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La Voce del Vangelo

La VOCE ottobre 2026

Tempo fa ho visto su internet un uomo che raccontava alla sua congregazione di aver avuto un’apparizione di Gesù. Diceva di avergli parlato e di essersi sfogato per tutte le cose brutte che il Signore aveva permesso nella sua vita.

Sono rimasto di sasso quando ho sentito la risposta che, secondo lui, Gesù gli avrebbe dato. Il Signore sarebbe apparso in lacrime, con le braccia aperte, chiedendogli perdono. Incredibile, no?!

Dopo lo shock, a mente fredda, mi sono domandato come si possa arrivare anche solo a immaginare un dialogo del genere.

Ma questo è il frutto dei tempi in cui viviamo. Siamo in un’epoca in cui molti di quelli che si definiscono credenti hanno abbandonato una visione della vita centrata su Dio per adottarne una centrata sull’uomo, al punto che, per assurdo, non siamo più noi a dover chiedere perdono a Dio, ma è Dio che deve chiederlo a noi.

Un tale ribaltamento della visione di noi stessi e di ciò su cui dovrebbe ruotare tutto quello che siamo e che facciamo, affonda le sue radici in una teologia distorta.

A pensaci bene, in un certo senso siamo tutti teologi. Avere un’idea su Dio e pensare bene o male di lui è già teologia. E ogni teologia influenza ciò che crediamo e il modo in cui viviamo. 

Ciò che pensiamo su Dio, giusto o sbagliato che sia, è cruciale perché definisce il concetto che abbiamo di noi stessi e il nostro rapporto con Dio e con gli altri.

Se Dio è il centro della tua teologia, vivrai per i suoi scopi e per la sua gloria. Se al centro della tua teologia ci sei tu, allora prenderai Dio in considerazione solo nella misura in cui soddisfa i tuoi desideri e facilita i tuoi progetti. Trovo allarmante che questa seconda visione sia diventata così comune anche tra credenti da rischiare ormai di essere considerata normale.

Troppo spesso le nostre preghiere somigliano a una lista di richieste fatte a un maggiordomo pronto a servirci e riverirci, facendoci sentire speciali e importanti.

Hai mai notato quanti predicatori amano parlare di quanto vali, ma raramente si soffermano a farti comprendere la gloria e la santità di Dio? Messaggi del genere sono allettanti perché fanno leva sulla nostra naturale tendenza a considerarci migliori di quello che siamo, e non ci costringono a fare i conti con il nostro egoismo.

La Bibbia, però, presenta una realtà completamente diversa. Più la leggiamo, più ci rendiamo conto che tutto gravita intorno a Dio e che anche l’eternità non sarà altro che una celebrazione pervasiva della sua gloria.

Sono convinto che uno degli scopi dell’opera di Cristo in noi credenti sia quello di mostrare agli angeli la grandezza della grazia di Dio (Efesini 3:10). Saranno meravigliati nel vedere persone colpevoli e imperfette come me e te alla presenza di un Dio santo. Per tutta l’eternità queste creature purissime, che non hanno mai peccato, vivranno insieme a noi, peccatori salvati per grazia. E per loro sarà un ulteriore motivo di lode a Dio. È proprio la nostra disperata condizione a rendere straordinario il fatto che saremo in cielo!

Ma una teologia sbagliata, che non tiene conto di questa realtà, porta conseguenze devastanti nella nostra vita e nelle nostre chiese. Può addirittura incidere sul nostro destino eterno.

una teologia errata:

1. Porta alla depressione

Da giovane pensavo che tutto girasse intorno a me.

A parole avrò anche detto di credere in Dio come il Creatore di tutte le cose e che, per questo, avrei dovuto glorificarlo, ma il mio modo di vivere lo smentiva clamorosamente. Questa incoerenza mi provocava angoscia e per alcuni anni sprofondai nella depressione.

La svolta avvenne a diciott’anni, quando ebbi il privilegio di partecipare a un ritiro biblico chiamato “Scuola di vita cristiana”, in cui abbiamo letto tutta la Bibbia per intero in dieci settimane. Farlo in così poco tempo mi aiutò a comprendere due realtà fondamentali: Dio è sovrano e io sono un peccatore (Romani 3:10-23).

Queste due verità smascherarono la mia ipocrisia: stavo in realtà adorando me stesso e volevo a tutti i costi che gli altri mi approvassero.

Ammetterlo è stato duro, ma al tempo stesso fu come se un macigno mi fosse stato tolto dal petto. Ricordo ancora con commozione la pace che invase il mio cuore. Finalmente, dopo tanto tempo, riuscivo a dormire la notte.

Hai avuto anche tu un’esperienza del genere? La tentazione di mettere noi stessi al centro riguarda tutti. Ma cosa succede quando questa sete malsana di essere affermati e riconosciuti non viene soddisfatta? Se lasciata incontrollata, può avere conseguenze davvero terribili. Nel mio caso, si manifestò sotto forma di depressione.

Il rimedio è quello di allinearci con la Parola di Dio. La Bibbia, infatti, insegna un modello di vita gioiosa per il credente che è basato su aspettative completamente differenti.

In Filippesi 1:20-21 Paolo scrive: “…secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti, per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.”

Per l’apostolo, la gioia duratura e la vera soddisfazione non possono essere trovate al di fuori di Cristo. Più lui è esaltato in noi, più piena è la nostra gioia.

In Filippesi 2:3-4, poi, aggiunge: “Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri.”

Ecco un altro tassello importante. La vera felicità non si costruisce soltanto mettendo Cristo al centro, ma anche imparando a dare valore agli altri, proprio come fece Paolo.

Nel piano di Dio per i suoi, vivere per Cristo e per gli altri è la chiave per una vita gioiosa.

Noi, invece, pensiamo spesso il contrario. Finché pretendiamo di essere amati, apprezzati e considerati importanti, rischiamo solo di restare delusi, scoraggiati e tristi.

Per uscirne dobbiamo ricalibrare la nostra teologia con una giusta prospettiva su Dio, sugli altri e sulle nostre aspettative.

2. Svaluta la salvezza

Una delle dottrine fondamentali riscoperte dalla Riforma è chiamata la depravazione totale dell’uomo.

Non significa che ogni persona commetta sempre il peggior male possibile. Dio, nella sua bontà, impedisce che ciò accada: ha scritto la sua legge nel cuore di ogni uomo proprio per arginare il peccato.

Significa invece che il peccato ha toccato ogni aspetto della vita dell’uomo.

A causa della nostra natura peccaminosa, non riusciamo a compiere il bene secondo gli standard perfetti di Dio e, se non fosse per lo Spirito Santo, rifiuteremmo tutti quanti la buona notizia di Dio riguardo a Cristo.

È una dottrina che trova resistenza. Anche parecchia. Chi mai ammetterebbe di essere marcio fino al midollo!?

Appena seppe di aver messo incinta Bat-Sceba la moglie di Uria, impegnato in battaglia per conto del re (2 Samuele 11), Davide tentò di coprire il suo peccato. 

Prima provò a far sembrare che il padre del bambino fosse Uria (vv. 8,13). Ma quando il suo piano fallì (v. 9), decise crudelmente di farlo morire (vv. 14-17) e si prese sua moglie (vv. 26-27).

Entrò in scena il profeta Natan con un misfatto clamoroso da riferire al re.

Un uomo con molti agnelli aveva preso l’unica agnellina di un povero e la servì su un piatto al suo ospite. A sentirlo Davide si indignò, sentenziando che quell’uomo meritava di morire (2 Samuele 12:1-6).

Bravo! Anche per noi è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio degli altri che la trave nel nostro. Alzi la mano chi non l’ha mai fatto.

Uno ci taglia la strada e ci sembra un crimine efferato. Ma quando siamo noi a farlo, abbiamo sempre la ragione dalla nostra.

Per ogni nostro peccato troviamo mille attenuanti. Ma non per gli altri. Minimizziamo le nostre colpe e ingigantiamo quelle degli altri.

È qui il problema: tendenzialmente ci consideriamo talmente bravi da non aver bisogno di essere riconciliati con il Dio tre volte santo; e se anche dovessimo ammettere di essere separati da lui, ci illudiamo di poterlo raggiungere in qualche modo con le nostre forze. È il miraggio delle religioni e il paradiso a buon mercato.

Per non svalutare la gravità del peccato e minimizzare l’unicità della salvezza offerta in Cristo, dobbiamo ricalibrare la nostra teologia, riconoscendo che Dio ci vede totalmente depravati, disperatamente bisognosi della sua grazia e incapaci di contribuire in alcun modo alla salvezza delle nostre anime. È questa la teologia che glorifica Dio.

3. Frena l’evangelizzazione

C’è chi sostiene che gli sarebbe servita solo una piccola spinta da parte di Dio nella direzione giusta per arrivare alla conversione. Come se Dio gli avesse semplicemente lanciato un salvagente che lui ha prontamente afferrato. Non è una rappresentazione reale dello stato dell’umanità senza Dio che leggiamo nella Bibbia.

Prima di essere salvati eravamo tutti spiritualmente morti. Non moribondi.

Efesini 2:1-7 dice chiaro e tondo che eravamo morti nelle nostre colpe e nei nostri peccati (v. 1); che seguivamo l’andazzo di questo mondo e di Satana (v. 2); che eravamo ribelli e schiavi dei nostri pensieri e desideri carnali e peccaminosi. “Eravamo per natura figli d’ira” (v. 3).

Eravamo come Lazzaro nella tomba. Non ci serviva solo un aiutino, ma un intervento miracoloso e soprannaturale di Dio!

Quanto è facile sottovalutare la gravità della nostra condizione di peccatori, cadere nell’autocompiacimento e diventare ipocriti e arroganti come Davide in 2 Samuele 11. Dopo aver ricevuto la conferma della morte di Uria, cosa che lui stesso aveva ordinato, Davide scrive a Ioab, suo generale: “Non affliggerti per ciò che è accaduto, perché la spada divora ora l’uno ora l’altro; rinforza l’attacco contro la città e distruggila” (v. 25).

Senti come ragiona l’“uomo secondo il cuore di Dio”! Proprio come un ateo.

Finge che la morte di Uria sia una mera casualità della guerra! “Che sarà, sarà…” Ha totalmente perso di vista la sovranità di Dio sulla vita e sulla morte.

Come lui stesso racconta nel Salmo 32, nella sua cecità spirituale quel peccato non confessato lo consumava giorno e notte, al punto che persino comunicare con gli altri era diventato un problema.

Ma nel Salmo 51, invece, vediamo un Davide diverso: uno che riconosce il proprio peccato per quello che è, lo confessa a Dio e riceve il suo perdono.

L’effetto è immediato e stupendo. Nasce in Davide un desiderio incontenibile di parlare agli altri di Dio. Nei versetti 14 e 15 esclama: “Liberami dal sangue versato, o Dio, Dio della mia salvezza, e la mia lingua celebrerà con gioia la tua giustizia. Signore, apri tu le mie labbra, e la mia bocca proclamerà la tua lode.”

Quanto siamo attivi nel parlare della nostra fede agli altri? Quanto ci preme che i nostri amici e vicini conoscano Cristo?

Una comprensione errata della salvezza ci tiene muti, contenti di come stanno le cose. Meno siamo consapevoli della grazia ricevuta in Cristo, meno siamo grati. E meno siamo grati, meno sentiamo il desiderio di evangelizzare. Come ha detto Gesù: “Colui a cui poco è perdonato, poco ama” (Luca 7:47).

Ma quando comprendiamo davvero la grazia di Dio, non possiamo fare a meno di parlarne agli altri.

4. Deforma il culto

In una società consumistica e pragmatica come la nostra contano molto i risultati. La gente li vuole e subito. È una tendenza che non risparmia nemmeno il modo in cui pensiamo alla chiesa.

Questa mania di voler ottenere risultati a ogni costo può assumere forme grottesche.

Un predicatore americano ha raccontato che, per fondare la sua nuova chiesa, era andato di porta in porta con due domande da porre alle persone. La prima era: “Lei è un cristiano?” Se la risposta era “Sì”, lui se ne andava. Ma a chi rispondeva “No”, rivolgeva la seconda domanda: “Se dovesse cercare una chiesa da frequentare, come la vorrebbe?” In base alle risposte, quel predicatore ha progettato la sua chiesa per assecondare i desideri dei non credenti!

Ma come potrebbe un non credente dettare come debba essere il culto, quando il suo problema di fondo è proprio quello di non voler adorare Dio, ma sé stesso?

Il culto, in una chiesa del genere, somiglia infatti più a uno spettacolo che a un momento di adorazione: sermoni corti per non annoiare e temi che vertono più sui bisogni dell’uomo che sulla gloria di Dio.

In questo modo, più che membri del corpo di Cristo che si curano a vicenda, si diventa spettatori. E il passo da spettatore a critico è breve.

È impossibile conciliare le parole di Ebrei 10:24-25 con una visione consumistica della chiesa: “Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all’amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno.”

Il senso di questo passo va ben oltre l’affermare solamente l’importanza di frequentare con regolarità la propria assemblea. È una chiamata a essere coinvolti, corpo e mente, nella vita comunitaria dei credenti, per spingerci a adorare Dio e a vivere in modo da onorarlo e piacergli in tutto.

I non credenti sono sempre benvenuti alle nostre riunioni, e preghiamo e ci diamo da fare perché le chiese crescano anche numericamente, ma questi due ottimi obiettivi non costituiscono la priorità assoluta del culto, che è quella di offrire a Dio un’adorazione che gli sia gradita.

5. Falsifica il vangelo

Molte correnti di pensiero del passato, ma anche moderne, sostengono che c’è qualcosa di buono in ogni essere umano, una scintilla divina. È un concetto in netto contrasto con quello che afferma la Bibbia.

Dio non ci ama perché siamo amabili. Non lo siamo. La verità è molto più tremenda: Dio ci ha amati nonostante il nostro peccato!

“Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più, dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo anche in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione” (Romani 5:8-11).

L’uomo è totalmente depravato, morto nei peccati e nemico di Dio. In lui non c’è nulla che possa indurre Dio ad amarlo, nulla che gli permetta di meritare o guadagnare la propria salvezza.

Eppure, Dio ha stabilito un piano perfetto per salvare peccatori come me e te, senza compromettere né la sua giustizia né la sua santità. È questa la grandezza della sua grazia, ed è proprio questo che spinge anche gli angeli a adorarlo (1 Pietro 1:12).

L’unica ragione per cui io sarò in cielo è perché Dio ha voluto mostrare in me la potenza della sua grazia salvifica. 

Vale per chiunque crede in Gesù.

Le false religioni hanno tutte una visione della salvezza centrata sull’uomo. 

Il cristianesimo, invece, proclama una salvezza in cui tutta la gloria appartiene esclusivamente a Dio. 

È lui a prendere l’iniziativa (1 Giovanni 4:19). È lui che elegge, chiama, giustifica, rigenera, santifica e glorifica il credente (cfr. Romani 8:29-30).

Trascorreremo l’eternità a celebrare la grandezza della sua grazia. E l’eternità non sarà abbastanza lunga per comprenderla pienamente.

Fai attenzione, quindi, alla tua teologia. Ciò che pensi di Dio cambierà e indirizzerà la tua vita in modi definitivi e avrà conseguenze eterne.

All’inizio ho raccontato di quell’uomo che immaginava Gesù davanti a sé, in lacrime, mentre gli chiedeva perdono per le cose brutte che aveva permesso nella sua vita. Quel racconto mostra fin dove possiamo arrivare quando mettiamo noi stessi al centro: persino Dio finisce sul banco degli imputati e noi al posto del giudice.

Ma il vangelo racconta una storia completamente diversa. Non siamo noi ad avere Dio in pugno, né è lui a doverci delle scuse. Siamo noi che abbiamo bisogno del suo perdono. 

Non siamo noi al centro dell’universo e dell’eternità: lo è lui. 

E non siamo noi a determinare il valore della sua gloria: è la sua gloria a dare valore a tutto ciò che siamo.

La domanda, allora, non è soltanto: “Che cosa può fare Dio per me?” È molto più importante chiedersi: “Come posso vivere perché Dio sia glorificato?”

Quando Dio torna al centro, anche tutto il resto torna al proprio posto.

—Jordan Standridge


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