La VOCE aprile 2026
Quello che stai per leggere rivela qualcosa di agghiacciante e di incredibile, eppure è un fatto realmente accaduto.
Erano circa le 3:20 del mattino di una fredda notte di marzo del 1964 quando Kitty Genovese tornava dal suo turno di lavoro in un bar di New York. Parcheggiata l’auto, iniziò a camminare verso il palazzo del suo appartamento, come faceva ogni sera da quasi un anno.
Quella notte, però, Kitty aveva notato un uomo che la seguiva. Nervosa, si affrettò verso una strada adiacente nella speranza di sfuggirgli. Ma fu invano. L’uomo la raggiunse, la afferrò e la colpì con un coltello.
Lei urlava dal dolore e dalla paura: «Mi ha accoltellato! Mi ha accoltellato!»
Da una finestra del settimo piano un uomo osservava tutta la scena da un po’. Ma a un certo punto gridò al malintenzionato: «Fermo! Lascia stare quella ragazza!»
L’aggressore si allontanò lentamente, ma appena tutte le luci degli appartamenti si spensero, tornò indietro e la colpì di nuovo con violenza.
Questa volta le sue urla attirarono l’attenzione di più persone che la sentivano gridare: «Sto morendo! Sto morendo!»
Altre finestre si illuminavano e così l’aggressore, sentendosi scoperto stavolta scappò via in auto.
Ma non era finita!
L’uomo ritornò indietro ancora una volta. Trovò Kitty che in preda al panico stava cercando disperatamente di rifugiarsi nel suo appartamento, ma lui la raggiunse e l’accoltellò di nuovo per la terza e ultima volta.
Alle 3:50 del mattino finalmente qualcuno avvisò la polizia, e in meno di due minuti gli agenti erano sul posto. Solo due persone, un uomo e un’anziana signora, si fecero avanti per testimoniare.
Il New York Times riferì che quasi quaranta persone quella notte avevano sentito le urla o visto la scena senza chiamare la polizia.
«Una semplice telefonata e sarebbe ancora viva», disse amareggiato un ispettore della squadra mobile.
Quando la storia divenne di dominio pubblico, molti vicini furono intervistati e alla domanda sul perché non avessero chiamato la polizia, furono tante le giustificazioni. Alcune delle più memorabili erano:
«Avevamo paura, non volevamo essere coinvolti...»
«Non volevo che mio marito si intromettesse...»
«Ero stanco, così sono tornato a letto.»
«Pensavo che qualcun altro lo avrebbe senz’altro fatto...»
Alle 4:25 del mattino arrivò l’ambulanza e portò via il corpo. Solo allora le persone uscirono dalle loro case.
Sebbene sia facile puntare il dito contro quei vicini e dire che erano egoisti e pigri, o che addirittura si resero complici dell’omicidio, dobbiamo ammettere una triste realtà: un atteggiamento simile può esistere anche nelle nostre chiese, purtroppo.
Infatti, la sindrome Genovese (nota anche come effetto spettatore) è purtroppo viva e vegeta in tante congregazioni.
Le persone entrano ed escono dalle nostre sale. Vengono, si siedono tra noi durante gli incontri, magari per qualche mese, e poi se ne vanno senza che nessuno abbia davvero parlato con loro o li abbia invitati ad aprirsi e raccontare la loro storia.
A volte succede anche con persone che frequentano la chiesa da anni. Si vede chiaramente che stanno prendendo le distanze: ci sono segnali, piccole spie rosse che si accendono davanti ai nostri occhi. Eppure, spesso rimaniamo in silenzio. Dentro di noi ci giustifichiamo con scuse che, in fondo, non sono poi così diverse da quelle dei vicini della signorina Genovese.
Forse questo accade perché non comprendiamo pienamente il nostro ruolo nella Chiesa.
Oppure perché, in molte comunità, la chiesa è diventata un luogo dove chi frequenta è incoraggiato a essere spettatore piuttosto che attore. Abituati male, finiamo per perdere ogni senso di responsabilità, e anche la voglia di prenderci cura di coloro che stanno rischiando di allontanarsi dal Signore.
Ma l’Apostolo Giacomo, nella sua lettera, vuole spingere le chiese a essere diverse.
Dice: «Fratelli miei, se qualcuno tra voi si allontana dalla verità e uno lo riconduce indietro, sappia che chi riconduce un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima sua dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Giacomo 5:19-20).
Sebbene l’evangelizzazione sia una mia passione e cerchi sempre di parlarne nei miei articoli, a mio avviso questo passo non sta parlando di convertire dei non credenti.
Infatti, Giacomo dice: «Fratelli miei». Si rivolge a quelli che credono, e dice che questo potrebbe capitare a uno di loro, un loro fratello. Giacomo riconosce e avverte che anche chi frequenta la chiesa può rischiare di allontanarsi dalla verità.
È vero che purtroppo ci sono anche persone che professano di essere cristiane senza esserlo realmente, ma dopo aver dedicato ben cinque capitoli a spiegare quanto sia essenziale vivere una fede autentica, che piaccia a Cristo, alla fine della sua lettera l’Apostolo Giacomo incita i veri credenti a prestare attenzione al fratello che si allontana, e a non lasciarlo andare via senza cercare di riportarlo indietro. Di aggrapparci alle sue caviglie e implorarlo di restare, ma non per scaldare la sedia, piuttosto perché continui a esporsi alla verità.
Forse pensiamo che prendersi cura della vita spirituale degli altri sia un compito riservato agli anziani, ai missionari o ai diaconi, e che non spetti a noi. Forse nella nostra chiesa non esiste una vera cultura di aiuto spirituale reciproco.
Ma la Bibbia è chiara: se sei un cristiano, sei chiamato a soccorrere altri cristiani.
In Galati 6:1-2, l’Apostolo Paolo descrive chiaramente il nostro compito di soccorritori. Forse nel prossimo articolo torneremo su questo passo per studiare più attentamente l’atteggiamento che deve avere chi soccorre. Per ora, però, ci tengo a precisare che Paolo non ha in mente un super-cristiano che faccia questo.
Lui scrive: «Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi che siete spirituali rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato».
Chi deve soccorrere colui che viene sorpreso in colpa? “Voi che siete spirituali”. In altre parole, coloro che possiedono lo Spirito Santo.
Se credi che non sia compito tuo soccorrere i credenti in pericolo, allora stai implicitamente affermando che non hai lo Spirito Santo. Ma questo significherebbe che sei tu ad essere in pericolo! Sei tu che avresti bisogno di essere soccorso, o peggio ancora, evangelizzato, perché non saresti nemmeno convertito a Gesù.
Invece di sottrarci ai compiti che Dio ci affida, dobbiamo riconoscere che l’impegno di aiutarci gli uni gli altri è qualcosa che Dio dà a tutti coloro ai quali dona il suo Spirito, e non soltanto a pochi credenti “speciali”.
Detto questo, permettimi di farti tre domande molto dirette, per aiutarti a vedere che sei proprio tu la persona chiamata ad aiutare questo fratello o questa sorella in difficoltà.
Hai bisogno di essere salvato?
C’è una strofa di un inno cantato spesso nelle chiese Inglesi che, tradotta, dice così:
Grande è il mio debito ogni giorno verso la tua grazia.
La tua bontà, come una catena, tenga stretto a te il mio cuore errante.
Tendo a vagare, Signore, lo sento, tendo a lasciare il Dio che amo;
prendi il mio cuore, te ne prego, e sigillalo per le tue dimore lassù.
È essenziale comprendere e credere questa verità, non solo perché ci mantiene umili davanti al Signore, ma anche perché lui possa usarci nella vita di altri credenti.
È anche un ulteriore motivo per cui l’appartenenza a una chiesa e frequentarla sono aspetti vitali per la nostra salute e il nostro benessere spirituale. Far parte di una chiesa locale, con anziani che sono fedeli alle Scritture nel guidare il gregge, offre protezione alle nostre famiglie, perché ognuno di noi può allontanarsi dalla verità.
Guardiamo in faccia la realtà: non solo tu hai bisogno dell’aiuto degli altri nella tua vita, ma anche le persone intorno a te hanno bisogno del tuo.
Eppure, tante volte restiamo per conto nostro. Come i codardi quella notte a New York nel 1964, anche noi possiamo venire meno nei confronti di nostri fratelli e sorelle in Cristo, tenendo la bocca chiusa o restando distaccati dal corpo di Cristo.
Non sto dicendo che è colpa nostra se uno pecca, se cambia dottrina o perfino si allontana dalla chiesa. Tuttavia, in un certo senso, parte del nostro compito come credenti è essere presenti e offrire aiuto ai nostri fratelli e sorelle che cadono.
Conta molto il modo in cui ci avviciniamo a loro – come ho già detto, penso che dovremo parlarne più approfonditamente. Pochi di noi, però, corrono davvero il rischio di dire loro cose troppo dure, perché per parlare duramente dobbiamo prima aprire la bocca.
Gesù dice di trattare gli altri come noi stessi. Ma domandiamoci: ti senti davvero così saldo nella fede da escludere la possibilità di voltare le spalle a Cristo e smarrirti di nuovo nel mondo?
Se sei umile e sei veramente redento, sai molto bene che il pericolo è reale. E comprendi anche l’importanza di circondarti di amici che abbiano il coraggio di venire da te, riprenderti e spronarti a continuare a seguire Cristo. E se è così, allora significa che anche tu sei chiamato ad essere questo tipo di amico per gli altri nella tua comunità.
Conosci qualcuno che ha smesso di frequentare la chiesa? Conosci qualcuno che ha abbracciato una dottrina o un’opinione pericolosa? Perché non gli parli? Invitalo a prendere un caffè e fai la cosa più amorevole che esista: cercare di salvarlo da un mondo di peccato.
Come scusi la disobbedienza?
Non ho tempo…
È compito dei pastori…
Non mi voglio immischiare…
Non li conosco così bene…
Ho paura!
Certe scuse suonano tutte molto simili a quelle degli uomini e delle donne presenti quella sera a New York.
La lettera di Giacomo termina, però, con una nota positiva. Prima ci esorta a confessare i nostri peccati gli uni agli altri e a pregare gli uni per gli altri. Poi, conseguenza logica e naturale, ci esorta a essere responsabili nel nostro ruolo quando uno di noi si allontana dalla verità. Giacomo afferma che chi riporta indietro un credente traviato salva la sua anima dalla morte e copre una moltitudine di peccati.
Anche se è impossibile sapere con certezza se la persona che si è allontanata sia veramente credente oppure no, Giacomo afferma che riportarla indietro significa salvare la sua anima dalla morte.
In un brano simile, in Matteo 18:15-18, Gesù, fratello di Giacomo, parla del processo di disciplina della chiesa: «Se tuo fratello ha peccato {contro di te}, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.»
Il Signore dice che se tuo fratello pecca devi affrontarlo, e se si pente hai guadagnato tuo fratello. È una vittoria completa.
Ma se non si pente e, dopo diversi tentativi, continua a rifiutarsi di ravvedersi, allora devi trattarlo come un non credente.
Questo ci mostra che lo scopo della disciplina della chiesa è la chiarezza.
In un certo senso, la disciplina della chiesa dovrebbe avvenire ogni giorno. Specialmente se sei sposato con un credente.
Io pecco continuamente e, purtroppo, mia moglie è spesso una delle persone che ne soffrono di più. Ma il Signore la usa spesso per aiutarmi a crescere e a diventare più simile a Cristo. In questo senso, siamo continuamente sottoposti a una forma di disciplina fraterna, anche se, grazie a Dio, nella maggior parte dei casi tutto si risolve già al primo passo.
Tuttavia, nelle tragiche situazioni in cui un fratello (o una sorella) persevera nel peccato e rifiuta di pentirsi, sta purtroppo dimostrando che forse non è veramente un figlio di Dio. In quel caso, Gesù dice che dobbiamo trattarlo come un pagano o un pubblicano, cioè come qualcuno che ha bisogno di essere evangelizzato.
Giacomo dice qualcosa di molto simile.
Egli vuole che andiamo a cercare persone che un tempo si dichiaravano cristiane ma che si sono allontanate, o che stanno mostrando segni di allontanamento dalla verità.
Quando consideriamo l’eternità non esistono scuse per rimanere in silenzio. Dobbiamo aprire la bocca e, con amore, gentilezza e saggezza, esortare il fratello o la sorella ad abbandonare il peccato, a lasciare i pensieri mondani e a tornare a seguire Cristo.
Conosci qualcuno così?
Non essere lo spettatore che, per egoismo o paura, si rifiuta di dare l’allarme.
Li ami abbastanza da non restare in silenzio?
Ho sentito alcuni credenti obiettare e dire che questo tipo di cura reciproca è strana. “Troppo invadente. Non funziona.”
Non dimentichiamo, però, che i nostri sentimenti spesso ci ingannano. Dopotutto, quasi ogni cosa nella vita cristiana va contro la nostra natura, non è vero?
Prendere la propria croce ogni giorno sembra una follia. Porgere l’altra guancia quando qualcuno ti colpisce è visto come qualcosa di scandaloso. Amare i propri nemici e persino essere pronti a morire per loro è impensabile. Eppure, Cristo ci chiama proprio a fare tutte queste cose.
Consideriamo le parole di Gesù in Giovanni 15:18-20 e poi in 16:1,2.
Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; ma siccome non siete del mondo, perché io vi ho scelti in mezzo al mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
Io vi ho detto queste cose affinché non siate sviati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere un culto a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me.
Gesù ha mandato i suoi discepoli a portare la buona notizia in un mondo che nel giro di poche ore lo avrebbe ucciso, sapendo che dieci di loro sarebbero poi morti da martiri.
Se dovessimo evitare tutto ciò che è scomodo, allora non dovremmo mai andare in chiesa, mai evangelizzare e mai parlare del peccato con nessuno.
Ma Cristo ci chiama proprio a fare cose scomode. Ci chiama a mettere da parte i nostri sentimenti, i nostri interessi e perfino la nostra stessa vita.
La realtà è che nel momento in cui il Signore ti salva e ti dona lo Spirito Santo, tu diventi, per usare le parole di Caino, un “guardiano di tuo fratello”. Il tuo compito è aiutare gli altri a crescere in Cristo.
Non possiamo convincere nessuno a pentirsi e non possiamo impedire a qualcuno di abbandonare la fede. Ma possiamo, con l’aiuto di Dio e con il coraggio che lo Spirito Santo ci dona, avvertirli con amore e cercare di ricondurli a Cristo.
Un giorno scopriremo quanto valeva davvero il silenzio che abbiamo scelto.
Un giorno sapremo se la nostra prudenza era saggezza… o semplice paura.
Ma oggi non è ancora quel giorno.
Oggi qualcuno si sta allontanando.
E forse il Signore ha deciso che la voce che lo richiamerà indietro debba essere proprio la tua.
—Jordan Standridge
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