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La VOCE gennaio 2018

Il 2017 è passato ormai e non tornerà. È stato un anno da dimenticare o da ricordare?

Se siamo onesti, dobbiamo ammettere che ci sono stati momenti e aspetti dell’anno che preferiremmo dimenticare. E si spera che le difficoltà finanziarie, fisiche, nel lavoro e nei nostri rapporti con le persone non si ripetano più. Non è forse questo il motivo di tante usanze che fanno parte delle festività di fine anno?

I “botti”, i fuochi d’artificio, oltre a salutare e festeggiare il nuovo anno, in origine avevano anche il significato di cacciare via tutte le vecchie influenze negative.

Un tempo, in alcune città, camminare per le strade a mezzanotte del 31 era pericoloso a causa dell’abitudine diffusa di buttare dalle finestre cose di cui ci si voleva disfare. A Roma, per esempio, lasciando l’automobile parcheggiata fuori, rischiavi di ritrovarla “incastonata” da una poltrona gettata giù da un balcone.

Anche la cena del capodanno è piena di tradizioni che si crede portino fortuna ai commensali, tipo le lenticchie che, come simbolo di soldi, auspicano copiosi guadagni durante l’anno. E allo scoccare della mezzanotte tutti pronti a brindare per un futuro migliore.

Come credenti, abbiamo la libertà di festeggiare o meno il nuovo anno, sapendo che il nostro futuro non è condizionato da tradizioni scaramantiche, ma è nelle mani del nostro Padre celeste. Ma Dio vuole che ricordiamo o dimentichiamo quello che è passato?

Pensiero sbalorditivo

“Benedici, anima mia, il SIGNORE e non dimenticare nessuno dei suoi benefici” (Salmo 103:2). 

Ecco, non importa cosa ci sia successo durante l’anno, Dio si aspetta che non dimentichiamo quello che Lui ha fatto per noi.

Se lo conosciamo, se Egli è il nostro Salvatore, desidera che la nostra vita sia vissuta alla luce dell’immensa grazia che abbiamo ricevuto. Il punto di partenza è che, come peccatori, non meritiamo nulla di buono da parte di Dio, santo e perfetto. Anzi, il nostro comportamento richiedeva la giusta, severa condanna.

Non dobbiamo dimenticare, allora, che ogni momento vissuto nella realtà della sua grazia infallibile è una benedizione sbalorditiva.

È un pensiero assolutamente sbalorditivo: “Che cos'è l'uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell'uomo perché tu ti curi di lui?” (Ebrei 6:2).

Ti è sembrato che Dio si fosse dimenticato di te? Che non ti abbia curato come ti saresti aspettato? Hai pensato che avresti meritato di meglio? Carissimo amico, Dio non si dimentica dei suoi!

Egli non può rinnegare se stesso: in piena coerenza col suo carattere, tutto quello permetterà sarà per il nostro bene.

Ascolta queste parole: “Il SIGNORE è pietoso e clemente, lento all'ira e ricco di bontà. Egli non contesta in eterno, né serba la sua ira per sempre. Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe. Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono” (Salmo 103:8-11).

Non mi stancherò mai di ripetere queste verità: Dio è perfetto e la sua saggezza è senza limiti. È anche onnipotente, capace perciò di mettere in atto il suo proposito benevolo. Nessuna prova dura un minuto in più di quello che possiamo sopportare o di quello che serve per adempiere in noi i suoi scopi eterni. Infatti, il salmo 103 dice anche che Dio sa bene che siamo deboli, nient’altro che polvere. Perciò ogni evento nella nostra vita è attutito attraverso l’imbottitura del suo amore immutabile e eterno.

Questo è senz’altro qualcosa che non dobbiamo mai dimenticare. Ci aiuterà a cominciare l’anno con una pace e una fiducia che ci sorprenderanno, meravigliando anche le persone intorno a noi. Infatti, è proprio questo ciò che significa vivere alla gloria di Dio: le persone vedono la sua opera in noi mentre ci osservano lodarlo anche nelle circostanze avverse.

PERÒ DIMENTICA…

Se hai fatto qualcosa di buono, non ti fermare. Anzi, dimenticalo, come se non l’avessi fatto!

Paolo scrive: “Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Filippesi 3:13,14).

Se c’è una parola che descrive bene cosa desidera Dio da noi in questo nuovo hanno, è la parola progresso. Dio vuole che, dimenticando tutto ciò che ci vuole frenare, protendiamo verso la mèta eterna. Se abbiamo avuto dei successi, Egli non vuole che ci adagiamo su di essi, come se fossimo già arrivati al traguardo.

Anzi, per sapere con certezza che non siamo ancora arrivati, basta controllare se siamo vivi. Sei vivo? Allora hai altra strada da fare. È meglio che tu ti metta a correre senza perdere tempo pensando di essere ormai giunto alla mèta.
L’idea del correre dovrebbe darci anche un senso d’urgenza: non c’è molto tempo ma c’è molto da fare. Ci sono altri che hanno bisogno di te!

Se sei ancora vivo è perché Dio ti vuole usare nella vita di altre persone.

Forse pensi di non essere degno che Dio si serva di te per aiutare gli altri, perché hai fallito. Anche quello devi dimenticare. Dio vuole che ti rialzi e che continui a servirlo con fedeltà nonostante la tua caduta. Non sarà tutto come prima, ma ci sarà del progresso  e Dio ti userà come vuole Lui.

PROMESSE DA RICORDARE

  • “Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato.” Isaia 40:29
  • “Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia.” Isaia 41:10
  • “Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.” Giacomo 1:5
  • “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.” 1 Giovanni 1:9
  • “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.” Giovanni 8:36
  • “Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù.” Filippesi 4:19
  • “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.” Salmo 23:4
  • “Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.” Romani 8:28

Mutevolmente al passo coi tempi

Sotto le feste, a casa nostra si fanno sempre tante foto di gruppo. Adesso più che mai, con tutti i cellulari ognuno scatta un suo ricordo personale della serata. Guardando le vecchie foto salta all’occhio quanto siamo cambiati negli anni: quel taglio di capelli o il modo di vestire che andava tanto all’epoca… Oggi sarebbe impensabile.

Ogni anno nascono nuove tendenze e quello che un tempo era un must, oggi è appeso nell’angolo più remoto dell’armadio. L’industria della moda sa quello che fa: ci spinge a spendere soldi. Cambia la punta delle scarpe, la larghezza delle cravatte, i colori dei vestiti, l’orlo dei pantaloni… E se non aggiorni il tuo guardaroba, rischi di sentirti fuori posto, fuori moda. Almeno è quello che vorrebbero loro.

Nella sfera spirituale, è possibile sentirsi fuori moda? Le tendenze cambiano. Guardandoti intorno, ti senti fuori posto o al passo coi tempi?

Forse, come credenti, siamo più restii degli altri a seguire i mutevoli usi e costumi della società, ma anche noi corriamo il pericolo di venir risucchiati in questo costante bisogno di aggiornamenti indispensabili.

Non è un fenomeno nuovo, anche se adesso è più esasperato. Era previsto sin dall’inizio che, nel tempo, la chiesa sarebbe stata tentata a cedere al cambiamento per assecondare la mentalità della società.

Per questo Dio ha ispirato l’apostolo Paolo a scrivere a Timoteo di stare in guardia da questo pericolo: “Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza. Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, sopporta le sofferenze, svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo ministero” (2 Timoteo 4:1-5).

Se c’è una cosa che è diventata assolutamente fuori moda è quella di parlare di peccato.

Mai dire che il peccato porta delle conseguenze serie. Mai accennare al giudizio o all’inferno, se no, la gente si stranisce. Meglio parlare di alienazione, difficoltà, sbagli... Senza offendere. Senza colpevolizzare nessuno.

È già successo in Svezia e negli Stati Uniti, e presto potrebbe succedere anche da noi di passare guai giudiziari se si parla di omosessualità come peccato. O se facciamo sentire male qualcuno dicendogli la verità sul gender che ha scelto.

Oltre al peccato, sulla lista sempre più lunga delle dottrine obsolete c’è anche l’inferno, i sei giorni letterali della creazione, la nascita di Gesù da una vergine, la signoria di Cristo, l’inerranza delle Sacre Scritture… Infatti la parola “dottrina” stessa è sempre più demodé. Adesso bisogna accogliere tutte le opinioni, anche le più discrepanti: nessuno deve sentirsi fuori posto. Accettare tutti anche a costo di compromettere la verità.

Ma l’apostolo Paolo scrive con tono grave e autorevole: “Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù… predica… insisti.. convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza.”

Sì, ci vuole pazienza. Soltanto non a scapito delle verità eterne che, al contrario della moda, non passeranno mai.

Ci sono alcuni motivi per cui noi credenti siamo tentati di adeguarci al tenore spirituale del mondo e di adottarne i modi di ragionare, parlare e agire. Uno è che non ci piace essere tacciati come quelli attaccati a realtà ormai passate. L’uomo contemporaneo dev’essere aperto ad altre opinioni e realtà. Deve accettare che la morale non è statica, ma cambia insieme alla società. Dio, però, non ci ha chiesto di essere popolari ma fedeli! (cfr. Romani 12:2; Colossesi 2:8; Ebrei 13:9; Apocalisse 2:25)

Un altro motivo può essere che vorremmo sentirci in qualche modo più rilevanti nella società, più approvati. Essere in pochi ci fa sentire emarginati. Ma i veri credenti erano emarginati e perseguitati già duemila anni fa. Seguire Cristo non andava certo di moda ai tempi della prima chiesa. E come noi, anche i primi credenti subivano delle pressioni da i non credenti per scendere a compromessi nella fede.

Le novità spirituali si insinuano nelle chiese subdolamente, piano piano. I cambiamenti non vengono mai in modo eclatante, ma graduale. Cercando di essere più attenti e accomodanti alle esigenze e preferenze delle persone che non conoscono Dio, si finisce prima o poi per compromettere anche le verità bibliche.

Come si salveranno, se nessuno gli dice che sono sotto l’ira di Dio per il loro peccato? Basteranno un’atmosfera accogliente e le musiche orecchiabili a convincerli!? Ecco perché Paolo scongiura i credenti a essere vigilanti. Tanto più, perché a  volte questi attacchi provengono proprio dall’interno della chiesa stessa.

È facile capire a cosa si riferiva Paolo quando scriveva ai credenti del suo tempo di essere pazienti e di sopportare le sofferenze, ma che cosa ha a che fare con noi? Che bisogno c’è di soffrire? Forse è proprio la nostra voglia di evitare ogni tipo di sofferenza che ci rende propensi a non essere troppo attaccati alla dottrina. Ma se Gesù ha detto che avremmo avuto tribolazione, ce la dobbiamo aspettare e dobbiamo essere pronti ad affrontarla nel modo che onori Dio.

Con quali propositi stai cominciando il nuovo anno? Il bisogno di evangelizzare non è certo diminuito negli anni. Milioni di persone intorno a noi sono dirette verso una morte eterna senza speranza. Saranno alla moda, ma la loro fine sarà terribile.

Paolo termina questo passo con le parole solenni: “Adempi fedelmente il tuo servizio.” La mia sarà una domanda superflua, ma te la faccio lo stesso: Ce l’hai un sevizio preciso in chiesa? Cosa stai facendo? Come lo stai adempiendo? La mia preghiera è che tu possa avere lo zelo necessario per svolgerlo fedelmente, senza mai compromettere l’integrità del Vangelo seguendo le tendenze “alla moda” ma non bibliche.

Quale chiesa è meglio?

– Guglilelmo risponde, ristampa dal 1992

Caro Guglielmo,
Indipendentemente dalla presenza o meno nella propria città di una chiesa evangelica, in base a quali criteri il credente deve scegliere una determinata denominazione confessionale a cui appartenere?
Dato che la fedeltà al messaggio biblico dovrebbe essere la cosa in comune tra tutte le chiese evangeliche, a chi rivolgere la propria adesione?
Alla Chiesa del Nazareno, ai battisti, alle Assemblee di Dio, ai pentecostali, ai metodisti, ai fratelli, alle chiese di Cristo? Siccome tutti predicano il Vangelo, e anche se differiscono di particolari osservanze comunitarie, nessuno dovrebbe essere emarginato nella scelta.
Naturalmente, penso che lei sia orientato a consigliare la sua chiesa, ma vorrei delle motivazioni più esaurienti.
(Lettera firmata)

La tua lettera sembrerebbe un bel rompicapo. Consigliare una chiesa piuttosto che un’altra potrebbe rinnovare le guerre di religione!

Ma, forse, il problema sembra più complicato di quanto non sia. È vero che le differenze fra la maggior parte delle chiese evangeliche vanno scomparendo, con gli anni. Alcune sono nate per dare importanza ad una certa dottrina o pratica, ma spesso, col tempo, questa particolarità perde una parte o tutto il suo significato. Altre volte, le diverse denominazioni sono nate in precisi momenti storici, in una nazione o regione particolare, e anche queste particolarità perdono il loro significato con il passare degli anni (o dei secoli).

D’altra parte, sarebbe un errore credere che tutte le chiese evangeliche siano ugualmente preferibili. E questa non è un’affermazione di partigianeria. Chi legge con cura gli scritti del Nuovo Testamento si rende subito conto che una delle preoccupazioni costanti degli apostoli era combattere gli errori, e addirittura le eresie, che si intrufolavano nelle chiese (vedi Galati, 2 Pietro e le tre lettere di Giovanni per degli esempi più eclatanti). Perciò è più che probabile, se gli uomini e le astuzie di Satana non sono cambiate dai tempi apostolici, che degli errori gravi possano esistere in una o l’altra delle chiese da te nominate.

Dimostri uno scetticismo più che giustificato nei tempi attuali, di confusione e di adescamento interessato, nel temere che io ti indichi la “mia” chiesa come quella preferibile, o come l’unica giusta. Ma, si dà il caso che io non abbia nessuna posizione o titolo ecclesiastico da difendere e che nessuno dei nomi da te citati (né altri che si potrebbero citare) possono, a mio avviso, essere approvati acriticamente.

Per ridurre il succo della questione ai due elementi assolutamente essenziali, ogni chiesa deve essere giudicata su due basi. Primo, la dottrina biblica a cui effettivamente crede e che insegna e difende (non le “confessioni di fede” solo formalmente accettate). Non posso farti qui un elenco delle dottrine, sostenute biblicamente, che mi sembrano fondamentali. Però, un libro come Teologia elementare potrebbe servirti come base di ricerca.

Secondo, oltre alla sua dottrina, ogni chiesa deve essere giudicata sulla base della sua effettiva vitalità spirituale. Questa vitalità parte dall’esperienza della nuova nascita, come base per appartenervi, e continua con una vita coerente di crescita, di ubbidienza agli insegnamenti morali o etici della Bibbia, di amore e di servizio da parte dei suoi membri.

Se tu sei veramente nato di nuovo e hai ricevuto nella tua vita la presenza dello Spirito Santo, credo che tu possa usare queste indicazioni, senza pretendere di trovare la chiesa perfetta, per orientarti nel trovare un gruppo di credenti con cui adorare il Signore e crescere spiritualmente.

Un pizzico di sale

– Ristampa dal 1963

“Che cosa volete per il vostro pranzo di compleanno?” chiese Mamma.
I gemelli si consultarono, poi la guardarono increduli... “Possiamo dire noi quello che vogliamo?”

“Sì, domenica sarà il vostro compleanno e potete scegliere.” Le consultazioni furono varie, laboriose e infruttuose. Finalmente Mamma venne in soccorso dei due piccoli uomini indecisi.

“Vi piacerebbero, per esempio... per esempio... le ‘farfalle’ col sugo di pomodoro?”
“E formaggio sopra” specificò Davide. “ E poi... cotolette e insalata?” “Va bene” approvò Daniele.
“E la torta” dissero i due unanimi. Su quel punto non c’erano divergenze fondamentali.

“E come vi piacerebbe la torta?”
“Io la voglio gialla e verde” disse Daniele.
“E io rossa e rosa” soggiunse Davide. Sui colori non ci fu modo di intendersi. I due erano più cocciuti di due muli.

“E quante candele ci metterai, Mamma?”
“Cinque per Davide e cinque per Daniele.”
“E quante per me?” chiese Deborah. “Beh, tu ne hai avute tre, quando era caldo, in giugno. Adesso devi aspettare che faccia caldo di nuovo.”
“E quante per Stefanino?”
“Bisogna aspettare il caldo pure per lui...”

“Sì, ma non sono per niente contenta, perché Davide e Daniele hanno il compleanno e io no.”
“Ti lasceremo spegnere una delle nostre candele” disse Daniele. “Sei contenta che siamo così gentili?” “Però una sola” replicò Davide. Deborah accettò con condiscendenza.

Due giorni più tardi, Mamma si alzò presto per decorare la torta per non essere né vista né disturbata. E non era un problema da poco cercare di accostare quei quattro famigerati colori senza fare perdere l’appetito a nessuno... A opera finita, mentre disponeva le candeline, immaginava gli occhi lucenti dei bambini quando avrebbero visto le piccole fiammelle accese e avrebbero ascoltato con un largo sorriso un po’ imbarazzato, la canzoncina di augurio.

Mamma ricordò la gioia perfetta che lei e Papà avevano provato ogni volta che Dio (aveva affidato loro un nuovo piccolo tesoro da educare per Lui. Ma una sola nascita nella vita non basta. Cristo ha detto: “Se uno non è nato di nuovo non può vedere il Regno di Dio...” e tutti gli sforzi dei genitori devono essere tesi per condurre a Cristo i loro figli, affinché per mezzo di una fede personale e sincera “nascano di nuovo” nella famiglia di Dio.

“Mamma, tu sai una cosa?” sussurrò Daniele quando Mamma più tardi andò ad aprire le finestre della camera dei bambini. “Prima, quando tu eri in cucina a fare la torta io sono andato al gabinetto... Ma ho chiuso gli occhi per non vedere il ‘tuo’ segreto. Non ho visto proprio niente, neanche la crema rosa.”

“Neanche le candele?” chiese incredulo Davide.
“Beh, le candele sì, ma solo per un momento.”

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La VOCE dicembre 2017

Stonature dannose

Qualche anno fa ho assistito a un concerto di musica barocca con tanto di fagotto e corno. La sala aveva un’ottima acustica. I musicisti e i quattro cantanti erano tutti indubbiamente ben preparati. Ma qualcosa mi ha lasciato… sconcertato. Nonostante l’esecuzione impeccabile, le voci del soprano e del tenore erano talmente diverse tra di loro che trovavo questo dettaglio addirittura sgradevole. Stonato.

Sono sicuro che è capitato anche a te di notare una piccola stonatura in un contesto altrimenti ben curato: un accostamento di colori troppo azzardato in un abbigliamento, una spezia che spicca troppo in un piatto, un rottame di lavatrice contro un tramonto perfetto sul mare…  

Il senso dell’armonia è qualcosa che Dio ha dato solo all’uomo, perché rispecchia la sua perfezione come il Creatore di tutte le cose. Cerchiamo intuitivamente armonia in ogni cosa che facciamo. Basta poco per creare qualcosa di stonato, che non va.

È finito il 2017. È il momento di fare un bilancio di come è andato. Hai vissuto in armonia quest’anno o c’è stata qualche stonatura di troppo?

Non mi riferisco al tipo di stonature degli esempi che ho fatto, cose ed eventi al di fuori di noi. Sto parlando di stonature dentro di noi.

Guarda i seguenti versetti: “Siate sempre gioiosi; non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1 Tessalonicesi 5:16-18).

In questo anno passato, sei stato sempre gioioso? Le circostanze saranno state quelle che sono state, ma tu come hai reagito? Hai vissuto con una profonda consapevolezza che sei nelle mani sicure di un Dio onnipotente? Che ogni giorno hai ricevuto da Lui la grazia che ti basta? E che ogni cosa che ti è successa faceva parte del suo piano amorevole? Se non è stato così, non è troppo tardi per fermarci ora e cambiare il nostro atteggiamento!

Hai avuto costanza nel pregare? Pregare… lo facciamo nella misura in cui siamo convinti di non potercela fare da soli, senza ricevere continuamente dal Signore forza e saggezza per affrontare ogni cosa. Se il comportamento degli altri ci urta spesso, non sarà forse perché preghiamo poco per loro e per il nostro atteggiamento?

Hai reso grazie in ogni cosa? Sì, c’è scritto “in ogni cosa”! Francamente è impossibile senza un cammino vicino al Signore. Perché richiede un’ottica che riesce a vedere al di là delle circostanze talvolta spiacevoli e difficili che Dio permette. Egli ci sta trasformando nell’immagine del suo amato Figlio e lo fa cesellando la nostra vita attraverso le circostanze. Ogni situazione che ci capita è filtrata attraverso il carattere, la sapienza, la potenza e l’amore di Dio.

Ecco le piccole stonature dannose nella vita del credente: la preoccupazione, la lamentela, l’amarezza e la rabbia.

Che il Signore ci dia la grazia di cambiare e vivere in armonia con la sua Parola!

Il tempo è giunto!

... per l’arrivo del Figlio di Dio “giunse la pienezza del tempo” (Galati 4:4). 
... per la nascita di Gesù “si compì per lei il tempo del parto” (Luca 2:6).

Carissimo fratello, amico, compagno nell’opera del Signore, abbiamo tutti imparato, sia dalla nostra conoscenza della Bibbia, sia dalla nostra propria relazione con Lui, che Dio, che ha creato il tempo, lo vuole usare alla sua gloria.

Alla fine del 2017, dobbiamo riflettere sulle sue benedizioni ricevute durante l’anno che si sta chiudendo e su ciò che abbiamo fatto per Lui. Vediamo subito che ogni sua promessa è stata adempiuta, ogni sua benedizione ci è arrivata al momento del nostro bisogno, ogni incoraggiamento quando eravamo tentati a scoraggiarci.

Spesso, durante il 2017 nel nostro servizio, Egli ha usato le tue preghiere e i tuoi doni per sollevarci qui alla VOCE e permetterci di andare avanti in trionfo e con gioia per un altro mese. GRAZIE a te! Soprattutto, GRAZIE a Lui!

Con il suo e il tuo aiuto, stiamo entrando nel 60° anno della pubblicazione della Voce del Vangelo: un traguardo che Maria Teresa e io non potevamo lontanamente prevedere. Siamo arrivati qui senza il sostegno di organizzazioni o sponsor facoltosi, ma soltanto con LUI e con te!  Comprendi perché siamo nella gioia e pieni di gratitudine? “Gli abitanti delle estremità della terra tremano davanti ai tuoi prodigi; tu fai sgorgare canti di gioia dall’oriente all’occidente” (Salmo 65:8). 

Canta e rallegrati anche tu con noi per la fedeltà del Signore nella tua e nella nostra vita! Andiamo verso il nuovo anno con fiducia, consapevoli delle nostre responsabilità, dei bisogni e delle possibilità spirituali che si presenteranno davanti a noi. Pensiamo a nuove pubblicazioni che il Signore ci permetterà di preparare. Pensiamo alla ristampa di alcuni libri e libretti, per ora fuori catalogo, che il Signore ha usato in modo potente in Italia, e che, siamo certi, benedirà di nuovo nel 2018.

Abbiamo anche grandi speranze per La Voce del Vangelo, dopo le migliaia di copie ordinate e distribuite quest’anno da tanti. L’edizione speciale evangelistica “Conta solo la verità” del 2017 è stata apprezzata da molti, come anche i numeri mensili regolari della VOCE di cui hanno richiesto copie extra da passare agli amici. Senza dimenticare le edizioni speciali degli anni passati che, a fronte di un ordine, abbiamo potuto ristampare per l’evangelizzazione e per l’edificazione dei credenti. Veramente, la Parola di Dio è sempre fresca, sempre potente, porta sempre nuova luce e nuova vita dovunque sia predicata e distribuita fedelmente!

Grazie a te e a tanti di voi che avete accettato il nostro invito a fare un’offerta per contribuire alle spese di produzione mensili della Voce del Vangelo. Negli ultimi 10 anni l’abbiamo pubblicata e spedita senza un prezzo di abbonamento, come un nostro contatto regolare con te, un incoraggiamento nella crescita spirituale e come spunto per la tua evangelizzazione. Abbiamo capito quanto voi tutti siete vicino a noi!

Che il Signore ti riempia di gioia in questa stagione, aumenti la tua fede, porti frutti abbondanti nella tua testimonianza e vita spirituale e ci permetta di camminare nel 2018 vicini gli uni agli altri.

Per l’Associazione Verità Evangelica e La Voce del Vangelo, ti auguriamo un Nuovo Anno pieno di nuove benedizioni,

Guglielmo Standridge,
Davide Standridge,
Erkki Sillanpää,
Filippo Tarantino,
Katia Mari,
Loredana Oglialoro

P.S.: Una nota personale da Guglielmo

Dopo oltre 60 anni di residenza a Roma, dedicati alla Voce, alla Chiesa Berea e al ministero in ogni parte dell’Italia, il Signore mi sta guidando, principalmente per motivi di età e di salute, a trasferirmi a Milano, presso mio figlio Daniele e la sua famiglia. Sarò ancora in contatto continuo e contribuirò al lavoro dell’ufficio a Roma, ma limiterò il mio viaggiare. Per contattarmi, puoi usare il mio indirizzo e-mail e il mio numero telefonico personale. Avrò sempre molto piacere di avere le tue notizie e di pregare per te.

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La VOCE novembre 2017

Che bella sorpresa!

Ogni volta che tornavo da un viaggio, c’erano i miei figli alla porta ad aspettarmi con trepidazione. Mi faceva piacere quel loro entusiasmo spontaneo. Per dire il vero, in quei momenti, più che di rivedere me, erano eccitati di scoprire quello che gli avrei portato. Le loro espressioni di sorpresa mentre aprivano i regali erano impagabili. Non si aspettavano di ricevere cose straordinarie, ma solo qualcosa di nuovo.

I regali, particolarmente quelli inaspettati, hanno il potere di cambiare il nostro stato d’animo. Ci fanno sentire amati e importanti e per questo possono incoraggiarci, ma anche spronarci a continuare ad andare avanti con più slancio. Il più delle volte, però, l’effetto svanisce presto. Ma se il dono è azzeccato, torna utile nel tempo e il suo valore non diminuisce.

La VOCE del VANGELO vuole essere proprio questo per ognuno dei nostri lettori. Non una sporadica sorpresa, ma un dono pensato e studiato per te, a cui puoi tornare ogni volta che ne hai bisogno.

L’anno prossimo La VOCE del VANGELO compie 60 anni. In tutti questo tempo non è cambiata, è sempre la stessa!

Il formato, naturalmente, è diverso; all’inizio era tutta in bianco e nero (qualcuno dei nostri lettori se lo ricorderà ancora?), mentre adesso è a colori. Alcuni hanno un po’ di nostalgia di quando era più grande e con più pagine, prima dell’avvento dell’Internet e dei tablet che hanno influito sul nostro modo di leggere. Il contenuto della VOCE, però, continua a seguire gli stessi identici principi che avevano spinto Guglielmo e Maria Teresa Standridge a fondarla nel 1958!

Chi l’avrebbe detto che un giorno avremmo avuto accesso diretto e quasi illimitato a qualunque tipo di informazione! Se abbiamo bisogno di sapere come preparare una torta danese a undici strati, o come investire meglio i nostri soldi oppure come vivere sani e felici, basta fare una ricerca su Internet e in un attimo abbiamo più risposte che potremmo mai voler leggere.

Ma oggi, proprio come sessant’anni fa, ci sono anche le fake news, informazioni fasulle. Ci sono tante voci che vogliono sussurrarci nelle orecchie opinioni diverse. Per qualunque argomento, le idee sembrano moltiplicarsi all’infinito, ma la realtà è che spesso sono solo opinioni e nient’altro. Opinioni, però, che in certi casi, se accolte, hanno conseguenze disastrose. Anche eterne!

Solo la Bibbia non propone opinioni ma offre la verità assoluta.

Forse mai come prima, in tutto il mondo la verità assoluta è sotto attacco calcolato e deliberato. Hai notato anche tu come a ogni livello, un pezzo per volta, si cercano di screditare e smontare valori etici e morali assoluti, particolarmente quelli che si basano sulla fede giudeo-cristiana? Come credenti biblici, siamo convinti che è il nostro compito tenere alta la Parola di Dio ed esporre accuratamente la sua verità che non cambia mai.   

La Parola di Dio è uno specchio: rivela la nostra vera condizione davanti a Dio (Giacomo 1:22-25). È cibo spirituale che ci fa crescere sani nella fede e nella vita pratica (1 Timoteo 4:6). È una luce che illumina il cuore e l’intelletto e dirige il nostro cammino (2 Pietro 1:19). Come una spada penetra nell’intimo e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore (Ebrei 4:12). È un martello che spezza il nostro cuore indurito e acqua che purifica le nostre vite (Tito 3:3-7). Insegna a essere più simili a Cristo e come vivere piacendo a Dio in ogni cosa (Tito 2:11,12). In tutto il mondo non c’è nulla di
simile o più utile di essa.

Ma il quadro che la Bibbia rivela sull’essere umano è completamente diverso da quello che le teorie e filosofie moderne insistono a propinare. Ecco il motivo per cui La Voce del Vangelo continua a essere guidata solamente dalle verità bibliche, perché conoscere la verità su Dio e su se stessi è assolutamente vitale per l’uomo. I pensieri di Dio sono diversi da quelli degli uomini; l’uomo lasciato a se stesso, senza la Parola di Dio, sarà sempre una pecora errante senza pastore, in balia delle opinioni ingannatrici del mondo.

La Parola di Dio, oltre a rivelarci la verità su Dio e su noi stessi, ha anche le soluzioni ai nostri problemi. Come affrontare le malattie e le catastrofi che fanno parte della vita? Come costruire un matrimonio che funzioni? Come educare con saggezza i figli nelle varie età? Come comportarsi sul lavoro? Da cosa si riconosce una chiesa sana? Come farne parte senza rovinarla?

Per ogni domanda pratica della vita cristiana la Bibbia ha la risposta giusta. Da oltre mezzo secolo la Voce del Vangelo tratta molti di questi soggetti offrendo principi biblici da applicare a ciascuna situazione.

Dalle lettere dei nostri lettori negli anni sappiamo che ci sono dei credenti che vivono isolati senza una chiesa sana vicino. Per loro La VOCE è un refrigerio nel proprio deserto, un punto di riferimento costante. Altri, con molto dispiacere, stanno affrontando la realtà di una chiesa locale sommersa da problemi.

Ovunque tu sia, la VOCE è tua. Noi scriviamo per te. Non abbiamo la presunzione di sapere tutto, ma se hai una domanda sulla fede, scrivici e cercheremo insieme le risposte bibliche al tuo problema. E chissà, potrebbe diventare l’argomento di un numero futuro della Voce.
E se hai trovato un numero della VOCE utile e di aiuto perché non ordinarne altre copie da distribuire? Te le invieremo gratuitamente. Chiamaci allo 06-700.25.59.

C’è ancora un altro motivo che ci spinge a scrivere fedelmente la Voce del Vangelo ogni mese: siamo circondati da persone che non conoscono il Dio della Bibbia, che non hanno mai capito la grazia che si riceve attraverso il sacrificio di Gesù Cristo. Con queste persone in mente, ogni anno prepariamo un numero speciale interamente rivolto a loro, e lo proponiamo ai nostri lettori come uno strumento per spiegare la salvezza eterna in Cristo. Se non siamo noi a parlarne, chi lo farà?

Tutti i numeri speciali di evangelizzazione sono sempre disponibili per ordini e possono essere personalizzati secondo le tue esigenze. Puoi leggerli in anteprima sul nostro sito seguendo questo LINK.

La nostra speranza è che la VOCE del Vangelo sia per te un dono preannunciato e puntuale, e che tu possa leggerla con gioia ed esserne benedetto.

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La VOCE ottobre 2017

Gente presuntuosa fa venire i nervi. È curioso come un arrogante risulti antipatico a tutti tranne che a se stesso. In banca, al bar, al mercato, in TV ci vuole poco per capire se uno si crede migliore degli altri. Ma Dio resiste agli orgogliosi; resiste a chiunque sia persuaso di essere giusto e disprezzi gli altri. Gesù l’ha illustrato in modo eloquente nella sua parabola del fariseo e del pubblicano, in Luca 18:9-14.

  • Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana, pago la decima su tutto quello che possiedo”.
    Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!”
    Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato, ma chi si abbassa sarà innalzato.

Potrei metterci la mano sul fuoco che, se sei come me, tra i due, pensi di assomigliare al pubblicano. Anzi, me lo auguro. Ma è ora di riconoscere e stanare il fariseo che si nasconde in noi!

Io sono come te

È nella natura umana paragonarsi agli altri. Impariamo a farlo sin da piccoli. Chi è il più bravo? Chi la più bella? Chi ha più successo? Chi ha più amici? Logicamente io! E se così non fosse, per sentirci migliori, con sorprendente disinvoltura tiriamo in ballo tutti i difetti immaginabili dell’altro. Non necessariamente arriviamo a farlo a parole; il più delle volte ci basta averlo pensato.

Sarebbe riduttivo dire che il problema tocchi solo i nostri rapporti con gli altri. In realtà, riguarda principalmente la relazione che abbiamo con Dio.

Nella sua parabola, Gesù sta mettendo in evidenza non le differenze tra i due personaggi, ma il diverso rapporto che i due hanno con l’Iddio santo dell’universo.

Siamo tutti d’accordo che per poter avere un rapporto con Dio bisogna essere come il pubblicano: bisogna riconoscere il nostro peccato e chiedere che Dio, nella sua grazia, ci perdoni e ci offra la perfetta giustificazione in Cristo. Lo dice la Bibbia e ci crediamo. Ma dobbiamo domandarci se questa convinzione si veda anche nella nostra vita quotidiana.

Giorno per giorno le nostre reazioni, gli sguardi e i commenti rivelano quello che effettivamente pensiamo di noi stessi e degli altri. E, di conseguenza, mostrano la vera natura del nostro rapporto con Dio.

Ovviamente il problema è più grave di quanto ci rendiamo conto!

Basti pensare ai commenti che si fanno sugli altri in famiglia, su Facebook o addirittura in chiesa. Non eccedono certo in grazia. Perfino sui blog e nei libri oggi il tono è negativo rasentando a volte la cattiveria.

A Dio non sfuggono questi atteggiamenti sprezzanti e sa bene quello che si annida nei nostri cuori. Gli altri potrebbero anche non accorgersi dei nostri sentimenti, qualcuno potrebbe perfino incoraggiarci nei nostri modi di fare altezzosi, ma Dio ne è profondamente disturbato.

Sai perché? Perché sentendoci superiori, non disprezziamo solo i nostri simili, stiamo anche disprezzando l’opera di Dio nella nostra vita!

Se abbiamo creduto alla verità, se siamo diventati dei figli di Dio, non è per merito nostro. Paolo lo afferma chiaramente: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:7,8).

Non si è credenti per opere né meriti di alcun tipo. La salvezza è un dono. Non eravamo mica propensi o disposti a credere più di altri!

Infatti Paolo, sotto l’ispirazione di Dio, scrive: “Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri” (Efesini 2:1-3).

Eravamo proprio come tutti gli altri; avevamo gli stessi desideri, seguivamo la stessa guida (Satana) e vivevamo anche noi per soddisfare i nostri desideri. Eravamo ribelli, incapaci di desiderare e di fare il bene.

Troppo spesso il nostro pio disdegno per i peccati e il cattivo comportamento degli altri cela la triste realtà che non abbiamo capito che essere nati in Italia, nella nostra famiglia o in un Paese dove c’è libertà religiosa, non è mica merito nostro. Essere stati esposti alla Parola di Dio che ci ha condotti alla fede in Cristo, è opera esclusiva di Dio, senza nostro merito.

È un fatto che dovrebbe spingerci a rivedere il modo in cui parliamo della nostra fede agli altri. Il nostro proclamare le verità divine deve scaturire dalla piena consapevolezza della grazia immeritata che ci è stata data.

Ma magari il nostro peccato fosse solo questo!

Purtroppo c’è un altro aspetto nefasto del nostro orgoglio, che però tendiamo a minimizzare. Anzi, per alcuni è proprio un motivo di vanto. È la critica.

Tra credenti in generale, tra le chiese locali e tra le denominazioni evangeliche siamo sempre pronti a criticare.

Adesso mi dirai: “La verità va creduta e difesa e coloro che si sviano dalla verità e abbracciano l’errore vanno smascherati!” Assolutamente!

Ma aspetta… La verità va certamente studiata, accettata e difesa, quindi non è questo il problema.

Il problema è l’atteggiamento con cui lo si fa. Perché proprio come non è merito mio se sono diventato un credente, non è merito mio neppure quello che ho capito della Parola di Dio!

Paolo scriveva ai corinzi: “Ora, fratelli, ho applicato queste cose a me stesso e ad Apollo a causa di voi, perché per nostro mezzo impariate a praticare il non oltre quel che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio esaltando l’uno a danno dell’altro. Infatti, chi ti distingue dagli altri? E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4:6,7).

La chiesa di Corinto, divisa in fazioni, con alcuni che si stimavano più spirituali degli altri, aveva bisogno di sentirlo dire chiaro e tondo. E noi oggi dovremmo dirlo a noi stessi proprio così: Chi ti credi di essere? Quello che hai, quello che sai e quello che hai capito non è mica merito tuo!

Ogni volta che ci atteggiamo come se avessimo dei meriti, stiamo di fatto offuscando l’opera di Dio; forse non ce ne rendiamo conto, ma stiamo usurpando il suo posto. Quando cerchiamo di promuovere il nostro valore personale tra i credenti abbiamo dimenticato che è stato Dio, non noi, a cominciare una buona opera in noi e che è Lui che la porterà a compimento (Filippesi 1:6). L’avviamento di questa buona opera, il suo progresso nel tempo e il suo compimento è, dall’inizio alla fine, opera esclusiva di Dio senza merito nostro.

Tra le chiese, si pecca nel modo in cui vengono espresse le critiche una nei riguardi dell’altra, quando si mira a mettere in risalto la propria superiorità piuttosto che l’opera di Dio. E nascono le contese.

Ma non fraintendermi: non sto dicendo che le differenze dottrinali non abbiano importanza. No, dobbiamo tutti ricercare, difendere e proclamare la sana dottrina. Sto dicendo che dobbiamo fare attenzione a non essere farisei nel farlo. Non dobbiamo arrogarci dei meriti che non sono nostri.

Giacomo ci ricorda qualcosa di importante sulla sapienza: “La saggezza che viene dall’alto anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace” (Giacomo 3:17,18).

Mi sembra che il modo in cui vengono espresse le critiche – o le differenze – non rispecchi l’atteggiamento che Dio richiede: la convinzione che è solo per merito suo se abbiamo capito e creduto alla verità.

Il disprezzo, la mancanza di perdono, la critica, il troncare i rapporti, l’odio (il non amare è una forma di odio!) e qualunque altro atteggiamento che ci fa sentire superiori agli altri sono le caratteristiche del fariseo nella parabola di Gesù.

Voglio essere come il pubblicano e riconoscere di aver peccato ed essere consapevole della grazia di Dio immeritata. La posta in gioco è il mio rapporto con Dio stesso!

Che sia evidente, quando proclameremo e difenderemo la verità, che non abbiamo merito alcuno. E che possiamo essere sempre pronti a tornare alla Parola di Dio per capirla meglio, per non trovarci a difendere con l’orgoglio le nostre tradizioni o posizioni denominazionali.

Che si dia umilmente ogni merito a Dio per quello che abbiamo capito.

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La VOCE settembre 2017

La gente ha un modo avventato di scherzare su cose di cui non ha la più pallida idea di come siano, cose che dovrebbero essere trattate con massima serietà. Prendi per esempio le barzellette su uno che si presenta alle porte del paradiso e trova San Pietro ad attenderlo… Ammetto che alcune di queste mi hanno fatto ridere, ma il destino eterno delle persone non è affatto qualcosa su cui scherzare: è una questione di vita o di morte.

Forse anche tu, parlando della tua fede a qualcuno, gli avrai domandato cosa risponderebbe a Dio se gli chiedesse per quale motivo dovrebbe farlo entrare in paradiso. È un’ottima domanda che, se affrontata con la serietà che gli è dovuta, apre la possibilità di presentare il vangelo in modo chiaro.

Come credenti, sarà Dio stesso a darci il benvenuto quando ci presenteremo davanti a Lui, ma pensando a quel momento, non ho mai trovato nessuno che vorrebbe sentirsi dire: “Ce l’hai fatta per un pelo, mio carnale servitore! Entra nella gioia del tuo Signore per il rotto della cuffia…”
Oppure: “Sei qui, mio zoppicante servo?! Beh, entra per miracolo nella gioia del tuo Signore.”

Vorremmo, invece, sentirlo dire: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:23). Solo che per essere accolti in cielo in questo modo, bisogna prima essere servi buoni e fedeli.
Sai quali sono le caratteristiche di chi sarà il benvenuto alla gioia del suo Signore?

Sarai il benvenuto?

“Non chiunque mi dice: «Signore, Signore!» entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?» Allora dichiarerò loro: «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!»” (Gesù in Matteo 7:21-23).

Parole durissime, sorprendenti e perfino agghiaccianti.

Mi auguro che non dovrai mai udire con le tue orecchie il rigetto di Dio perché avevi pensato che la tua fosse una vita religiosa che Lui approvi, senza esserti mai reso conto che quel dio in cui avevi creduto era fittizio, frutto delle idee umane, creato a tua immagine e piacimento, e che non ha nulla a che vedere con il Creatore che si è rivelato nella Sacra Bibbia.

Oggi sembra che abbiamo accettato come normale che la maggior parte dei credenti sia carnale, immatura e che non sappia nemmeno cosa vuol dire essere consacrati al Signore.

Nei nostri incontri, spesso quando qualcuno apre la Bibbia per vedere cosa richiede Dio ai suoi, cominciamo subito a tirar fuori mille motivi per cui non ci è possibile raggiungere quel tipo di standard (santo!) che Dio esige: Siamo umani, siamo deboli, siamo imperfetti… E così ci troviamo sempre a giustificare il nostro comportamento e i nostri compromessi.

Nelle chiese ormai, le mosche bianche sono quei rari credenti che servono Dio fedelmente. Li osserviamo e, dentro di noi, li invidiamo per il modo in cui vivono la fede. Vorremmo essere come loro, ma ci sembra poco realistico.

Poco realistico!? Tu glielo diresti a Gesù che le sue richieste nei tuoi confronti, cioè lo standard di santità e di perfezione che Egli esige dai suoi seguaci, è irragionevolmente alto? Che è impossibile vivere così?

Stava forse esagerando quando ha detto che per seguirlo bisogna perdere la propria vita? E quando ha affermato che bisogna abbandonare tutto per essere suoi discepoli, l’ha fatto solo tanto per dire? Allora, quando la Bibbia definisce i credenti come degli schiavi di Cristo, sono solo espressioni pittoresche e suggestive, da non prendere alla lettera?

Forse è duro parlare così, anzi sicuramente lo è. Ma mi preoccupa che molti, troppi cristiani non stanno vivendo i benefici della vita del credente previsti da Dio. Potrebbe essere che questo sia collegato al concetto che uno ha dello standard di Dio?

riposo, pace e soddisfazione

“Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo” (Matteo 11:28).
“Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Giovanni 14:27).

Stai vivendo il riposo che Gesù ha promesso?

La gente, osservandoti, direbbe che la tua quotidianità è satura di una pace non comune?

Sei una persona soddisfatta? È viva in te quella soddisfazione che Gesù ha promesso ai suoi? Egli ha detto che “chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna” (Giovanni 4:14).

Queste sono solo tre delle numerose promesse che Dio ha fatto ai suoi figli nelle Sacre Scritture. Proprio queste ci aiutano a valutare come sta andando la nostra vita.

Se la pace, il riposo o la soddisfazione sono assenti dalla nostra vita di credente, è un sintomo di qualcosa che non va. Ma la domanda fondamentale che ci dobbiamo porre è se siamo veramente figli di Dio. Se lo siamo, perché mai accontentarci di una vita cristiana sub-standard e perdere tutti i benefici previsti da Dio, mentre scansiamo le nostre responsabilità come credenti?

ESSERE O NON ESSERE

Nella sua prima lettera, l’apostolo Giovanni presenta almeno tre caratteristiche dei veri figli di Dio. Le presenta proprio perché possiamo valutare se siamo salvati o no.

Eccole: i figli di Dio amano la sua Parola, amano la purezza, e amano i credenti.

I servitori buoni e fedeli hanno queste tre caratteristiche e, anche se imperfetti persino nel desiderarle, le desiderano sempre di più nella loro vita.

Amare la Parola

Amare la Parola di Dio non vuol dire “provare un sentimento” particolare verso quello che Dio ha detto. Piuttosto la Bibbia descrive l’amore del credente per le Scritture come una vera dipendenza da esse, una necessità assoluta.

A un neonato affamato non importa se gli dai il ciuccio, se lo culli o se cerchi di farlo giocare: niente lo può distrarre da quel suo bisogno impellente di mangiare.

Pietro scrive: “Come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono” (1 Pietro 2:2,3).

Hai gustato che il Signore è buono? Se sei credente, desidererai la Parola di Dio perché è l’unico modo per crescere spiritualmente, per diventare cioè dei buoni e fedeli servitori.

I figli di Core cantavano: “Come la cerva desidera i corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente; quando verrò e comparirò in presenza di Dio?” Non si facevano distrarre dalle cose della vita, anzi, la vita stessa era diventata il motivo per cui loro non potevano fare a meno della Parola di Dio (Salmo 42:1,2)!

E come non ricordare le parole di Davide nel Salmo 19: “La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli” (vv. 7-11)!

Un figlio di Dio ama conoscere la Parola di Dio e desidera metterla in pratica; la legge, la medita, la studia e vuole essere istruito da essa.

Amare la purezza

Conoscere Dio e la sua Parola spingerà il servo buono e fedele a riconoscere sempre di più la propria peccaminosità e a bramare la purezza. Lo standard per il servo fedele è alto!

Pietro ce lo ricorda: “Perciò, dopo aver predisposto la vostra mente all’azione, state sobri, e abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della rivelazione di Gesù Cristo. Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell’ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo» (1 Pietro 1:13-16).

Il vero figlio di Dio non si illude di essere perfetto. Anzi, crescendo nella fede comprende sempre meglio la santità di Dio e perciò prova tristezza e disgusto per il proprio peccato. Lo confessa e abbandona e protende sempre di più verso lo standard di Dio. Non si rassegna a essere carnale; al contrario ne è profondamente disturbato.

Amare i fratelli

Ogni buono e fedele servitore di Dio partecipa attivamente alla vita della comunità di credenti, dove Dio l’ha messo, per il suo progresso spirituale. Non è possibile vivere una sana vita cristiana e rifiutare al tempo stesso il ruolo della chiesa locale. Sento già le proteste: le chiese sono a pezzi… i credenti sono un pasticcio… sono stato troppo ferito… non ci sono chiese sane…

Un credente che non frequenta una chiesa, si sta privando di quei benefici vitali che Dio ha stabilito che siano a nostra disposizione in modo esclusivo proprio nella chiesa locale. Nella chiesa locale si cresce nella santificazione, s’impara ad amare e perdonare i fratelli e servire gli uni gli altri, si è consolati e incoraggiati, ammoniti e corretti.

Nella chiesa locale il tuo progresso spirituale è sotto gli occhi di tutti.

Infatti la chiesa è talmente importante agli occhi di Dio, che il rapporto che si ha con i propri fratelli in fede può addirittura rivelare se si è credenti o meno! Giovanni dice perentorio: “Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre” (1 Giovanni 2:9). Odiare può sembrare una parola pesante, ma non amare tuo fratello è odiarlo agli occhi di Dio.

Forse non c’è una chiesa sana sotto casa tua, ma la distanza non è un motivo valido per non frequentarla. Lo sforzo extra che devi fare è per il tuo bene! Senza la comunione con altri credenti, sei più vulnerabile e ti esponi a molti attacchi del nemico. Anche il tuo modo di pensare diventa facile preda di astute ideologie antibibliche. Quando si è soli e isolati, è solo questione di tempo che comincerai a cedere sotto la pressione costante del mondo. 

Essere testimoni

La chiesa locale è anche il luogo dove i servitori fedeli si mescolano, interagiscono e collaborano per il profondo desiderio e obiettivo che li unisce: quello di vedere il progresso del vangelo nella vita gli uni degli altri.

Un servo buono e fedele testimonierà di Cristo. Celebrare Dio davanti agli uomini sarà naturale quando ami la Parola di Dio, ami la purezza e ami i fratelli. Ma attenzione! Stiamo parlando di servi fedeli. Troppo spesso si vuole forzare servi malvagi e fannulloni (Matteo 25:26) a essere testimoni della fede (o a rappresentare gli evangelici in generale) senza rendersi conto che l’infedeltà non è nel non testimoniare, ma nello stile di vita macchiata da compromessi.

Non accontentarti di restare immaturo nella tua fede. L’immaturità duratura e la carnalità sono un grande campanello di allarme: forse non si è affatto dei servi! È tempo di rivalutare ogni scelta che facciamo e prepararci per il giudizio di Dio che arriverà inesorabile: “Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio? E se il giusto è salvato a stento, dove finiranno l’empio e il peccatore?” (1 Pietro 4:17,18)!

Nel frattempo, non essere servi fedeli ci fa perdere incredibili benedizioni.

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La VOCE luglio 2017

“Scendi giù dalla sedia, Elena, prima che ti farai male!”
“Gigi, portami subito quel coltello! Non è un giocattolo!”

No, non ho intenzione di parlare di bambini. Neanche a dei bambini. Mi spiegherò meglio fra un momento.

“Pietro, per piacere, ascoltami. Fa’ come ti dico. Togliti di là! È pericoloso stare in mezzo alla strada. Attento che può arrivare un grosso camion!”
“Vuoi fare piacere a mamma, vero, Sabrina? Non è bello disobbedire. Vieni e ti darò una caramella. Tu la vuoi la caramella, non è vero? Allora, ubbidisci subito! Mamma ti vuole tanto bene. Quando dice una cosa, è perché ti vuole bene, non credi?”

“Va bene, ora conto fino a dieci e vediamo se, quando arrivo a dieci, la vuoi ancora. Fallo capire a mamma. Poi faremo una bella passeggiata.”

No, non voglio parlare di bambini. Ma di te e di me.
E del linguaggio che usiamo tutti i giorni. Ne fanno parte verbi come correre, comprare, leggere, ascoltare e tanti altri. Usiamo questi verbi, quando serve, come imperativi, cioè comandi. Vieni! Corri! Smetti! Ascoltami! Non farlo!

Gli imperativi sono utilissimi. Servono per aiutare una persona in difficoltà. Per proteggerla. Per istruirla. Insomma, non possiamo farne a meno.

Salvo che fra credenti! Non si usano fra credenti.
Particolarmente sono da abolire totalmente dai sermoni!

Oggi, non vanno più gli imperativi

Non vanno più in casa, ai figli. Non vanno più a scuola. Non vanno più sul lavoro. Ma soprattutto, non vanno più in chiesa.

“Ma chi si crede di essere per dettarci legge su dove non andare, cosa non fare, cosa non dire? Ci manca solo che ci dica a cosa non pensare!!”
“Ma va’ là, non è mica un comandamento, solo un consiglio…”
“Se mi serve un consiglio, lo chiederò io!”

Hai notato anche tu che molti preferiscono una chiesa dove ognuno è libero di fare quello che gli pare? …Dove delle volte regna una certa confusione e ci si offende facilmente. …Dove si bada poco al comportamento, non solo dei bambini, ma anche dei grandi e addirittura dei responsabili.

Nell’insegnamento si cerca di evitare di parlare di doveri e del prendere impegni o di assolvere a quelli presi. E si arriva perfino a distorcere la dottrina per giustificare queste rilassatezze. Si afferma: “Non siamo mica più sotto i comandamenti dell’Antico Testamento! Non siamo salvati per opere ma soltanto per grazia!”

Parlare di impegni e doveri non è forse un chiaro ritorno alla schiavitù della legge? Sarebbe come cercare di meritare la grazia con la nostra ubbidienza. O guadagnare la salvezza combattendo la nostra carnalità.

In altre parole, alcuni temono che tutti questi obblighi e divieti non fanno altro che portare il credente lontano dalla guida e l’influenza dello Spirito Santo per sprofondare nel vecchio tradizionalismo, nell’arido legalismo e conformismo, nel puro fariseismo dal quale Gesù ci ha liberati!

Ma per difenderci dal legalismo, è lecito, logico e necessario trascurare o buttare via tutti i verbi col significato imperativo dalla Sacra Bibbia?

Nelle Scritture, Gesù e gli apostoli non ci hanno lasciato migliaia di insegnamenti, istruzioni, avvertimenti ed esempi chiari, proprio allo scopo di insegnarci ciò che dovremmo e che non dovremmo fare come credenti maturi?

Quando Paolo ha tuonato contro l’eresia che vorrebbe la chiesa ancora sottomessa alla legge di Mosè, era per dire che ora i credenti sono liberi di uccidere, di commettere adulterio e tante altre cose prima vietate? Che il credente può rifiutare ogni “imposizione moralistica” e vivere liberamente da nuova creatura, mettendo in pratica solo quello che lo Spirito Santo gli fa “sentire” intimamente nel suo cuore?

Il nostro rapporto con Gesù descritto da Lui

“Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti.” “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14:15,21).
“Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore” (Giovanni 15:10).
“Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando” (Giovanni 15:1).
“Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi [pesanti, oppressivi]” (1 Giovanni 5:3).

Questi versetti mi ricordano un commento che mia moglie, Maria Teresa, ripeteva spesso mentre leggevamo insieme la Bibbia: “È proprio vero che, nella Bibbia, Gesù e gli apostoli non davano delle «opinioni» o dei «consigli». Sono sempre istruzioni imperative.”

Ma... Dio lo sache sono vietati i divieti?

Vediamo un po’ qualche divieto nella Bibbia, ma senza spaventarci troppo.
“Ti scongiuro, davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti: non fare nulla con parzialità” (1 Timoteo 5:21).
Non ricevere accuse contro un anziano, se non vi sono due o tre testimoni”
(1 Timoteo 5:19).
Non imporre con troppa fretta le mani a nessuno, e non partecipare ai peccati altrui” (1 Timoteo 5:22).
“Questo dunque io dico e attesto nel Signore: non comportatevi più come si comportano i pagani nella vanità dei loro pensieri” (Efesini 4:17).
“Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri. Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira e non fate posto al diavolo” (Efesini 4:25-27).
“Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (v. 28).
Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca” (v. 29).

A proposito della legge, Paolo scrisse: “Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia” (Galati 5:4). Ubbidire a qualsiasi legge o comandamento per essere salvati per i propri meriti, o per essere “più” salvati, è un rifiuto della grazia!

Ma Paolo, riconoscendo anche che il cuore umano è ingannevole, ha precisato: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne” (Galati 5:13). Essere liberati dalla legge di Mosè quale mezzo di salvezza non significa essere liberi di trascurare i chiari comandamenti del Nuovo Testamento riguardo alla vita pratica e santa del credente.

No! I verbi in forma imperativa vogliono dire: “Fate così e non fate cosà!” Servono per la nostra crescita, per una vita di consacrazione a Dio e per la nostra protezione. Ascoltiamo la voce dolce e chiara del nostro Padre celeste quando ci parla.

Facciamo attenzione, e ubbidiamo, quando il nostro Fratello maggiore e il nostro Signore ci avverte di ciò che è, o non è, per il nostro bene.   

Guglielmo Standridge

Imperativi... impopolari

Autorità civili 
– Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori... – ROMANI 13:1
– Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore, l’onore a chi l’onore. – Romani 13:7

Coerenza spirituale
– Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. – 1 Giovanni 4:20

Ministero della parola
– Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio... – Giacomo 3:1

Sfera sessuale
– Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà; poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adùlteri. – Ebrei 13:4

Vita coniugale
– Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; … Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa … – Efesini 5:22,25

Soprusi e abusi
– Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; ... Anzi, “se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo”. – Romani 12:19,20
– Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno? Invece siete voi che fate torto e danno; e per giunta a dei fratelli. – 1 Corinzi 6:7,8

Tirchieria e ozio
– Da’ a chiunque ti chiede, e a chi ti toglie il tuo, non glielo ridomandare. – Luca 6:30
– Infatti, quando eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare.  – 2 Tessalonicesi 3:10

 

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La VOCE giugno 2017

Quando ricevi una brutta notizia è come se ti dessero una botta in testa o un pugno nello stomaco.
“Signora, mi dispiace, ma suo marito ha il cancro.”
“Purtroppo, vostro figlio ha la sindrome di Hunter.”
“Non c’è dubbio: si tratta di sclerosi multipla.”
“L’aereo è precipitato e non ci sono superstiti.”

E tu sai che quella che ha la sclerosi multipla è tua figlia, o che sull’aereo precipitato c’era un tuo caro amico, o che l’uomo col cancro è il marito con cui hai passato trent’anni della tua vita. E mentre il tuo bambino con la sindrome di Hunter ti sembra perfettamente normale, sai perfettamente che non lo è e che sarà un problema finché vive o finché vivrai tu.

Hai l’impressione di essere in un brutto sogno. E ti rifiuti di credere che quello che ti dicono sia vero.
Ma è vero.
E allora comincia la corsa.
Dottori. Esperti. Psicologi. Cure alternative. Speranze. Disperazioni. Alti e bassi.

E poi, se crediamo in Dio, oltre che ai medici e agli specialisti, ci rivolgiamo a Lui. Ma, spesso, nella maniera sbagliata. Preghiamo, chiediamo la guarigione, o un miracolo, promettiamo, facciamo voti, cominciamo a contrattare con Dio: “Se mi dai questo, io ti dò (o ti darò) quest’altro.” E, sotto sotto, gli chiediamo, anche con una certa rabbia: “Ma perché? Perché proprio a me, a noi, a loro?”

E, mentre ci passano per la mente questi pensieri, ci sentiamo un po’ colpevoli, perché quasi non riusciamo neppure a pregare. Almeno a pregare con fede e con vera sottomissione.

Il rischio di proporre baratti o fare capricci con Dio è in agguato

Tutto questo ti suona familiare? Ci sei passato? Ci stai passando adesso? Purtroppo, se non ci siete passati, ci passerete. Perché le difficoltà, i dolori, le disgrazie fanno parte della vita e della realtà umana.

L’Apostolo Giovanni ha detto che “il mondo (cioè il sistema e la realtà in cui viviamo) giace nel potere del maligno” (1 Giovanni 5:9). Tutto quello che vediamo, tocchiamo, sperimentiamo è tarato dal male inguaribile del peccato. È cattivo, contaminato, fa male e porta del male. Un male che ci coinvolge e a cui non possiamo facilmente sfuggire.

Ma Dio lo sa e ci aspetta a braccia aperte per darci il conforto e l’aiuto di cui abbiamo bisogno. Però non corre, come un infermiere premuroso, con un tranquillante o una dose di morfina. Egli ha in mano la situazione e sa che essa nasconde delle lezioni importanti per la nostra vita. Delle lezioni a cui, una volta imparate, non vorremmo mai rinunciare.

Perciò aspetta che noi andiamo da Lui.

Egli sa che un allievo impara meglio se sa di avere bisogno del maestro e se ha voglia di capire. Come è successo anche all’Apostolo Paolo, che, dopo avere pregato tre volte per essere liberato da un male penoso, si è sentito rispondere: “La mia grazia ti basta” (2 Corinzi 12:9). E ha capito la lezione che un Dio amorevole e sapiente gli voleva dare.

Infatti, solo se ci andiamo a rifugiare fra le sue braccia, Dio ha la possibilità di rivelarsi col suo conforto e di soccorrerci veramente. Ma cosa fare quando tutto sembra crollare?

Primo, comincia con l’assicurarti di essere in una relazione con Dio per cui Egli ti può veramente ascoltare.

Sono molti quelli che, nel momento della crisi, si ricordano di Dio. Corrono in chiesa (cattolica o evangelica, secondo le preferenze), pregano, chiedono a altri di pregare, decidono di comportarsi bene da quel momento in poi, quasi per meritarsi un trattamento speciale. Queste persone capiscono poco o niente di una vera relazione con Dio. Infatti, lo considerano un po’ come un dottore, un agente delle assicurazioni, un mago. Le hanno provate tutte, e ora si rivolgono anche a Lui.

Il Signore Gesù, quando era sulla terra, ha detto molto chiaramente che una giusta relazione con Dio, per l’individuo, comincia solo con la “nuova nascita”, cioè col riconoscere di essere un peccatore senza speranza di salvezza, col capire di avere bisogno di un Salvatore e col credere personalmente in Lui con tutto il cuore, riconoscendolo come Signore della propria vita.

Allora, si entra a fare parte della sua famiglia e si comincia a avere con Dio una relazione di figli. Allora ci si può avvicinare a Dio con la certezza di essere accolti.

Sei tu in questa posizione? Hai creduto personalmente in Cristo come salvatore? Allora puoi e devi correre da Dio. E devi farlo immediatamente. Questo è il secondo passo.

La prima reazione, quando si ha una cattiva notizia, è di correre a dirlo a qualcuno. Quando il dottore al telefono mi ha detto che mio marito aveva il cancro, ero da sola in casa. Ed è stato un bene, perché ho avuto il tempo di assorbire il colpo e di parlarne subito col Signore. Se no, forse mi sarei agitata istericamente o avrei cercato di fare l’eroina con chi mi vedeva. Da sola, ho potuto farmi un bel pianto, dire al Signore che non mi sarei mai aspettata una cosa simile e essere me stessa. Fragile e onesta. Ma anche fiduciosa.

Non per niente, Egli dice di avvicinarci “al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 4:16). E il soccorso c’è stato.

Ma non basta andare da Dio. Il terzo punto è che bisogna andarci con fiducia.

Questo non vuol dire andarci con la fiducia che ci darà quello che gli chiediamo, ma che ci darà quello che è buono e utile per noi.

Ripensando alla mia esperienza, so di avere detto in preghiera al Signore che mi pareva che sarebbe stato un bene che mio marito rimanesse ancora in vita, dato che il suo ministero mi sembrava utile e importante per aiutare molti. Ma, con l’aiuto di Dio, non ho fatto la lagna e non ho pestato i piedi come invece ha fatto il re Ezechia, nel racconto dell’Antico Testamento, quando gli hanno detto che la sua malattia lo avrebbe portato alla morte.

Non è mai una buona idea fare i capricci con Dio. Ezechia lo ha fatto e la vita gli è stata allungata di quindici anni. Ma proprio durante quei quindici anni, ha generato Manasse, che è stato il peggiore re che Giuda abbia mai avuto.

La Bibbia dice: “Confida nel Signore con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri” (Proverbi 3:5,6). È importante stare attaccati a queste parole.

Quarto punto, rimani calmo, senza agitarti. A volte si corre da uno all’altro a cercare conforto, a farsi consigliare il gruppo di sostegno a cui unirsi. Oppure ci si butta nell’attività. Si dice che lo si fa per dimenticare. Mentre in realtà non si dimentica proprio un bel niente.

Invece, si dovrebbe andare avanti con la calma ricordando che Dio dice: “Fermatevi, e riconoscete che io sono Dio” (Salmo 46:10). Egli tiene le cose in mano e non si lascia prendere in contropiede.

E si imparerà a vivere un po’ su due livelli. Uno, quello delle circostanze e delle cose da fare (visite dal dottore, documenti, ricoveri, tristezze, ecc.) e l’altro quello della pace fiduciosa e dell’attesa di quello che Dio farà. Un’esperienza fantastica. Davvero!

Poi, come quinto punto, aspettati di essere confortato da Dio e dal suo Spirito.

Egli non ti manderà necessariamente degli angeli, con le ali e in camicia da notte, ma userà tanti mezzi a sua disposizione per farlo. Ti darà degli amici che pregheranno per te, che ti inviteranno a cena, che ti accompagneranno dove hai bisogno di andare, che ti faranno una telefonata per dirti che stanno pregando e che ti faranno compagnia se dovrai passare molte ore all’ospedale.

A volte ti sembrerà che le notti non passino mai. Ma verrà sempre un nuovo giorno, con nuovi conforti e nuove promesse. E, proprio durante la notte, sentirai la voce dolce e tranquilla del Signore e lo Spirito prenderà le tue preghiere e le presenterà al Padre: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili” (Romani 8:26). Non chiedermi di spiegarti come questo succede. Ti dico solo che succede!

Infine, sottomettiti alla volontà buona e sapiente di Dio. Dio ti risponderà dandoti quello che è per il tuo vero bene attuale e eterno. E quando la sottomissione è reale, il tipo di risposta diventa meno importante. Non perché la risposta sarà sempre quella che ci piace, ma perché sapremo che è la risposta di un Padre che ci ama.    

Maria Teresa Standridge
Ristampa, La Voce del Vangelo, novembre 1997

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La VOCE maggio 2017

“Da domani non dovrai lavorare più!”

Ecco le parole che molti vorrebbero sentire, sollecitati anche dalla pubblicità che promette che, se tutto va bene, giocando qualche numero fortunato alla lotteria, il suono della sveglia diventerà solo un lontano brutto ricordo.

In generale, il lavoro non piace. Qualcuno ha detto che il lunedì è il giorno più brutto della settimana ed è un peccato che un settimo della nostra vita sia speso proprio di lunedì.

Altri lavorano con fatica aspettando l’arrivo sospirato del sabato e della domenica, in cui non ci saranno capi o cappuccini con cui combattere, e considerano il lavoro come un male necessario che ci permette di pagare le bollette e i conti a fine mese.

Fra i cristiani le cose non vanno molto diversamente. Vediamo come.

Scopri la gioia di lavorare

Conosco dei credenti che sopportano il loro lavoro con la segreta speranza che, per qualche straordinario e improvviso miracolo, possa cambiare.

Altri amano il loro lavoro, e sono anche abbastanza contenti del loro stipendio, ma non amano le persone con cui devono lavorare. Trovano anche che i loro superiori sono spesso troppo esigenti o di cattivo umore.

Il tuo datore di lavoro, com’è? Ti tratta bene? È onesto? Ti tiene nella giusta considerazione? Si rende conto di tutto quello che fai? È bendisposto verso le tue necessità?

E, soprattutto, ti retribuisce giustamente? Domanda difficile: i soldi, si sa, non bastano mai.

Ma lavorare solo per lo stipendio, soddisfa veramente? Nella misura in cui lavori per i soldi, sarai sempre deluso dall’importo che guadagni e dalla percentuale di tasse che lo accompagnano. Per esempio, sapere che da gennaio a giugno lavoriamo per pagare le tasse dello Stato, che piacere ci può dare? E adesso che l’età pensionabile s’allontana sempre più, questo drammatico carcere del lavoro sta diventando una specie di ergastolo!

Allora, forse, sarebbe meglio chiudere qui questo articolo e augurarci che Gesù ritorni presto e che, nel frattempo, avremo da soffrire il meno possibile.

Il Signore tornerà come ha promesso, e vogliamo che ci trovi pronti. Intanto, però, io devo lavorare.

E francamente, oggi il lavoro non mi pesa più. È tutto merito del mio datore di lavoro. Te lo voglio presentare, perché è uno giusto, non gli sfugge mai nulla di quello che faccio e mi dà sempre la giusta ricompensa.

Forse non tutti hanno a disposizione una piattaforma come questo giornale, per esprimere la loro gratitudine a qualcuno, ma io, da queste pagine, lo voglio ringraziare pubblicamente. E molti altri dovrebbero e potrebbero fare lo stesso, tanto più che il mio datore di lavoro è sempre in cerca di altri impiegati.

Sono riuscito a cambiare atteggiamento solo quando ho cambiato datore di lavoro. Prima avevo fatto molti lavori, ma ero rimasto sempre deluso, perché datori di lavoro come lui non ne avevo mai avuti.

Il mio datore di lavoro è Dio. E questo fa un’enorme differenza. L’apostolo Paolo invita i credenti a fare ogni cosa per il Signore, per cui il problema non è tanto cambiare lavoro, quanto cambiare le motivazioni per cui facciamo qualunque cosa.

Ti sembra un pensiero troppo riduttivo e semplicistico? Ti assicuro che è l’unico modo per avere un atteggiamento buono e per lavorare bene.

Sei più diligente quando qualcuno ti controlla? Più coscienzioso e produttivo? Con un capo umano, ti capiteranno momenti in cui penserai di poter fare quello che ti pare!

Ma se il tuo datore di lavoro è Dio, quand’è che Lui si distrae? Egli che governa ogni cosa, che darà a tutti secondo il loro operato e che ha promesso di prendersi cura dei suoi figli, pensi che cambierebbe idea e atteggiamento proprio nei tuoi confronti?

Molti credenti vanno al lavoro con le stesse motivazioni e gli stessi scopi di quelli che non amano Dio. Di conseguenza, escono dal lavoro con le stesse frustrazioni, la rabbia e l’amarezza dei loro colleghi.

Ti voglio incoraggiare a licenziarti non dal tuo posto, ma dal tuo datore di lavoro, se il suo nome non è Cristo.

Esteriormente la tua vita forse non sarà molto diversa, ma tu sicuramente starai meglio e avrai un datore di lavoro invidiabile.

Allora, cominciando da domani mattina, per chi lavorerai?

Dio ha progettato il lavoro come occupazione per l’uomo

Dio creò la prima coppia e assegnò loro un compito straordinariamente impegnativo: “Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta...” (Genesi 1:28).

La terra doveva dare loro nutrimento e fornire un ambiente perfetto in cui vivere. Coltivarla e curarla sarebbe stata una soddisfazione, un lavoro piacevole. All’inizio non erano previste né fatica, né stanchezza, né difficoltà.

Dopo la disubbidienza di Adamo e Eva e l’ingresso del peccato nel mondo, le cose cambiarono. Dio disse a Adamo: “Il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto...” (Genesi 3:17-19).

Il lavoro divenne faticoso, ma il progetto iniziale rimase. “Dio il Signore mandò via l’uomo dal giardino di Eden, perché lavorasse la terra da cui era stato tratto” (Genesi 3:23).

Più tardi, nella legge che diede a Mosè, Dio ordinò: “Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo...” (Esodo 20:9,10).

Nel Nuovo Testamento, il lavoro è considerato come un dovere e un mezzo di testimonianza: “Vi esortiamo, fratelli, ... a cercare di vivere in pace, di fare i fatti vostri e di lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato di fare, affinché camminiate dignitosamente verso quelli di fuori e non abbiate bisogno di nessuno” (1 Tessalonicesi 4:10-12).

“Se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare. ...alcuni tra di voi si comportano disordinatamente, non lavorando affatto, ma affaccendandosi in cose futili. Ordiniamo a quei tali ..., nel Signore Gesù Cristo, a mangiare il proprio pane, lavorando tranquillamente” (2 Tessalonicesi 3:11,12).

Siate imitatori di chi lavorava così

Il Signore Gesù ha lavorato anche quando non sarebbe stato compito suo (Giovanni 13:1-17).
Poco prima di morire, durante la sua ultima cena coi discepoli, nessuno aveva pensato a lavare i piedi ai commensali, come era abitudine fare. I discepoli erano impegnati a discutere su chi fosse il più importante fra loro. Non c’era un servo per fare quel lavoro, perciò il Signore prese un catino e un asciugamano e si mise a lavare i piedi dei discepoli. Diede loro un esempio di servizio umile e disse loro che, se avessero fatto come Lui, sarebbero stati beati.

Gesù faceva anche degli extra (Giovanni 21:12,13)
Dopo la resurrezione, col suo corpo glorioso, preparò un pasto caldo per i discepoli stanchi e bagnati, dopo una notte di pesca faticosa. Accese il fuoco e preparò dei pesci arrostiti. Fu una lezione di premura, di gentilezza e di tenerezza. È triste vedere certi credenti che fanno solo lo stretto necessario per il Signore. Appena è l’ora di staccare, lasciano tutto. Un lavoro che li impegna oltre il previsto, diventa un peso. Mai chiedergli qualcosa che interferisce coi loro piani!

L’apostolo Paolo ha lavorato con le sue mani per mantenere se stesso e i suoi collaboratori (Atti 18:3; 20:33-35; 1 Corinzi 4:12; 1 Tessalonicesi 2:9)
Chi lavora per il Signore ha il diritto di essere sostenuto e mantenuto dai credenti che beneficiano del suo ministero, come è insegnato sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (Levitico 7:7,34; 1 Timoteo 5:17,18). Ma Paolo non ha indugiato a usare il mestiere che aveva imparato da giovane per provvedere alle sue necessità.

Tabita lavorava per i poveri (Atti 9:36-42)
Di lei si sa solo che era una “discepola” e che faceva vestiti e tuniche per i poveri. Faceva quello che sapeva fare e lo usava per chi ne aveva bisogno. Oggi si fa presto a andare al negozio e comprare affrettatamente un regalino per qualche occasione speciale. Ma quanto è bello ricevere qualcosa da qualcuno che ti dice: “L’ho fatto io proprio per te!”.

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