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La Voce del Vangelo

La VOCE marzo 2026

Oggi definirsi “cristiani” non significa più molto. Per alcuni è soltanto un’etichetta culturale, giusto un modo per distinguere l’essere umano dall’animale. Eppure, paradossalmente, talvolta gli animali sono più protetti delle persone e, non di rado, sembrano persino essere più amati.

Per noi, però, la parola cristiano dovrebbe avere un peso ben diverso.

La Scrittura ci ricorda che fu ad Antiochia che i discepoli furono chiamati cristiani (Atti 11:26). È significativo il fatto che non si scelsero quel nome da soli. Con ogni probabilità, nacque come un soprannome, forse addirittura con una sfumatura dispregiativa, per indicare i discepoli di Cristo.

Ma oggi siamo quasi più inclini a chiamarci cristiani che a definirci discepoli. E forse non è un caso. Il termine discepolo ci espone e ci responsabilizza. Essere discepolo significa essere un vero seguace di Cristo. Implica che lo conosciamo, lo amiamo e che seguiamo le sue orme.

E Gesù in persona ha chiarito cosa significhi amarlo: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Amare Cristo non è un sentimento vago né far parte di un gruppo. Parla di una vita che gli obbedisce.

Gesù aveva una missione chiara quando è venuto sulla terra: cercare e salvare ciò che era perduto. E non nascose ai suoi discepoli quale sarebbe stato il loro compito quando disse che li avrebbe fatti diventare pescatori di uomini.

Ricordo quando ero piccolo e il nonno mi portava a pescare.

Pescare con lui significava alzarsi presto, quando l’aria pungeva ancora e il lago era avvolto dal silenzio. Si saliva in barca, si preparava la canna, si metteva con cura l’esca sull’amo e poi… si aspettava. Ore di attesa. Pazienza. Sguardo fisso sull’acqua.

Quando finalmente sentivamo tirare, bisognava reagire con attenzione, recuperare il filo con decisione ma senza strappi. 

A volte il pesce si liberava, e perdevamo tutto, esca e preda. Per me era una delusione cocente. Passare ore al freddo, alzarsi prima dell’alba, e poi tornare a casa a mani vuote… faceva male. A volte non riuscivo a trattenere le lacrime.

Non prendere nulla mi faceva sentire un perdente. I veri pescatori tornavano a casa con il pesce.

Mio nonno aveva mille raccomandazioni: come infilare l’esca, come tenere la canna, come parlare sottovoce per non spaventare i pesci. Da parte sua ci metteva l’esperienza, la scelta del posto giusto, attenzione agli orari migliori. Faceva tutto ciò che era in suo potere.

Ma il pescato restava lo scopo che dava senso a quelle giornate. Era il motivo per cui ci alzavamo presto, affrontavamo il freddo e restavamo in silenzio ad aspettare.

La chiesa è composta da discepoli, chiamati a pescare uomini.

È il nostro scopo. Eppure, esiste il pericolo di averlo dimenticato.

Preghiamo, cantiamo, leggiamo la Bibbia, desideriamo crescere nella santificazione, impariamo ad amarci gli uni gli altri. Tutto questo è fondamentale. Ma il “pescare” rischia di passare in secondo piano. Forse perché lo consideriamo difficile. Forse perché scoraggia o perché ci espone.

Eppure, la responsabilità di parlare del Signore, di evangelizzare, di prenderci cura delle anime non è un’iniziativa facoltativa della chiesa, è il chiaro mandato di Gesù prima del suo ritorno al cielo.

“Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:18-20).

L’istruzione è chiara. Mentre andate, mentre vivete la vostra vita sulla terra, avete il compito di parlare di Gesù. Come suoi discepoli, che lo imitano e lo amano, siete chiamati ad andare e cercare i perduti.

E non lo fate da soli. Lo fate come parte della chiesa, composta da uomini e donne convinti che Cristo ha ogni potere di salvare e che la sua presenza accompagna ogni passo fatto per annunciare la buona notizia.

Se sei come me, esiste il rischio che “pescare” non ci sembri poi così entusiasmante. Ci abbiamo provato. Ci abbiamo creduto. E siamo tornati a casa senza pesci. A volte con delusione. A volte quasi con le lacrime. Così, lentamente, abbiamo smesso.

Ci siamo detti che è difficile. Che forse non ne siamo capaci. Che probabilmente è un compito riservato a chi ha il “dono dell’evangelizzazione”, un dono che sembra noi non abbiamo. E, quasi senza accorgercene, abbiamo messo via la canna da pesca.

Ma il problema più grande non è aver smesso di parlare. È aver smesso di vedere.

Abbiamo smesso di guardare le persone come le guardava Gesù. Non le vediamo più come anime smarrite da cercare e amare, ma come volti qualunque che passano accanto a noi senza toccarci il cuore.

E quando cambia lo sguardo, cambia anche la missione.

“Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai. Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse»” (Matteo 9:36-38).

“Pregate” è un imperativo.

A volte chiediamo a Dio di avere compassione delle pecore che non hanno pastore. Ma il testo dice altro: Dio ci comanda di pregare perché mandi operai nella sua messe. La messe appartiene al Signore della messe. È sua: lui è il proprietario, lui salva, lui manda. 

Quando è stata l’ultima volta che abbiamo pregato, come discepoli e come chiesa, perché Dio mandi operai? 

È una preghiera pericolosa. Eh sì, perché potremmo scoprire che quegli operai siamo noi!

Gesù ci ordina di pregare per qualcosa che Dio già voleva dall’inizio, per qualcosa di talmente importante che ha spinto il Figlio di Dio a lasciare il cielo, a farsi uomo, a umiliarsi fino alla morte, per offrire la salvezza a chiunque crede in lui.

Un amore incredibile! Immeritato. 
Un amore che qualcuno ci ha annunciato e a cui, per grazia, abbiamo creduto. 
Questo amore non può lasciarci indifferenti. Ci dona la certezza della vita eterna, ma non si limita a consolarci: trasforma la nostra vita. 

L’apostolo Paolo lo afferma con forza: “l’amore di Cristo ci costringe” (2 Corinzi 5). Averlo conosciuto non può lasciarci neutrali. Ci spinge a non vivere più per noi stessi. 

La nostra vita appartiene a Gesù. Lui è il Signore e noi siamo suoi servi.
Essere cristiani significa proprio questo. E negarlo con la vita smentisce ciò che affermiamo con le parole.

Ma Paolo va oltre. Ci ricorda che ognuno di noi ha un compito chiaro. Tutti noi.

Siamo stati costituiti strumenti di riconciliazione. Cristo è morto ed è risuscitato e offre la salvezza a chi crede in lui. Noi siamo ambasciatori per conto di Dio.

E un ambasciatore non tace. Parla. Annuncia. E, come scrive Paolo, supplica le persone: “Siate riconciliati con Dio”.

Paolo si definiva un debitore perché sentiva di dover parlare di Gesù.

Nessuno più di lui conosceva il prezzo dell’essere pescatore di uomini. Fu lapidato e dato per morto, imprigionato e perseguitato. Eppure, ogni volta, si rialzava, senza forze, ferito, dolorante, perché per lui vivere era Cristo e morire era guadagno.

Gesù fu abbandonato da tutti.
Paolo fu abbandonato da molti.
Quasi tutti gli apostoli furono uccisi perché avevano preso sul serio il comando di andare e fare discepoli.

Noi, invece, tendiamo a fermarci nel cerchio delle persone che conosciamo: parenti, amici, volti familiari. Ma Gesù attraversava villaggi nuovi. Paolo entrava in città sconosciute. Non aspettavano che le persone venissero da loro. Andavano in prima persona alla ricerca di chi aveva bisogno di ascoltare il vangelo. 

Dobbiamo chiederci con onestà: abbiamo preso sul serio il nostro compito di parlare del vangelo, sia a chi conosciamo sia agli sconosciuti?

Come potranno udire se nessuno annuncia il messaggio della salvezza?

Dio ci ha mandati.

E la chiesa non è un rifugio dove nascondersi, ma un luogo dove essere edificati, incoraggiati e poi mandati di nuovo. È il porto dove si riparano le reti, non il posto dove le barche restano ormeggiate per sempre.

Siamo pescatori. E il mare è davanti a noi.

Ogni anno, nella nostra redazione, prepariamo il numero speciale de La Voce del Vangelo.

Le sue pagine sono state pensate proprio con questo scopo: aiutarci a raggiungere nuovi villaggi, nuove persone che vivono come pecore senza pastore.

È possibile ordinare 1000 o più copie. Distribuirne 1000, per un gruppo di credenti motivati, richiede solo pochi minuti. Non possono essere il costo o il tempo le ragioni per cui rinunciamo a utilizzare anche questo strumento per raggiungere i perduti.

Se nessuno avesse parlato a noi, oggi saremmo ancora pecore senza pastore, dirette verso un’eternità senza speranza.

L’apostolo Paolo chiese ai Colossesi di pregare affinché Dio gli aprisse una porta per annunciare la buona notizia. Anche questo giornale può essere una porta aperta. Un mezzo semplice, ma efficace, nelle mani di Dio.

Fermati a pregare che il Signore mandi operai nella sua messe.

Prega che Dio crei opportunità concrete davanti a te.

Chiediti se potrebbe essere proprio questo giornale una delle opportunità che Dio ti sta offrendo per essere un discepolo fedele.

Un giorno vorremmo tutti sentire dal Signore quelle parole: “Benfatto, servo buono e fedele.”

Forse la fedeltà inizia anche da 1000 copie distribuite con amore.

—Davide Standridge

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