprio un bel niente.

Invece, si dovrebbe andare avanti con la calma ricordando che Dio dice: “Fermatevi, e riconoscete che io sono Dio” (Salmo 46:10). Egli tiene le cose in mano e non si lascia prendere in contropiede.

E si imparerà a vivere un po’ su due livelli. Uno, quello delle circostanze e delle cose da fare (visite dal dottore, documenti, ricoveri, tristezze, ecc.) e l’altro quello della pace fiduciosa e dell’attesa di quello che Dio farà. Un’esperienza fantastica. Davvero!

Poi, come quinto punto, aspettati di essere confortato da Dio e dal suo Spirito.

Egli non ti manderà necessariamente degli angeli, con le ali e in camicia da notte, ma userà tanti mezzi a sua disposizione per farlo. Ti darà degli amici che pregheranno per te, che ti inviteranno a cena, che ti accompagneranno dove hai bisogno di andare, che ti faranno una telefonata per dirti che stanno pregando e che ti faranno compagnia se dovrai passare molte ore all’ospedale.

A volte ti sembrerà che le notti non passino mai. Ma verrà sempre un nuovo giorno, con nuovi conforti e nuove promesse. E, proprio durante la notte, sentirai la voce dolce e tranquilla del Signore e lo Spirito prenderà le tue preghiere e le presenterà al Padre: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili” (Romani 8:26). Non chiedermi di spiegarti come questo succede. Ti dico solo che succede!

Infine, sottomettiti alla volontà buona e sapiente di Dio. Dio ti risponderà dandoti quello che è per il tuo vero bene attuale e eterno. E quando la sottomissione è reale, il tipo di risposta diventa meno importante. Non perché la risposta sarà sempre quella che ci piace, ma perché sapremo che è la risposta di un Padre che ci ama.    

Maria Teresa Standridge
Ristampa, La Voce del Vangelo, novembre 1997

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