La VOCE maggio 2026
Nel numero di aprile abbiamo parlato dell’importanza di stare attenti al prossimo, andando incontro a chi si allontana dalla fede per aiutarlo a ristabilire il suo rapporto col Signore e con la chiesa.
Richiamando il tragico fatto di cronaca nera di una donna di New York, uccisa sotto casa davanti all’indifferenza dei vicini nonostante le sue grida d’aiuto, ho voluto denunciare la nostra apatia verso chi, nella nostra chiesa, mostri chiari segnali di allontanamento dalla fede. Come quei vicini, spesso giustifichiamo il nostro silenzio con scuse poco convincenti. In realtà, esse rivelano paura, pigrizia ed egoismo, e non sono altro che barriere che ci impediscono di prendere a cuore la salute spirituale di chi ci sta vicino.
Il triste fatto è che intorno a noi c’è gente che sta morendo spiritualmente. E noi? Restiamo semplicemente a guardare?
Ci nascondiamo dietro dei comunissimi “Sono troppo occupato…”, “Ho paura di come reagirà…”, “Non voglio immischiarmi…”
Eppure, come abbiamo visto nell’articolo precedente, è fondamentale comprendere quanto il nostro ruolo sia vitale per la salute spirituale degli altri. Dio si aspetta che i suoi figli si proteggano gli uni gli altri, si incoraggino e, quando necessario, si confrontino a vicenda.
Questo non è un compito opzionale, bensì un mandato che Dio ha affidato a ogni credente, e deve essere adempiuto con impegno e responsabilità.
Ma facciamo un passo avanti. Chiediamoci come poter svolgere questo compito nel modo giusto, perché porti un frutto reale e duraturo.
In Galati 6, parlando della vita comunitaria dei credenti, l’apostolo Paolo ci dà un’indicazione preziosa su come intervenire quando un fratello o una sorella cade nel peccato:
Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato. —Galati 6:1
Da queste due frasi emergono cinque principi fondamentali per soccorrere chi è intrappolato nel peccato.
La necessità di essere una squadra
Prima di tutto, Dio vuole che siamo una squadra. Da soli non possiamo farcela.
La parola “fratelli” ci ricorda che nessun credente è un figlio unico: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri.
Pensiamo a una gazzella nella savana: se si isola dal branco è una preda facile per i leoni. Ma anche i predatori, se non cacciano insieme al loro branco, rischiano di morire di fame. In natura la sopravvivenza dipende dal gruppo.
Lo stesso vale nella chiesa.
Pur sapendo che vivere isolati dagli altri credenti rappresenti un pericolo per la nostra salute spirituale, spesso non ne comprendiamo fino in fondo il motivo. Ma ecco la ragione: il problema è dentro di noi essendo inclini al peccato.
Il nostro cuore è una fabbrica di idoli, capace di flirtare con la tentazione e di inventare mille giustificazioni per il male che commettiamo.
Geremia 17:9 dice senza mezzi termini che “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?”
Per questo abbiamo un bisogno vitale della comunità e di altri credenti con cui aprirci, che ci conoscano davvero e ci aiutino a tenere gli occhi fissi su Cristo.
Pensiamo alla tragica caduta del re Davide (2 Samuele 11). Proprio quando avrebbe dovuto essere in battaglia con i suoi uomini, passeggiava invece solo soletto sul tetto del suo palazzo. Lì, nell’isolamento, vide Bat-Sceba farsi il bagno, la desiderò e cedette: prima nel cuore, poi nei fatti. Il resto della storia la conosciamo.
Il problema, però, non è solo il suo peccato finale, perché il suo scivolare fino a quel punto è iniziato molto prima.
Davide si era reso inavvicinabile. Si era isolato, e per questo è diventato vulnerabile. Ha iniziato a coltivare pensieri impuri, e quei pensieri lo hanno trascinato sempre più in basso, fino all’adulterio e, infine, all’omicidio.
A che punto qualcuno avrebbe dovuto riprenderlo e correggerlo?
Non dopo il peccato, ma nel momento in cui aveva scelto di non accompagnare i suoi soldati in battaglia. Quando aveva deciso di restare indietro, da solo. Un voluttuoso pigrone nel segreto di casa sua. Lì è iniziata la valanga. Una piccola concessione alla pigrizia ed ecco che il peccato si è insediato nel suo cuore, aprendo la porta a conseguenze devastanti.
Se qualcuno avesse avuto accesso alla sua vita e avesse potuto parlargli con franchezza, quella storia avrebbe avuto un epilogo ben diverso.
Come mai la Bibbia non incoraggia a isolarsi? Perché abbiamo bisogno che qualcuno sappia come stiamo davvero. Ci serve una persona a cui permettere di entrare nella nostra vita, anche nelle aree più personali. E questo può accadere solo se scegliamo di vivere in mezzo agli altri.
Attenzione, però, questo non significa controllarci a vicenda né invadere gli spazi altrui. Vuol dire piuttosto che dobbiamo essere responsabili di noi stessi evitando di chiuderci.
Tu puoi, e devi, controllare te stesso. Puoi scegliere di vivere relazioni vere.
Chi cade nel peccato è come un topo in trappola: ha visto l’esca, ha allungato la mano… e la molla è scattata. Se nessuno si accorge della sua condizione, rischia di restare intrappolato, e solo, in quella morsa mortale.
E uscire da quella situazione non è facile. La vergogna spinge a nascondersi proprio quando c’è più bisogno di aiuto.
Per questo Giacomo 5:16 ci esorta: “Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia.”
Eppure, spesso facciamo l’opposto. Difendiamo la nostra privacy con ferocia, ci barrichiamo in una cerchia ristretta di persone che approvano tutto ciò che facciamo, e agli altri mostriamo solo la versione migliore di noi stessi.
Non sto dicendo che dovremmo scendere in strada con il cartello dei nostri peccati appeso al collo. Piuttosto si tratta di riconoscere quanto sia reale e grande il nostro bisogno d’aiuto nella lotta contro le tentazioni.
Infatti, qualcosa non va quando una persona può frequentare la chiesa, sedersi settimana dopo settimana, aspettarsi di essere amata e servita senza mai togliere la maschera.
Forse anche tu ne indossi una?
Forse ti sei convinto di poter vivere come un “lupo solitario”. Ma anche un lupo, quando è solo e separato dal branco, è in pericolo.
Pensare di essere autosufficienti è rischioso. Fidarsi solo di se stessi è pericoloso. Da soli, siamo più deboli di quanto immaginiamo.
La necessità dello Spirito
Paolo prosegue dicendo: “voi, che siete spirituali, rialzatelo.”
Chi deve soccorrere il credente che viene sorpreso in colpa?
“Voi che siete spirituali” sono coloro che hanno lo Spirito Santo. Infatti, la compassione è un frutto dello Spirito ed è ciò che orienta il nostro cuore e garantisce che interveniamo con le giuste motivazioni.
Quando vediamo qualcuno peccare, in realtà abbiamo quattro possibilità.
Girare la testa dall’altra parte e far finta di niente.
Parlarne con altri mascherando un pettegolezzo da “richiesta di preghiera.”
Scaricare la responsabilità sul pastore, sugli anziani o su qualche credente “super spirituale.”
Oppure — ed è l’unica scelta giusta — andare direttamente da quel fratello con il desiderio sincero di aiutarlo a ristabilire il suo rapporto con Dio e con la chiesa.
Questa quarta opzione non è riservata a pochi specialisti. È invece la responsabilità di ogni credente nato di nuovo.
Se pensi che aiutare un fratello che sta vacillando nella fede non sia affar tuo perché “non sei abbastanza spirituale”, in realtà stai affermando di non avere lo Spirito Santo. E questo sarebbe un problema ben più grande.
Ma se sei stato rigenerato, Dio ti chiama a prenderti cura degli altri nel loro combattimento contro il peccato.
Certo, questo compito non può essere svolto senza essere ripieni dello Spirito. E spesso c’è confusione su cosa significhi davvero. Mi spiego.
Nella Bibbia la pienezza dello Spirito non è descritta come qualcosa di mistico o indefinibile. Gesù, parlando ai discepoli dello Spirito lo chiama “lo Spirito della verità” (Giovanni 14:17; 15:26; 16:13).
E in Giovanni 17:17 prega il Padre: “Santificali nella verità: la tua parola è verità.” Le Scritture, quindi, sono verità e lo Spirito Santo è lo Spirito della verità.
Paolo conferma lo stesso principio: le Scritture rendono il credente completo e ben preparato per ogni opera buona (2 Timoteo 3:16), e la parola di Dio è la “spada dello Spirito” (Efesini 6:17).
Essere ripieni dello Spirito significa, quindi, vivere in piena dipendenza da Dio, lasciando che la sua Parola saturi la nostra mente e la governi.
Ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Quando ci avviciniamo a un fratello sorpreso in colpa, non ci possiamo permettere di parlare sulla base delle nostre opinioni o di semplici consigli umani. Non bastano né la psicologia né il buon senso.
Serve la Parola di Dio.
Solamente la Parola è vivente ed efficace, capace di penetrare in profondità, fino a distinguere ciò che è autentico da ciò che è ingannevole, dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla, e giudicare i sentimenti e i pensieri del cuore (Ebrei 4:12).
Se vogliamo davvero rialzare qualcuno, dobbiamo farlo con lo strumento giusto.
E lo strumento giusto non siamo noi, ma la Parola guidata dallo Spirito.
La necessità dell’atteggiamento giusto
Far notare a qualcuno i suoi difetti non è mai semplice. Lo è ancora meno quando si tratta di affrontare il peccato. Il rischio che il confronto degeneri è altissimo. Per questo è fondamentale farlo con lo spirito giusto.
Paolo, in Galati 6:1, parla a “voi che siete spirituali.” Quest’espressione non è una scelta casuale. Poco prima, infatti, in Galati 5:22, ha spiegato che l’effetto dello Spirito Santo nella vita del credente è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo…”
Chi è guidato dallo Spirito si riconosce dal modo in cui tratta gli altri, soprattutto quando deve affrontare il loro peccato.
Purtroppo, anche tra credenti, non è raro vedere l’opposto: mancanza di tatto, durezza, parole taglienti. Ma è altrettanto diffusa l’idea che riprendere qualcuno sia sempre sbagliato, quasi un atto di maleducazione o di mancanza d’amore. E così si preferisce tacere, citando a sproposito: “Non giudicate…”
Ma, davanti al peccato e alle sue conseguenze eterne, vale proprio il contrario. Infatti, tacere può essere una forma di odio. Dire la verità, invece, è un atto d’amore. La differenza sta nel modo.
Paolo è chiaro quando dice: “rialzatelo con spirito di mansuetudine.”
Non basta intervenire, bisogna farlo nel modo giusto.
La mansuetudine non è debolezza. È forza sotto controllo.
È gentilezza senza compromessi.
È dire tutta la verità, ma con il cuore giusto.
Ma ecco un autotest per capire il nostro atteggiamento: Come reagisco quando qualcuno sbaglia contro di me?
Se partiamo all’attacco — “Fai sempre così! Sei egoista!” — dimostriamo che il problema principale non è il suo peccato ma il fastidio che ci provoca.
La Scrittura dice chiaramente che “l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio” (Giacomo 1:20). La rabbia non guarisce, al massimo zittisce, spingendo l’altro sulla difensiva e producendo, nel migliore dei casi, un cambiamento superficiale.
È come quando si urla a un figlio: forse smetterà di fare la cosa sbagliata ma lo farà per una malsana paura di te, non per convinzione.
Ricordiamo la verità fondamentale che è lo Spirito Santo che trasforma le persone, non noi. Se interveniamo con irritazione o esasperazione, il massimo che otterremo sarà un pentimento apparente.
Comprendere questo ci libera da un peso inutile: non siamo chiamati a cambiare gli altri, ma ad aiutarli. Il nostro compito è offrire verità con gentilezza, cercando sinceramente il bene dell’altro davanti a Dio.
La necessità di badare a sé stessi
Paolo aggiunge un avvertimento essenziale: “Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato.”
È solo per grazia di Dio se oggi non siamo travolti da peccati che avrebbero rovinato la nostra famiglia, distruggendo la nostra vita, e destinandoci eternamente all’inferno. È la misericordia di Dio che ci sostiene e ci preserva.
Ammettere la nostra vulnerabilità davanti alle tentazioni richiede vera umiltà.
Dovremmo tatuare le parole di Paolo se non proprio sulle nostre fronti almeno sui nostri cuori per non dimenticarle!
Ci indigniamo per i peccati degli altri, mentre minimizziamo i nostri. Siamo duri con loro e indulgenti con noi stessi. Ci sentiamo migliori, dimenticando che senza l’opera di Dio nel nostro cuore saremmo esattamente allo stesso punto o peggio.
Non c’è posto per l’orgoglio nella vita cristiana. Mentre giudichiamo gli altri, la Parola di Dio ci mette davanti a uno specchio: “Tu che giudichi, fai le stesse cose” (cfr. Romani 2:1).
Anche le parole di Gesù sul “non giudicare” (Matteo 7:1-5, un passo spesso citato male) non minimizzano il peccato, ma smascherano l’ipocrisia. Non possiamo fare la morale all’altro per una pagliuzza nel suo occhio quando noi stessi siamo accecati da una trave a cui non intendiamo a rinunciare.
Gesù non stava dicendo di ignorare il peccato, ma di iniziare da noi stessi.
Paolo arrivò a definirsi “il primo dei peccatori” (1 Timoteo 1:15), non perché fosse oggettivamente il peggiore, ma perché conosceva il proprio cuore ed era continuamente stupito dalla grazia di Dio.
Anche noi dovremmo avere la stessa consapevolezza dato che non conosciamo fino in fondo il cuore degli altri, ma sappiamo bene com’è il nostro.
Robert Murray M’Cheyne lo ha espresso così: “Il seme di ogni peccato mai visto nel mondo vive nel mio cuore.”
Ammetterlo ci rende umili.
Ci aiuta a intervenire con compassione, e non con superiorità.
Solo chi riconosce la propria fragilità può davvero aiutare gli altri perché chi toglie la trave dal proprio occhio vede abbastanza chiaramente per aiutare un fratello.
Altrimenti il rischio è alto dato che, mentre correggiamo gli altri, potremmo cadere noi stessi.
La necessità di avere un cuore da servo
Infine, ecco una domanda decisiva: Lo ami abbastanza da non restare in silenzio?
Prima di affrontare un fratello per il suo peccato, devo chiedermi se sono disposto a servirlo. Questo perché il confronto non è un gesto rapido ma un impegno.
Richiede tempo, energie, pazienza.
Rialzare qualcuno sorpreso in colpa è un compito molto serio. Significa portare il suo peso accompagnandolo in un percorso spesso lungo e faticoso. In alcuni casi, può includere anche un processo doloroso di disciplina all’interno della chiesa.
In Matteo 18:15-22, Gesù ci dà le linee guida per questo percorso. Sono pochi versetti, ma descrivono dinamiche che possono richiedere mesi, a volte anni.
Ci sono situazioni complesse che esigono ore di ascolto, dialogo, confronto. Se non si giunge subito a una soluzione, può essere necessario coinvolgere altri credenti maturi. Quando una persona si ostina nel suo peccato senza pentirsi, il dolore si dilaga, portando con sé tensioni, lacrime e fatica emotiva.
A volte bisogna sostenere anche i familiari, accompagnandoli nel loro smarrimento, e rafforzarli nella fede.
Nei casi più gravi, si arriva a informare la chiesa, usando discrezione ma anche chiarezza, aiutando tutti a mantenere un atteggiamento che onori Dio.
E non bisogna dimenticare le eventuali vittime di quel peccato, perché anche loro hanno bisogno di cura e attenzione.
Si prega sempre per una risposta rapida e positiva. Ma quando arriva il pentimento il lavoro non è ancora finito.
Confessare il peccato è solo l’inizio.
Chi si pente ha bisogno di essere accompagnato nel combattimento contro quel peccato per imparare a riconoscerlo, a contrastarlo e a sostituirlo con nuove abitudini.
È importante studiare insieme le Scritture, ragionare biblicamente, e costruire nuovi schemi di vita.
Tutto questo richiede tempo, dedizione e costanza.
Il recupero non è mai istantaneo.
Se, dopo il pentimento, quella persona è lasciata sola, probabilmente tornerà esattamente allo stesso punto.
Per questo serve un cuore da servo: qualcuno disposto a camminare accanto, a insegnare, a sostenere, a incoraggiare. Qualcuno che aiuti a riconoscere l’inganno del peccato e vivere un ravvedimento reale, che porti frutti visibili.
Da tutto questo emergono due lezioni fondamentali.
- La prima: siamo tutti chiamati ad aiutare gli altri. Non è facoltativo, ma è un mandato di Dio.
- La seconda: il Signore vuole che lo facciamo nel modo giusto. Anche questo non è opzionale.
Sarebbe bello poter dire che la vita cristiana è semplice e senza costi. Ma non sarebbe vero. Il cammino cristiano è impegnativo e richiede dedizione. Ma è proprio così che si genera un frutto che rimane (Giovanni 15:16).
Aiutare spiritualmente le persone che Dio mette sul nostro cammino è uno dei modi più concreti per far crescere questo frutto.
La prossima volta che vedi un fratello ferito dal peccato, non voltarti dall’altra parte. Non fare finta di niente.
Non restare spettatore. Non limitarti a parlarne.
Prenditene cura.
Perché proprio oggi qualcuno si sta allontanando.
E forse il Signore ha deciso che la voce che lo richiamerà indietro — con umiltà e amore — sia la tua.
—Jordan Standridge
Affinché tu sappia come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente
IL PIANO DI CRSITO PER LA CHIESA
di John MacArthur
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Quali caratteristiche dovrebbe avere la vera chiesa? Come dovrebbe funzionare, propagarsi e edificarsi? Come si rivelano in mezzo alla chiesa la guida del Signore e il suo insegnamento?
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ANZIANI E DIACONI
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Chi sono gli uomini che Dio usa nella chiesa locale? Se Dio ti ha chiamato a servirlo nella sua chiesa, come anziano o come diacono, è importante che tu capisca ciò che Egli richiede dai suoi servi e quali compiti ti affida.
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