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La VOCE maggio 2022

Oggi, come mai prima, la guerra è davanti ai nostri occhi. I mass media la portano nelle nostre case con una crudezza e con un realismo scioccante. Ci si spezza il cuore nel vedere uomini, donne e bambini che muoiono senza avere colpa, se non quella di essere nati in una certa nazione.

Il Nuovo Testamento aveva predetto che il mondo sarebbe stato colpito da guerre, terremoti, carestie e catastrofi sempre più gravi. Se da un lato questo è per il credente un segno del glorioso ritorno di Cristo, dall’altro è chiaro che le guerre e i terremoti producono molto dolore per tutti gli esseri umani.

Il Signore Gesù ci ha comandato di essere pronti per il suo ritorno. Un aspetto importantissimo di questa prontezza nel mondo in cui regna il male è essere dei testimoni della grazia di Dio, del suo perdono, della sua salvezza e del suo giudizio .

Lui vuole anche che siamo il “sale della terra”, in pratica che la nostra vita serva ad arginare ogni sorta di male che si manifesta intorno a noi.

In questo numero della VOCE ristampiamo un articolo pubblicato nel 1971 che è ancora molto attuale per noi mentre seguiamo gli ultimi sviluppi degli eventi mondiali. 

Davide Standridge

I doveri del credente in uno Stato moderno

Gli scrittori del Nuovo Testamento indicarono quali fossero gli obblighi dei cristiani verso le autorità costituite del loro tempo, cioè sotto una dittatura. Ma i principi da essi dettati sono ugualmente validi anche per i cittadini di una moderna democrazia. 

Quali sono dunque, le nostre responsabilità oggi? 

1. Il rispetto 

Nella sua lettera ai credenti di Roma Paolo ha scritto: “Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: … l’onore a chi l’onore” (Romani 13:7). E Pietro ha scritto: “Onorate il re” (1 Pietro 2:17). Rispettare il governo e i suoi rappresentanti significa prenderli sul serio – di solito più sul serio di quanto essi stessi non si prendano – come ministri di Dio (Romani 13:1) che devono rendere conto a Lui della responsabilità solenne che Egli ha data loro, e che perciò li riveste di grande dignità. 

Il rispetto spesso significa trattare con stima uomini che in loro stessi non sono rispettabili, per via della loro carica, senza per questo diventare servili e ipocriti. 

Questo rispetto non impedirà l’uso di qualsiasi mezzo legale e diritto che i cittadini abbiano per opporsi al governo, come Paolo che non mostrò disprezzo verso le autorità di Filippi, ma piuttosto dimostrò di rispettarle veramente, insistendo che facessero osservare i suoi diritti e perciò usassero l’autorità che era stata loro conferita (Atti 16:35 e segg.). 

E quando i capi e i loro agenti si comportano indegnamente e commettono ingiustizie, il rispetto comporterà, da parte di chi ne abbia il diritto, il rimprovero. 

Un esempio di questo è il rimprovero fatto da Giovanni Battista a Erode (Marco 6:18; Luca 3:19) sul quale Calvino commenta: “Da questo passo comprendiamo di quale coraggio fermo debbano essere armati i servi di Dio quando hanno a che fare con re e principi; poiché in quasi ogni corte prevalgono l’ipocrisia e l’adulazione. E siccome le orecchie dei principi sono state abituate a sentire sempre discorsi lusinghieri, esse non riescono a tollerare una voce che riprenda con severità uno qualsiasi dei loro vizi […] Giovanni così, col suo esempio, ha fornito un modello chiarissimo per ogni predicatore timorato di Dio, affinché non chiuda un occhio davanti ai peccati dei principi, in modo da ingraziarsene il favore, per quanto vantaggioso ciò possa sembrare.” 

2. L’ubbidienza, a meno che non comporti la disubbidienza a Dio 

È importantissimo comprendere che la parola upostàsesthai, usata da Paolo, che di solito significa ubbidire, in alcuni pochi casi, non lo significa affatto. 

In Tito 3:1 le parole “che siano sottomessi ai magistrati” sono seguite da “siano ubbidienti” (peitharchein). 

Il credente in Cristo ha l’obbligo di ubbidire al governo di cui è cittadino, ai suoi vari funzionari, e alle leggi finché queste non interferiscano con dei precisi ordini di Dio, come appare chiaro ad esempio dai passi di Atti 4:19 e 5:29 in cui gli apostoli e Pietro dissero chiaramente di dovere ubbidire a Dio anziché agli uomini. 

3. Il pagamento delle tasse 

Il testo base in cui è trattato il soggetto del tributo a Cesare è, ovviamente, Marco 12:13-17. 

In Romani 13:6 e segg. si legge: “È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio.” Il credente ha il dovere di pagare “l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore, l’onore a chi l’onore.” Infatti, egli beneficia di certi privilegi che lo Stato gli offre, della sua protezione e di certe agevolazioni. Perciò le sue tasse non sono altro che un contraccambio per ciò che riceve. 

Bisogna pagare le tasse, perché nessuno Stato può funzionare senza finanze. Rifiutare di pagare le tasse equivale, in pratica, a dire “no” allo Stato in quanto tale. 

4. La preghiera per coloro che sono in autorità 

Ecco che cosa insegnava Paolo a Timoteo: “Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità” (1 Timoteo 2:1-4).  

Questa preghiera ardente, perseverante e fatta con fede è una parte essenziale del debito che ogni credente ha verso lo Stato, sia esso indifferente dal punto di vista religioso o antireligioso, giusto o ingiusto. 

5. La testimonianza per Cristo 

Una parte essenziale dei doveri di un cristiano verso lo Stato di cui è cittadino è quella di essere un buon testimone di Cristo, sia nella vita privata che in quella collettiva della chiesa. 

Spesso questa testimonianza comporterà sofferenza. A volte la morte. Cristo ha detto: “Badate a voi stessi! Vi consegneranno ai tribunali, sarete battuti nelle sinagoghe, sarete fatti comparire davanti a governatori e re, per causa mia, affinché ciò serva loro di testimonianza” (Marco 13:19). 

Questo è veramente il servizio essenziale che il credente deve allo Stato e ai suoi rappresentanti. Per mezzo di esso, egli testimonia di tre cose: la vera dignità dell’autorità conferita loro da Cristo, i limiti della loro autorità e le promesse alle quali sottostanno. 

Nei paragrafi precedenti sono stati elencati i cinque elementi che compongono la sottomissione del cristiano allo Stato e che sono chiaramente elencati nel Nuovo Testamento. Ma gli scrittori del Nuovo Testamento vivevano sotto una dittatura, durante la quale il cittadino non aveva alcuna possibilità di condividere le responsabilità del governo. Perciò è necessario trasferire ciò che essi hanno scritto nel nostro contesto moderno se vogliamo cercare di applicare le Scritture alla nostra esperienza senza torcerle. 

È chiaro da quanto detto sopra, che il cristiano che vive in una dittatura può solo cercare di mantenere lo Stato a un certo livello di giustizia. Il credente che vive sotto una democrazia può fare molto di più e ha l’obbligo di collaborare perché lo Stato sia giusto e sia mantenuto tale. Questa è una parte essenziale del suo dovere di essere soggetto alle autorità in carica. Se si rifiuta di farlo si rende colpevole di ribellione contro i principi dettati da Dio. 

Ecco, perciò, altri quattro obblighi che il credente sincero deve comprendere vivendo in uno Stato democratico.   

6. Una partecipazione seria e responsabile alle votazioni 

Il diritto di voto deve essere esercitato spinti dal timore di Cristo e dall’amore per il prossimo. Non votare significa rinunciare alla possibilità di mantenere uno Stato giusto o di migliorare uno Stato che possa essere governato meglio. Tuttavia, si potrebbero presentare delle circostanze in cui il credente dovrebbe astenersi dal voto. 

7. Uno sforzo attento e continuo di tenersi informato sulla politica e sugli avvenimenti del giorno 

Non si può votare in maniera coerente e consapevole senza una base di conoscenza adeguata. Naturalmente secondo il suo grado di cultura, ogni cittadino potrà informarsi più o meno. A volte alcuni si sentiranno addirittura costretti a seguire più canali d’informazioni aggiornandosi sui vari argomenti per mezzo di libri, di rapporti governativi ecc. 

8. Critica del governo, delle sue leggi e delle sue decisioni alla luce del vangelo e della legge di Dio 

Si è visto che, perfino sotto una dittatura, il cittadino non deve ubbidire ciecamente, ma deve usare discernimento. In uno Stato democratico questa possibilità è accresciuta e facilitata poiché è uno dei diritti precisi del cittadino. Perciò il credente dovrà continuamente valutare le azioni del governo alla luce della Parola di Dio. Per fare ciò, naturalmente avrà bisogno di una buona conoscenza della Bibbia e dei principi spirituali contenuti nelle Scritture. 

9. Per questo cercherà sempre di approvare e sostenere le decisioni giuste e umane del governo e si opporrà a quelle che non lo sono 

Per questo il credente farà bene a servirsi di ogni mezzo legale messo a sua disposizione dallo Stato per appoggiare certe decisioni o opporsi a esse. 

Si devono poi ricordare a questo punto due altri possibili elementi della sottomissione dovuta dal cristiano allo Stato, elementi molto discussi e fortemente controversi. Essi non possono essere esauriti in un breve paragrafo, perciò mi dovrò limitare a esprimere la mia personale opinione, comprendendo che ognuno deve seguire la propria coscienza senza però contravvenire ai chiari mandati biblici. 

10. Partecipare a azioni militari, in certe circostanze e entro certi limiti, in ubbidienza alle decisioni del governo 

Il Nuovo Testamento non fornisce in nessun punto una risposta precisa alla domanda che tormenta oggi tanti credenti: “Il vero credente deve rifiutare di partecipare a azioni militari?” 

Questo non deve sorprendere, perché i giudei del primo secolo non avevano alcun obbligo militare nell’Impero romano e perché, sebbene a volte le autorità dovessero ricorrere alla coscrizione obbligatoria, di solito avevano adeguate scorte di volontari per formare i loro eserciti. Tocca a noi, perciò, il compito di scoprire le risposte implicite date dal Nuovo Testamento, e questo è notoriamente molto difficile. 

Mi sembra – per quello che ora posso capire – che il fatto che il Nuovo Testamento descriva lo Stato come un’istituzione divina implichi anche l’ubbidienza nel servizio militare. Un “no” categorico mi sembra implicare anche categoricamente un “no” all’istituzione del governo. 

In Romani 13:4 Paolo dice chiaramente che l’uso della forza è una parte delle funzioni del governo. D’altra parte, nessun passo del Nuovo Testamento indica che si debba considerare la guerra come una normale attività dello Stato, e non vi è nessuna base biblica per accettare indiscriminatamente l’ordine di combattere e uccidere solo perché il governo ha preso la decisione di dichiarare una guerra. 

Il credente deve rifiutare di partecipare a azioni militari quando è convinto di essere usato per una causa ingiusta, o quando la sua coscienza glielo vieta.

11. Essere pronto, in certe circostanze, a partecipare a una ribellione armata per sopprimere un governo che sia intollerabilmente ingiusto 

Anche su questo punto il Nuovo Testamento non dice nulla di preciso. E neppure l’atteggiamento del nostro Signore riguardo agli zeloti, né Romani 13:2 risolvono la questione. 

L’opposizione del Signore agli zeloti non esclude la ribellione in qualsiasi possibile circostanza. 

È abbastanza facile comprendere perché gli zeloti non furono approvati: prima di tutto il governo romano non era così insopportabilmente ingiusto e, in secondo luogo, essi volevano stabilire il regno di Dio sulla terra. In terzo luogo, era facile prevedere che la rivolta sarebbe stata senza speranza di riuscita. 

Alla luce di Romani 13:2 dovremmo chiederci: “Sarebbe possibile che un governo diventi così ingiusto e così cattivo da non poter essere più considerato come un’autorità? Sarebbe giustificabile l’uso della forza per reprimere un tale governo?” 

Personalmente, e sottolineo la parola personalmente, non riesco a disapprovare l’azione di quei credenti tedeschi nel 1944 che attentarono alla vita di Hitler. Mi pare che un credente non prenda sul serio il suo governo e che venga meno ai suoi doveri di sottomissione presentati nel Nuovo Testamento, se non è pronto anche a usare la forza come estremo rimedio a un male estremo. 

Allora, che cosa insegna il Nuovo Testamento sull’atteggiamento che il credente deve avere nel cercare di adempiere alle sue responsabilità di cittadino? 

Mi pare che si debbano dire essenzialmente tre cose: 

  • l) Il credente deve cercare di adempiere i suoi doveri con serietà e impegno in quanto doveri impostigli direttamente da Dio. Essi sono una parte del suo obbligo di amare Dio e il suo prossimo e perciò non sono facoltativi, ma categorici. 
  • 2) Egli deve anche cercare di adempiere i suoi doveri di cittadino con sobrietà e realismo. 

Per questo dovrà tenere conto di ciò che il Nuovo Testamento insegna. Infatti dovrà sempre tenere presente che lo Stato è passeggero e temporaneo. Perciò non dovrà attribuire a esso un valore maggiore di quello che ha. 

Dovrà ricordare anche che la chiesa non potrà mai stabilire il regno di Dio sulla terra con i suoi sforzi morali e neanche con quelli spirituali. 

Non dovrà mai dimenticare neppure la realtà tragica del peccato che investe ogni uomo e che spinge ognuno ad approfittarsi e a sfruttare il suo simile. Il credente, perciò, dovrà sempre ricordare che governanti, funzionari, impiegati, amministratori sono peccatori in qualsiasi nazione si trovino. Perciò sarà pronto a riconoscere e a valutare ogni abuso e cercherà di vedere la realtà dietro agli slogan altisonanti. Egli poi farà attenzione a non sostenere mai un partito che, andando al potere, finirebbe con l’opprimere e impedire l’espressione dei propri diritti a un segmento della popolazione.

Conoscendo il Nuovo Testamento e ciò che esso predice, il credente sarà conscio delle limitazioni di ogni sforzo politico umano. Perciò potrà rallegrarsi anche quando scopi limitati saranno stati raggiunti. Spesso, al cristiano, rimarrà solo la scelta fra il minore di due mali. Ma a volte è molto importante che il minore di essi si avveri anziché il maggiore. 

Con lo stesso realismo, il credente saprà che non potrà mai vedere stabilirsi sulla terra una società perfetta, ma contribuirà affinché almeno una società limitatamente giusta venga stabilita nel suo paese. 

Infine, con lo stesso realismo, comprenderà che ogni governo ha lo scopo di proteggere una sua popolazione composta di uomini, donne e bambini per i quali 

Cristo è morto. Sentirà la responsabilità di interessarsi di coloro che sono oppressi in altri paesi e di coloro che soffrono nel suo. Terrà sempre conto che la vita umana è sacra e, in tempo di guerra, non dimenticherà che anche le vite dei nemici hanno grande valore. 

  • 3) Infine, il credente dovrà adempiere ai suoi doveri di cittadino con fiducia e speranza. 

Sapendo che Dio ha stabilito e istituito le autorità, saprà anche che esse sono controllate, in ultima analisi, da Dio. Esse perciò, volenti o nolenti, consciamente o inconsciamente, direttamente o indirettamente saranno usate da Dio per adempiere i suoi piani. Il credente terrà sempre presente l’esempio biblico di Pilato, il quale pure essendo pagano e indifferente alla volontà di Dio, con la sua decisione collaborò allo svolgimento del piano di Dio per la redenzione dell’umanità. 

Il credente comprenderà poi che, passando dal piano religioso a quello politico, non cambia Signore. Cristo è tanto Signore della chiesa quanto del mondo sebbene la sua signoria si manifesti in maniera diversa in queste due sfere. Perciò servendo Dio sia nell’una che nell’altra, sentirà tutto il peso della sua responsabilità di testimone di Cristo. 

Infine il vero credente saprà che il fine verso il quale si muove la storia è la venuta del Signore Gesù Cristo, il quale un giorno stabilirà in maniera decisiva, assoluta e senza compromessi il Regno di Dio e il suo ordine. In questo avvenimento egli vede non solo i limiti dei governi umani, ma anche le promesse che li riguardano. 

Infatti verrà il momento in cui “la voce di una gran folla e come il fragore di grandi acque e come il rombo di forti tuoni” dirà: “«Alleluia! Perché il Signore, Dio, l’Onnipotente, ha stabilito il suo regno… Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria” (Apocalisse 19:6, 21:24).

—C.B.C.

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La VOCE aprile 2022

 

Negli anni ho visitato molte chiese e ho conosciuto credenti in diverse parti del mondo. Entrati un po’ più in confidenza, alcuni mi hanno confessato il proprio risentimento verso la loro assemblea. La cosa strana, a prescindere se la comunità che frequentavano fosse grande o piccola, progressista o tradizionalista, l’accusa era sempre la stessa: in questa chiesa non c’è amore! 

A volte era una sola persona a essere arrabbiata, ma altre volte lo erano intere famiglie o gruppi coalizzati contro qualcuno o qualcosa che non andava nella chiesa. 

Uno sdegno e un disprezzo che nel tempo hanno consumato queste persone, portandole al punto di scagliare le loro pesanti accuse e andar via dalla chiesa sbattendo la porta. Non hanno mai dato agli accusati possibilità di difesa: processo terminato e verdetto sentenziato! E alla fine hanno tagliato ogni contatto con i fratelli. In molti casi hanno agito senza un confronto aperto con le guide della chiesa, ritenute le prime colpevoli. 

Chi lascia la propria comunità in questo modo non è quasi mai disposto a mettersi in discussione né si chiede quanto amore abbia sparso lui nella vita di chiesa. E ciò è molto triste.

È facile accusare gli altri della mancanza d’amore nei nostri confronti ma, in fin dei conti, sappiamo davvero cosa significa amarsi nella chiesa? 

Come posso misurare l’amore dei fratelli per me? Centra forse il bisogno di sentirmi considerato e importante, oppure voglio solo che si facciano le cose come voglio io?

Gesù ha detto: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).

È un bel trampolino di lancio questo versetto! Sta dicendo, senza mezzi termini, che il mondo ostile che ci giudica, ci riconoscerà discepoli di Cristo dal modo in cui ci amiamo tra fratelli. 

Ma le parole di Gesù dovrebbero far riflettere anche noi aiutandoci a esaminarci: credo in Gesù? Sono un suo discepolo? Frequento una chiesa di discepoli? Qual è la mia caratteristica più evidente? E quella della mia chiesa?

L’apostolo Giovanni, che nel suo Vangelo è presentato come il discepolo che Gesù amava, ha scritto sotto ispirazione dello Spirito Santo uno dei versetti più belli sull’amore di Dio: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16). 

Sono parole che hanno attirato migliaia di persone a Dio, e sono tanto care ai credenti. 

D’altro canto, Giovanni ha anche scritto: “Chi dice: «Io l’ho conosciuto», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente completo. Da questo conosciamo che siamo in lui: chi dice di rimanere in lui, deve camminare com’egli camminò (1 Giovanni 2:4-6).

Un discepolo deve camminare come ha camminato il suo maestro Gesù! 

La chiesa locale dovrebbe essere formata da individui che credono col cuore alla Parola di Dio e sono imitatori genuini di Cristo. Ma non è sempre così. Non tutti quelli che si professano cristiani sono salvati, e non tutti quelli che dicono di essersi convertiti vivono in sottomissione alla signoria di Cristo. 

A volte la colpa è della predicazione poco chiara sul fatto che Gesù è il Signore e che noi credenti siamo suoi servi (leggi schiavi). Messaggi superficiali tendono a produrre più simpatizzanti che conversioni. Ma un messaggio che non predica pentimento, ubbidienza e consacrazione non è un messaggio biblico. 

Se tutti i credenti camminassero come Gesù, le chiese sarebbero il fulcro dell’amore sulla terra. Ogni chiesa locale sarebbe un’oasi d’amore, totalmente diversa da tutto quello che il mondo offre.

A complicare tutto è il fatto che ogni credente si trova a un punto diverso di maturità, sia spirituale che caratteriale. Non siamo quindi sempre amabili, portiamo ancora con noi mentalità e modi di fare che non piacciono a Dio e che dovremmo abbandonare. Siamo spesso orgogliosi, permalosi, egocentrici e poco amorevoli. È un problema che riguarda tutti, e che non si risolve in un istante. 

Da un certo punto di vista, dire che c’è poco amore nelle chiese è vero, dato che sono formate da persone propense al peccato. Ma non possiamo usarlo come un pretesto per continuare nella nostra carnalità.

Dio ci ha destinati a essere simili al suo Figlio anche nei nostri affetti, nelle ambizioni e negli atteggiamenti. 

L’apostolo Paolo ci ricorda com’è l’amore di Cristo che noi dobbiamo imitare:

“Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo anche in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione” (Romani 5:6-11).

Gesù non cercava persone facili da amare. Noi, forse, proviamo empatia e pietà davanti a scene di sofferenza, dove vediamo vittime o persone che hanno bisogno di aiuto. Ma il suo era un amore mirato, era verso persone cattive, indegne, incapaci di fare il bene. Quelle che avrebbero reagito male a ogni suo gesto e parola tradendolo e rifiutando l’amore vero e compassionevole di Dio.

Qualsiasi giustificazione alla nostra mancanza d’amore nella chiesa è invalidata dall’obbligo che abbiamo di imitare l’amore di Gesù. 

Non abbiamo alternative, perché le parole di Cristo sono chiare e perentorie:

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Giovanni 15:12-17).

Gesù ci ha scelti e ci ha amati quando non eravamo amabili. Ci chiama suoi amici e ci comanda di amarci gli uni gli altri. Amare Gesù implica che dobbiamo ubbidire a questo suo comando: amarci gli uni gli altri.

A questo punto dovremmo chiederci se siamo veramente pronti a ubbidire a Gesù in tutto.

La risposta per me non è complicata, ma è difficile da applicare quando penso al comando “devo amare i fratelli”! 

Non posso sbattere la porta e andarmene con aria altezzosa come giudice degli altri credenti. Anzi, se lo faccio, do prova della mia stessa incapacità di amare, il ché mi squalifica automaticamente dal giudizio veritiero sullo stato spirituale della mia chiesa.

Siamo amici di Gesù, ovvero suoi discepoli se facciamo le cose che Lui ci comanda e il suo comando è di amare i fratelli nella fede. Non ne possiamo fare a meno. 

Ma cosa significa in pratica amare i credenti? 

Vuol dire salutarli con piacere e baciarli quando si entra in sala? Oggi il Covid l’ha reso impossibile. 

Vuol dire invitarci a casa a turno? I due anni di pandemia ci hanno disabituati anche a quello! A essere onesti, già da prima non si vedeva molta ospitalità tra le famiglie, schiacciate dagli impegni e dalle responsabilità fuori e dentro casa — e le porte di alcune case sono rimaste ermeticamente chiuse. 

Ognuno ha una sua idea su come l’amore debba essere espresso in una chiesa, ma quello che conta, però, è la spiegazione che dà Dio su come fare.

“L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno” (1 Corinzi 13:4-8).

Questa è la definizione di questo amore, ed è importante notare che riguarda esclusivamente il nostro atteggiamento verso le persone davanti a noi. Non importa come sono, conta piuttosto il modo in cui le avviciniamo, cosa pensiamo di loro, il modo in cui camminiamo accanto a loro. 

Questo passo non è la nostra cartina tornasole per giudicare l’amore degli altri e promuoverli o bocciarli, ma ci serve per valutare il nostro amore, i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti. Effettivamente il problema grande non sono gli altri, ma siamo noi!

Quante volte abbiamo sbattuto la porta dentro di noi, nel nostro intimo, senza uscire dalla sala.

Delusi dall’atteggiamento nei nostri confronti, pensiamo di “amare” gli altri più di quanto loro amino noi. Ci mostriamo cordiali, ma lo facciamo a denti stretti e per pura formalità “evangelica”. 

Il Signore ci chiama a ravvederci e a esaminare i nostri cuori. 

Il problema più grande risiede proprio negli atteggiamenti, e non nelle azioni. Quando impariamo ad amare come Cristo ci ama, anche le nostre azioni saranno pure.

Questo non vuol dire che amare i credenti diventerà facile. E può essere pericoloso ignorare questa dura realtà. Se amare non fosse difficile non servirebbero tanti versetti che ne parlano. 

La difficoltà persiste perché siamo limitati e perché non tutti siamo amabili.

Paolo ci ricorda: “Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2:2-4).

Scrive ancora agli Efesini: “Io dunque, il prigioniero del Signore, vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace. Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti” (Efesini 4:1-6).

Alla chiesa di Colosse dice ancora: “Vestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose vestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione” (Colossesi 3:12-14).

È evidente quanto dobbiamo ancora lavorare con l’aiuto di Dio su noi stessi. 

Il nostro carattere deve essere trasformato, le reazioni carnali devono sparire e devono essere rimpiazzate da quelle bibliche, che piacciono a Dio e lo onorano, che riflettono il nostro cammino nelle orme di Cristo.

Dio deve sviluppare in noi tutte quelle virtù che Paolo elenca nell’ultimo passo citato, perché spesso le persone, già difficili da amare, a loro volta non ci amano come dovrebbero. Che bisogno ci sarebbe di essere pazienti, misericordiosi, benevolenti e pronti a perdonare se non esistessero credenti difficili, se nessuno ci facesse dei torti?

Prendiamo, per esempio, il perdono. A tutti piace essere perdonati. Ogni volta che confessiamo i nostri peccati a Dio ci aspettiamo che Lui ci perdoni. Ci aspettiamo di essere perdonati anche per le offese che non ricordiamo e di cui non abbiamo coscienza, perché Gesù è morto per tutti i nostri peccati, passati, presenti e futuri. Ci aspettiamo di essere perdonati persino dei peccati che continuiamo a ripetere, quelli che in qualche modo abbiamo accettato come facenti parte del nostro carattere di cui non possiamo fare nulla. Da Dio ci aspettiamo un perdono continuo, ma quando tocca a noi…

Eppure, perdonare è indispensabile se si vuole avere un rapporto duraturo con qualcuno. Lo stesso vale per le nostre relazioni in chiesa che vanno protette.

Ma c’è anche un altro elemento fondamentale senza il quale non si può essere perfetti nell’amore. Lo troviamo nelle parole di Giovanni: “ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente completo” (1 Giovanni 2:5).

Non puoi essere un discepolo di Cristo senza conoscere la Parola di Dio e senza desiderare di metterla in pratica. Amare la chiesa comincia con l’ascoltare e osservare la Parola di Dio, perché le sacre Scritture producono nel vero discepolo un profondo desiderio di assomigliare a Cristo.

L’apostolo Paolo ha testimoniato: “Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte” (Filippesi 3:7-10).

Per il vero credente diventare come Cristo non è un vago desiderio irraggiungibile, ma una priorità assoluta. Solo chi è trasformato dalla Parola di Dio può veramente amare, può veramente essere usato da Dio.

È giusto farsi delle domande a questo punto:

  • Leggo la Parola di Dio regolarmente, e cerco di capire sempre meglio quale sia la volontà di Dio per me?
  • Per me è una priorità frequentare le riunioni della chiesa dove la Parola di Dio è insegnata accuratamente? Forse ci sono delle chiese che dovrebbero essere lasciate non per mancanza d’amore, ma per mancanza di un insegnamento sano!
  • Cosa faccio per ricordarmi quello che ascolto o leggo nella Parola di Dio per metterla in pratica? La lettera di Giacomo avverte che chi ascolta soltanto, senza che qualcosa cambi in lui, è un illuso. Illuso anche riguardo a cosa vuol dire amare ed essere amati.
  • Leggo dei buoni libri che mi aiutano nella mia crescita spirituale?

La mia capacità di amare è legata proporzionalmente alla mia disciplina nel diventare sempre più simile a Cristo: più tendo a questo obiettivo, più sarò capace di amare.

La Bibbia parla di fare del bene a tutti, ma specialmente a coloro che sono della famiglia di Dio. La chiesa è formata da persone molto diverse fra loro, adulti, bambini, anziani, persone singole, adolescenti, di diverse culture, etnie e anche di diverse possibilità economiche. Tutti questi individui, che normalmente nel mondo non avrebbero nulla in comune, sono unti soprannaturalmente da Dio stesso. Tutti i credenti fanno parte di un solo corpo, hanno un solo Spirito, hanno una sola mèta, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo e un solo Dio e Padre (Efesini 4:4,5).

Amarsi nella chiesa vuol dire prima di tutto curarsi spiritualmente a vicenda. La Parola di Dio afferma che lo Spirito Santo dà a tutti i credenti nella chiesa uno o più doni per la crescita spirituale degli altri (1 Corinzi 12 e Romani 12). Non solo Dio dà dei doni, ma ha già preparato le buone opere per ogni credente. In altre parole, il modo per eccellenza di amare i credenti nella chiesa sta nell’usare i doni che Dio ha dato per il beneficio e la crescita spirituale dei credenti. 

A volte nelle chiese i credenti affermano di non conoscere i loro doni, il che fa capire che non li stanno usando. Altri si sono convinti che se hanno un dono è solo per la loro crescita personale. Ma Pietro afferma sotto ispirazione di Dio: “Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. Se uno parla, lo faccia come si annunciano gli oracoli di Dio; se uno compie un servizio, lo faccia come si compie un servizio mediante la forza che Dio fornisce, affinché in ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1 Pietro 4:10-11).

Quando nelle chiese non si vede l’amore di Dio all’opera, non sarà forse perché i credenti sono troppo pigri nell’usare i doni che il Signore gli ha dato per la cura reciproca?

Una chiesa sana è formata da credenti veri che crescono nella conoscenza della Parola di Dio, che sono assidui nel diventare sempre più simili a Cristo, aiutandosi a vicenda. E quando ci sono problemi si affrettano a metterli a posto per non avere nulla che possa minare l’unità del corpo di Cristo.

In conclusione, la prossima volta che cominci a pensare che nella tua chiesa non c’è amore, prima di tutto esamina la tua vita. Stai amando bene, con lo stesso zelo e atteggiamento con cui Gesù ha amato te? Sei pronto a soffrire come ha sofferto lui per te? Probabilmente dovrai rivalutare le tue reazioni.

La tua chiesa dimostra un amore per la parola di Dio nell’insegnarla e applicarla con accuratezza? Se la risposta è sì, fidati dell’opera di Dio nella vita dei fratelli. 

Davide Standridge

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La VOCE marzo 2022

È difficile pensare a un aspetto della nostra vita che non sia stato influenzato in qualche misura dal coronavirus. Molte attività che davamo per scontate sono state sospese o rese più difficili da svolgere. Una di queste è l’evangelizzazione. Per paura di essere esposti a un possibile contagio, ci siamo abituati a limitare i contatti all’indispensabile, soprattutto con gli estranei, con meno possibilità di parlare di argomenti più profondi con chi non ci conosce. 

Il nostro approccio è cambiato, ma la realtà che le persone senza Cristo continuano a morire e ad andare all’inferno è sempre la stessa.

Pensando a questo calo di contatti con la gente, non posso fare a meno di ricordare le parole di Paolo: “Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti; così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunciare il vangelo anche a voi che siete a Roma” (Romani 1:14,15).

Qui Paolo usa un termine forte: dice che è un debitore. Il vocabolario definisce il debitore colui che “è tenuto a dare o a fare qualcosa a qualcuno; con definizione più tecnica, in diritto, il soggetto passivo del rapporto obbligatorio, tenuto, in quanto tale, ad adempiere una prestazione in favore del soggetto attivo creditore.” L’idea è espressa in modo piuttosto complicato, ma il concetto è semplice: il debitore deve dare o fare qualcosa per saldare il suo debito.

Paolo si riteneva in debito verso chi non conosceva Dio. Ora dobbiamo chiederci se questo suo debito sia dovuto anche da tutti gli altri credenti, o se solo lui – e qualcun altro con una “chiamata” particolare – fosse l’unico ad avere il compito di evangelizzare, considerandolo un vero debito. La nostra risposta a questa domanda ci accusa o ci scusa.

Se non è un debito vero e proprio, ma qualcosa che è bene fare quando si può, non abbiamo altra responsabilità che cogliere l’occasione quando si presenta (cioè raramente) e di dire una frase o due sulla nostra fede.

Spesso questo si traduce in poche parole ingarbugliate in gergo “evangelichese” che per il credente possono avere un grande significato, ma restano incomprensibili per chi credente non lo è. 

Essendo come siamo distratti dalle responsabilità varie e dalle faccende quotidiane, tendiamo a pensare sempre meno a come testimoniare di Cristo a chi non lo conosce. A volte anche le attività di chiesa sembrano soffocare (di certo non intenzionalmente!) anziché spronare le iniziative che mirano a sensibilizzare il credente all’evangelizzazione. Il fatto è che questi due anni hanno messo ostacoli che sembrano insormontabili. 

L’apostolo Paolo scrive: 

“infatti l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; e che egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Quindi, da ora in poi, noi non conosciamo più nessuno da un punto di vista umano; e se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così. Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. E tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui” (2 Corinzi 5:14-21).

Una delle prime frasi, infatti, che impara a memoria chi si converte è quella espressa nel passo di sopra: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.” Sono parole belle e vere, ma cosa vogliono dire? Cosa vuol dire essere diventati nuove creature, essere cioè veri cristiani? E cosa significa che le cose vecchie sono passate?

Significa anzitutto che la nostra natura è cambiata, e che anche il nostro destino eterno è cambiato. Ma il contesto nel discorso di Paolo mette in evidenza che è cambiato anche il nostro compito. 

Proprio perché siamo stati cambiati abbiamo ricevuto nuove responsabilità. 

Credere in ciò che Gesù ha fatto morendo e risuscitando ci costringe a cambiare il nostro modo di vivere, come vediamo le persone intorno a noi e di conseguenza come percepiamo il nostro nuovo compito.

L’amore di Cristo ci costringe. È impensabile che dopo aver conosciuto l’incredibile, immeritato e immenso amore di Dio siamo rimasti nello stato in cui eravamo prima. 

La nostra gratitudine per essere stati perdonati e salvati dall’inferno ci spinge a volere servire il Salvatore, e a obbedire a Cristo che è ora il nostro Signore. 

Dio in Cristo, avendoci amati da prima della fondazione del mondo, ci ha comprati a un prezzo altissimo e incalcolabile. È morto per riconciliarci con sé, e noi dobbiamo morire a noi stessi. Significa che non possiamo più vivere nell’egoismo per appagare unicamente i nostri desideri e le nostre concupiscenze. Siamo nuove creature, create per servire Cristo, non per vivere per noi stessi.

Ma che significa praticamente servire il Signore e vivere per Lui?

La risposta è sorprendentemente semplice. Ti ricordi in che modo sei arrivato a conoscere il vangelo e alla fede in Cristo? Qualcuno si è avvicinato a te e ti ha spiegato la gravità del tuo peccato, per il quale eri destinato a subire l’ira di Dio nell’inferno. Ti ha fatto capire che la tua situazione era disperata perché non potevi salvarti da solo, e che c’era un’unica soluzione per il tuo problema. 

Ti ricordi come ti sei sentito? È proprio così che dovremmo vedere le persone intorno a noi: pecore perdute senza pastore, disperate e senza speranza.

Dato che tutti gli esseri umani si trovano nella stessa condizione di essere sotto l’ira di Dio, Paolo scrive che il compito di spiegare alle persone come essere riconciliati con Dio, ci è stato affidato da Dio stesso. 

Ti rendi conto che il tuo compito primario è essere testimone di Cristo? E che Dio ha scelto di usare noi per parlare alle persone? Nulla di scontato o normale, piuttosto di grande peso: in definitiva, noi dobbiamo essere la voce di Dio nel mondo! 

Abbiamo cambiato lavoro dal giorno della nostra conversione, ora siamo ambasciatori! 

È chiaro che se la nostra professione è fare l’insegnante, continueremo a farlo, se siamo impiegati o operai, studenti, casalinghe, disoccupati o pensionati, continueremo a svolgere le nostre mansioni, ma facendo allo stesso tempo da ambasciatori di Dio. 

È importante che la nostra condotta sia impeccabile, ma non è sufficiente: dobbiamo usare anche le parole perché, come dice Paolo, dobbiamo supplicare le persone.

Supplicare qualcuno, infatti è tutta un’altra cosa che dire due frasi in gergo evangelico (che forse capiamo solo noi). Non lo si fa di sfuggita, nemmeno improvvisando. 

Supplicare è implorare, chiedere fervidamente, scongiurare. Richiede sforzo e impegno. Non lascia spazio allo scoraggiamento, e non si può essere sbrigativi nello svolgere questo compito. Se Gesù stesso è “diventato peccato per noi”, come ricambiare quello che Lui ha fatto se non con il nostro impegno più grande?

Tornando alla mia domanda iniziale, e cioè se anche noi siamo debitori come Paolo verso i non credenti, la risposta ce l’ha data lui stesso nel passo che abbiamo esaminato: anche noi siamo in debito perché qualcuno a sua volta ci ha parlato di Cristo.

Non importa se ci sentiamo in debito o meno; resta il fatto che Dio ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Cominciamo quindi a pensare ai nostri famigliari, ai nostri vicini, ai nostri colleghi, ai nostri concittadini e a come sdebitarci con loro.

Ti sei mai chiesto come poteva resistere Paolo andando di città in città ed essere battuto, imprigionato, lapidato? Come ha fatto a passare tutta la sua vita soffrendo per portare avanti il suo compito? Lui scrive: “Ecco perché sopporto ogni cosa per amor degli eletti, affinché anch’essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna” (2 Timoteo 2:10). Egli aveva preso seriamente il suo debito. Era pronto a sopportare ogni cosa per supplicare le persone a convertirsi.

Oggi, 2000 anni più tardi, come abbiamo preso noi il nostro debito? Fino a che punto siamo pronti a sopportare le difficoltà e a superare gli ostacoli?

La pandemia e le restrizioni varie hanno reso il nostro compito più difficile, ma non hanno estinto il nostro debito. Ognuno di noi deve riflettere personalmente su come pagare il proprio.

Senza dubbio si comincia col pregare che Dio ci offra delle opportunità per parlare di Lui. E noi dobbiamo essere attenti e pronti alle occasioni che Dio senz’altro ci darà. Ma dobbiamo avere delle strategie per agire saggiamente nelle situazioni che viviamo.

Soltanto parole?

Come tutti gli anni, anche questa volta abbiamo preparato un opuscolo evangelistico dal titolo SOLTANTO PAROLE?, che puoi leggere CLICCANDO QUI. La nostra preghiera è che sia uno strumento che tu possa usare per portare il messaggio del vangelo alle persone intorno a te.

Puoi ordinare copie personalizzate per te o per la tua chiesa, con il vostro indirizzo e con il messaggio personalizzato che ci indicherai. Vedi le informazioni su quantitativi e prezzi, e su come fare l’ordine, alla quarta pagina dell’opuscolo stesso!

E proprio per le circostanze che stiamo vivendo, abbiamo preparato anche una versione digitale dell’opuscolo che può essere inviata tramite WhatsApp. È gratuita, ma non personalizzabile. Puoi farne richiesta scrivendoci a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e indicandoci il tuo numero di cellulare dove vuoi che te la inviamo. 

Ormai facciamo tutti parte di chat e gruppi sui nostri smart-phone, e questo potrebbe essere un ottimo strumento per aiutarti a parlare della tua fede. Non costa nulla, se non un po’ di tempo.

Tanti credenti agguerriti postano le loro opinioni appassionate sulle circostanze attuali. Che il Signore ci aiuti a riflettere e a essere saggi in quello che pubblichiamo sui social. Che possa insegnarci a usare il tempo e ogni mezzo a nostra disposizione per parlare del messaggio più importante che esiste!

Davide Standridge

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La VOCE febbraio 2022

Tanto di cappello a papà!

Questo mese mio papà, Guglielmo Stand-ridge, avrebbe compiuto 95 anni. Ormai è da due anni col Signore, ma l’influenza che ha avuto sulla mia formazione come uomo la sento ancora.

Papà era venuto in Italia per fare il missionario nel 1949, subito dopo la guerra. Aveva lasciato tutto quello che aveva conosciuto fino ad allora: la famiglia, gli amici, il paese dove era cresciuto, la sua cultura e la prospettiva di un lavoro redditizio con la laurea che aveva conseguito. 

Senza conoscere nessuno in Italia, e non conoscendo l’italiano, era partito su una nave che in due settimane lo portò a Napoli. Solo una cosa sapeva: gli italiani avevano bisogno di ascoltare il messaggio del vangelo, quel messaggio che cambia la vita.

Il suo era un biglietto di sola andata: tornare indietro sarebbe stato difficile, e l’unico modo per comunicare con la famiglia era attraverso lettere che arrivavano a destinazione dopo settimane.

Oggi è diverso. 

Per venire in Italia basta un volo, e grazie a internet i missionari moderni si fanno già una idea realistica su ciò che li aspetterà. Il distacco è vissuto in modo meno traumatico e drastico. I contatti con la famiglia, gli amici e la chiesa non sono interrotti  grazie alle video-chiamate. 

La distanza è sempre la stessa, ma le comunicazioni e la possibilità di tornare indietro esistono e sono molto più veloci e realizzabili. 

Su molti aspetti la vita in generale oggi è più agevole ma, riflettendo sull’esperienza di papà, mi chiedo se il prezzo che si paga dedicandosi totalmente alla missione oggi sia meno alto di allora.

Da lui ho imparato molto su una vita al servizio del Signore.

Alla domanda sul perché avesse scelto proprio l’Italia, papà raccontava che intorno ai 14 o 15 anni di età era molto ribelle, non gli interessavano le cose spirituali, aveva una fidanzatina e non desiderava altro che una vita comoda. Ma poi Dio era intervenuto nel suo cuore attraverso alcune predicazioni e delle letture bibliche, e questo lo aveva portato a cambiare i suoi obiettivi.  

Era sicurissimo che non avrebbe mai fatto il missionario; eppure, soltanto qualche anno dopo aveva già deciso di andare in missione in Africa, per poi cambiare destinazione e approdare in Italia, un paese ugualmente sconosciuto per lui.

Il Dio che era intervenuto per cambiare ciò che era nel suo cuore da adolescente è lo stesso che lo ha accompagnato per tutta la sua vita, e Guglielmo lo ha servito con fedeltà nei momenti facili ma specialmente in quelli difficili.

Dopo aver fatto il missionario per oltre settant’anni, papà è morto durante questa  attuale difficile fase della storia umana, segnata dalla pandemia mondiale che ha reso complicato tutto ciò che davamo per scontato.  

Rinchiuso in una struttura medica a Milano, interdetta alle visite a causa del covid, nessuno dei suoi figli ha potuto stargli accanto durante i suoi ultimi giorni.

Alla sua sepoltura eravamo presenti solo mia moglie e io, perché erano vietati gli assembramenti quindi non abbiamo potuto celebrare un funerale in sua memoria insieme a tutti quelli che lo avevano conosciuto e amato.

Nonostante queste circostanze avverse, la sua vita sulla terra è terminata con le stesse certezze che lo avevano accompagnato su quella nave che lo aveva portato la prima volta in Italia. Ed erano le stesse certezze che lo hanno tenuto saldo tutti questi anni. 

Ultimamente mi è capitata fra le mani la sua Bibbia personale e il libro di meditazioni sui salmi che avevo scritto in inglese che gli avevo regalato.

Papà lo aveva letto e riletto tante volte, sottolineando molte frasi e scrivendo le sue note a margine. Sfogliandolo, ho trovato suoi commenti su quasi ogni pagina. 

Nel capitolo sul Salmo 62:5-7 aveva sottolineato alcune parole chiave del brano:

5 Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza.
6 Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.
7 Dio è la mia salvezza e la mia gloria; la mia forte rocca e il mio rifugio sono in Dio.

Ha sottolineato anche una parte del mio commento:

Ognuno di noi ha vissuto delle sconfitte. Forse ti stai chiedendo in questo momento come si fa a tenere sotto controllo cuore e sentimenti. Il Signore, attraverso questo salmo, ci invita a pensare a Lui, a distogliere lo sguardo dalle persone e dalle circostanze.

Com’è ovvio, papà non ha imparato queste verità dal mio libro sui Salmi, ma  leggendo assiduamente la sua Bibbia e camminando giorno per giorno con il Signore, sia in tempi facili che in quelli difficili.

 

Sapevamo che l’ultimo anno per papà era stato particolarmente difficile, ma non si era mai lamentato della struttura dov’era. Noi figli cercavamo di visitarlo il più possibile, specialmente Daniele che viveva vicino a Milano lo andava a trovare tutti i giorni. Ma dopo tutta una vita – dopo anni di servizio per il Signore, di predicazioni e di tante persone che aveva conosciuto – alla fine le parole del Salmo 62 erano molto reali per lui.

Dio era veramente il suo rifugio, la sua rocca. 

La certezza che Dio fosse la sua salvezza sicura ed eterna lo aveva spinto a venire in Italia per portare lo stesso messaggio a un popolo che parlava anch’esso di Dio e della fede, ma senza alcuna certezza concreta.

 

Papà aveva una relazione vera e personale con Dio. Era un uomo di altri tempi, cresciuto in un periodo in cui dimostrazioni pubbliche d’affetto non erano viste di buon occhio. Infatti dubito che suo padre lo avesse mai abbracciato o baciato. L’amore si affermava con la fedeltà, la cura e la presenza. 

Ma quando siamo nati il mio gemello e io, so che papà ha dovuto aiutare nostra mamma. Ci cambiava il pannolino e ci dava il biberon più di quanto abbiano fatto tanti altri padri dell’epoca. Sicuramente più di quanto suo padre avesse fatto con lui.

A me piaceva tenere per mano mio papà. Ricordo che quando una volta (ero grande ormai) per strada gli presi la mano, lui me lo permise con una certa titubanza, ma tenne la presa lo stesso. Io l’avevo fatto perché ero fiero di lui e volevo che tutti sapessero che ero suo figlio. 

Anche mio padre ha vissuto tutta la sua vita fiero di essere figlio di Dio, coraggioso nel proclamare il suo Signore, attento nell’onorarlo, sicuro della sua cura.

Con questa fierezza lo ha servito in tanti modi. Andava in piazza a predicare il vangelo. Predicava sotto le tende di evangelizzazione, e per lui era un onore. Si preparava sempre con cura per esporre la Parola di Dio la domenica e durante i convegni. Visitava le persone che avevano bisogno di essere incoraggiate, e per lui era una gioia.

 

Nel tempo ho potuto osservare da vicino la sua dedizione al Signore. La cosa che mi colpisce di più è che lui e mamma non si lamentavano mai. Sono sicuro che si stancavano anche loro, e parecchio, e papà soffriva pure di emicranie, ma non lasciava che le circostanze bloccassero il suo servizio. Dio era realmente il suo rifugio. 

Spesso era rattristato dai litigi e dalle divisioni tra credenti, dalla durezza con cui alcuni trattavano gli altri fratelli in fede. Aveva le sue convinzioni che non tutti  condividevano, ma non per questo era pronto a compromettere la comunione o il dialogo. 

Ho visto persone che papà aveva curato e servito parlare male di lui e criticarlo. So  che è stato ferito profondamente da molti, ma è rimasto fedele al Dio che è sempre stato la sua forte rocca, e non mai ha parlato male di nessuno. 

Sulla sua copia del libro di meditazioni sui Salmi, papà aveva cambiato il titolo del capitolo 10 mettendolo al personale. Il capitolo è una meditazione sul salmo 103, e anche qui aveva sottolineato alcune parole importanti.

1 Benedici, anima mia, il SIGNORE; e tutto quello ch’è in me, benedica il suo santo nome. 
2 Benedici, anima mia, il SIGNORE e non dimenticare nessuno dei suoi benefici
3 Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità; 
4 salva la tua vita dalla fossa, ti corona di bontà e compassioni
5 egli sazia di beni la tua esistenza e ti fa ringiovanire come l’aquila.

È evidente che anche davanti alle crescenti difficoltà legate alla salute di papà e all’isolamento, la sua lode per il Signore continuava a essere più presente. Ormai passava molte ore da solo, non aveva più la compagnia della mamma, fisicamente dipendeva dall’aiuto di altri, ma lodava Dio.

Quando ancora abitava con me e mia moglie, spesso prendeva l’innario e cominciava a intonare un canto dopo l’altro. La sua voce che lodava Dio risuonava forte per tutto l’appartamento. 

La vecchiaia può offuscare la visione della bontà di Dio nei propri confronti: nuove necessità possono renderci miopi sulla percezione di quanto il Signore sia generoso verso i suoi. Ma a papà non è successo. Non lo ha permesso perché vedeva che Dio gli dava beni a sazietà, così continuava a lodarlo per ogni cosa.

Ogni volta che mi sedevo con lui ero incoraggiato, perché aveva piacere nel raccontare come il Signore lo benediceva in tanti modi. Aveva parole gentili per tutti, e non si lasciava trascinare dalle lamentele degli altri.

Lui mi ha insegnato che si può invecchiare bene, anche quando fisicamente non si è più come prima. La chiave sta nel capire che non si arriva a una vecchiaia serena e felice tutt’a un tratto, ma bisogna costruirla già da adesso, sviluppando giorno dopo giorno una viva gratitudine verso Dio! Ricordare regolarmente, anche ad alta voce, le benedizioni di Dio era stata una delle sue abitudini che portava avanti da quando era giovane.

Quante ne conosciamo  di persone che invecchiano male, diventando sempre più amareggiate e lamentose. Grazie a Dio per papà non è stato così. 

Il 23 gennaio, 2020 ha sottolineato queste parole: 

La sua grazia è infinita, e il suo perdono è assoluto.

Certo, qualche volta anche lui si è sentito scoraggiato, e ha avuto momenti in cui si è chiesto perché Dio lo tenesse ancora in vita. Erano pensieri che lo assalivano nella sua solitudine, ma sapeva dove trovare le risposte nella Parola di Dio. Quella Parola che aveva insegnato con fedeltà per circa 70 anni, che aveva proclamato a persone scoraggiate e deluse, e aveva invitato coloro che non conoscevano il Signore a credere in Lui.

Nel suo ufficio, come anche nel suo salotto, sono passate decine e decine di missionari e servitori del Signore che gli hanno raccontato le loro difficoltà. In lui trovavano un orecchio attento, parole di conforto e preghiere sincere.

Mi ripeteva spesso che se avesse potuto tornare indietro avrebbe cercato di fare meglio, di amare Dio di più e di servirlo meglio. Eppure, nell’ultimo anno della sua vita ripeteva spesso che stava imparando a conoscere il Signore più profondamente, e che ne era felice.

Il 21 gennaio, circa due mesi prima di andare col Signore, ha sottolineato nel libro 31 giorni nei salmi queste parole:

Re Davide non dubitava della potenza del suo Signore, infatti aveva imparato che la potenza di Dio manifesta la sua gloria, e non è a servizio dei desideri umani. Che il Signore ci dia la stessa convinzione e lo stesso desiderio di Davide, affinché, sostenuti dalla sua grazia, possiamo vivere consapevoli della sua infinita potenza, e portargli sempre gloria.

Ho imparato tanto da papà, e il suo esempio ha segnato la mia vita. Le sue convinzioni e il suo amore per il Signore continuano a fare eco anche nelle stanze degli uffici della Voce del Vangelo, mentre continuiamo a raggiungere il nostro prossimo con la Parola di Dio.

Imitatori imitabili

L’apostolo Paolo esortava i credenti dicendo: “Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi” (Filippesi 4:9).

Non si considerava un supereroe della fede, anzi aveva ammesso senza falsa modestia: “Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo” (1 Timoteo 1:15).

E diceva ancora: “perché io sono il minimo degli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio” (1 Corinzi 15:9).

Paolo ripeteva spesso che qualunque cosa facesse era per grazia e per mezzo delle forze che Dio gli dava e per questo poteva dire anche: “Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l’esempio che avete in noi” (Filippesi 3:17).

Invitava le persone a imitarlo perché la sua vita era spesa a imitare Cristo. 

Noi, a volte, al contrario di Paolo, ci tiriamo indietro pensando che sono parole che non potremmo mai pronunciare. E forse abbiamo ragione. Ma hai mai pensato che, comunque sia, sia che le pronunciamo oppure no, non potremo evitare di essere osservati o imitati?

Capita che mi dicano che assomiglio a papà nei modi di fare. La stessa cosa succede a mio figlio: vedono qualcosa di me in lui. Ma la gente, cosa vede in noi del nostro Padre celeste? È inevitabile avere una certa influenza sugli altri, sia nel bene che nel male. Però, se il mio esempio è negativo è ora di cambiare!

Seguendo il modello di Paolo, facciamo giornalmente questi passi che ci possono rendere imitabili. 

  • Prima di tutto teniamo d’occhio le nostre priorità. “Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo” (Filippesi 3:7). ello che era stato importantissimo prima di diventare seguaci di Cristo adesso non ha più alcun di valore.
  • In secondo luogo, abbandoniamo tutto ciò che ci frena dall’imitare Cristo. “Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Filippesi 3:8). Valutiamo ogni cosa alla luce dello scopo della nostra vita.
  • Terzo, sviluppiamo una consapevolezza giusta del nostro status davanti a Dio. Come Paolo, il nostro traguardo è “di essere trovato in [Cristo] non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3:9). Sapeva che tutto quello che faceva era per grazia di Dio, e che non erano le buone opere che lo rendevano giusto davanti a Lui.
  • Quarto, abbiamo un solo obiettivo: “Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte,per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti” (Filippesi 3:10,11). Paolo sapeva che un giorno avrebbe incontrato Cristo faccia a faccia, e voleva a tutti i costi essere perfetto per quel momento.
  • Quinto, il nostro cammino dura tutta la vita. “Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti” (Filippesi 3:12,13). Come Paolo, non permettiamo che né vittorie né fallimenti passati frenino il nostro progresso.
  • Sesto, qualunque cosa facciamo, facciamolo per piacere a Dio: “corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Filippesi 3:14). La vita cristiana non è una passeggiata ma una corsa, con sofferenze, gioie e certezze. Possiamo anche noi affermare come Paolo che “Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno” (Filippesi 1:21)?

A essere onesti, è possibile che non siamo degli esempi positivi da imitare, ma Dio vuole che sia così. Volenti o nolenti le persone ci osservano, perciò faremmo bene a seguire l’esempio di Paolo.

Quando incontreremo il Signore che cosa ci dirà? 

Paolo, un credente normale consacrato al Signore, ha detto: “Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione” (2 Timoteo 4:7,8). Potremo dire altrettanto di noi?

Che Dio ci aiuti ad essere imitatori di Cristo, e persone da imitare!             

Davide Standridge

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La VOCE gennaio 2022

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Un pizzico di sale "Cani ai guinzagli divini" 


Come si prospetta il 2022 appena cominciato? Sarà un altro anno sotto scacco del Covid e di altre sue varianti? Un altro anno di incertezze sul lavoro, la scuola e la salute?

Dai discorsi che sento, è evidente che la gente ha ancora molta paura.

Alcuni hanno talmente paura di contagiarsi che vanno oltre ogni minima prescrizione e raccomandazione delle autorità sanitarie. Altri fanno tutto l’opposto, perché temono di più le possibili conseguenze del vaccino o anche l’intrusione del governo nella vita privata.

A parte la pandemia che ha colpito il mondo intero, in Italia, secondo un’indagine Istat, 444.000 persone hanno perso il lavoro nel 2020.
Dall’inizio di quest’anno a fine agosto si contano 413 suicidi e 348 tentativi.
Dal 1° gennaio al 30 settembre, sulle strade della Capitale, la Polizia Locale è intervenuta per i rilievi di 19.139 incidenti.

Bastano questi tre dati rilevati a presentare un quadro tetro e triste, ma reale. La vita è piena di incognite ed eventi sui quali non abbiamo nessun controllo, che possono contribuire a creare un’atmosfera di paura nella vita delle persone. 

Vivere nella paura non è di certo salutare, ma è anche vero che non avere paura di niente è da incoscienti!

Dove si trova l’equilibrio tra questi due poli opposti? 
La paura è giustificata oppure quando ho paura sto peccando?

Per alcuni versi la paura è un dono di Dio. Infatti, siamo stati creati capaci di provarla perché fossimo allarmati sui pericoli, ma anche saggi nelle nostre scelte.

Qualche esempio. Vedere per strada qualcuno che inizia a sparare, ci porta immediatamente a nasconderci e metterci in salvo. È ovvio, giusto e sarebbe folle non farlo.

È prudente guardare in tutte e due le direzioni prima di attraversare la strada per non essere investiti.

Ed è un segno di saggezza pagare l’assicurazione dell’auto per non dover sborsare di tasca nostra somme esorbitanti in caso d’incidente.

Ma è un danno grave se la nostra vita è condizionata dall’ansia, perché la paura quando è esagerata, costante e non ha la funzione prevista da Dio, ci fa perdere di vista Lui e la sua sovranità.

La paura è entrata nel mondo con la caduta di Adamo ed Eva, diventando la compagna di vita dell’uomo. All’improvviso l’uomo aveva cominciato ad avere paura di Dio, del giudizio degli altri, delle circostanze, del futuro, della morte… Una cappa di paura è scesa sull’umanità. 

Temere la morte e le conseguenze del peccato, però, non è esagerazione, anzi. Infatti non solo è giusto, ma è qualcosa che dovremmo augurare a tutti, perché “il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23).

La Bibbia attesta chiaramente che “è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” (Ebrei 9:27).

La maggior parte delle persone fa di tutto per sopprimere queste verità. Perciò l’Apostolo Paolo ha scritto in Romani 1:18 che “l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia.”

Gli uomini cercano di intorbidire la loro consapevolezza dell’esistenza di Dio e della sua giustizia con pensieri, parole e atti ingiusti. Esorcizzano le loro paure esistenziali creando falsi dèi simili a loro, che non gli fanno paura. 

Invece è giusto, e addirittura salutare per il corpo (Proverbi 3:7,8), temere il vero Dio, ma non fare come Adamo ed Eva che pensavano di potersi nascondere tra i cespugli dopo aver peccato.

Esiste però anche una paura malsana, opposta a quel “dispositivo di sicurezza” progettato da Dio, perché è una delle terribili conseguenze del peccato di Adamo. 

È una paura che non aiuta a vivere meglio, non avvicina l’uomo a Dio, non lo rende più avveduto. Al contrario, lo rende ansioso e lo paralizza al punto di non riuscire a reagire correttamente a ciò lo terrorizza, rendendo la sua vita terribile. 

Nessun figlio di Dio dovrebbe cadere vittima di questo tipo di paura. Dalla Genesi fino all’Apocalisse, infatti, volta dopo volta Dio ripete: “Non temere!”

Nel solo libro di Isaia, dal capitolo 40 al 54, lo ribadisce per ben dieci volte al popolo d’Israele terrorizzato da quello che avrebbe dovuto affrontare di lì a poco. Il Signore gli vuole ricordare verità importanti per rassicurarlo, dicendogli: “Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia” (Isaia 41:10).

Mentre è vero che bisogna fare molta attenzione a non applicare a noi indistintamente qualunque promessa fatta a Israele (perché la chiesa non ha sostituito Israele nel piano di Dio), ci sono verità eterne per le quali è giusto pensare che queste parole bellissime di Isaia si possano applicare anche ai credenti di oggi. 

Per esempio, all’inizio del capitolo 41 di Isaia, Dio afferma la sua sovrana onnipotenza sulle nazioni e su ogni cosa che accade nell’universo. 

Poi, nei versetti 8 e 9, rivolgendosi direttamente a Israele, dice che lo ha scelto e che questi è il suo servo. 

Sappiamo che il Signore, ancora oggi, ha il totale controllo su tutto. Non accade nulla che sia al di là del suo potere e della sua conoscenza. Gesù ha precisato che nemmeno un passero cade in terra senza che Dio lo sappia e che l’abbia permesso. Nulla è quindi cambiato dai giorni di Isaia fino ai giorni nostri: Dio rimane onnipotente e sovrano eternamente. 

Come per Israele, scelto da Dio come suo tesoro particolare tra le nazioni, ci sono tanti versetti nel Nuovo Testamento che affermano similmente che Dio sceglie i credenti di oggi, e che anche loro sono suoi.

Nel versetto di Isaia, Dio chiama Israele suo servo. È stato un servo tutt’altro che perfetto, perché spesso si è allontanato da Lui, ma un giorno, nel regno di mille anni di Cristo, Israele redento svolgerà di nuovo il suo ruolo glorioso di servo dell’Altissimo. 

Nel Nuovo Testamento i credenti sono chiamati servi di Cristo. Più precisamente, schiavi di Cristo.  A volte dimentichiamo che siamo stati comprati a caro prezzo, che siamo sua proprietà. 

Ma prima di pensare che l’essere proprietà di Cristo sia una cosa negativa, soffermiamoci a considerare il fatto che siamo stati comprati a caro prezzo. 

Paolo scrive: “Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più, dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Romani 5:6-10).

Il prezzo altissimo che Dio ha pagato per la nostra salvezza dimostra il valore che abbiamo ai suoi occhi. Era ciò che Gesù ha voluto insegnare quando paragonò i discepoli all’uccellino che cade: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?” (Matteo 6:26).

Chiarito questo, non è affatto sbagliato che i figli di Dio siano incoraggiati dalle parole di Isaia a Israele; Dio rivolge la stessa esortazione anche a noi: “Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia” (Isaia 41:10).

Le affermazioni di questo versetto sono dei punti cardine che dovrebbero accompagnarci nell’affrontare i problemi e le vicissitudini di tutti i giorni.

Tu, non temere, perché io sono con te

La prima cosa che Dio vuole che tu capisca è che sei tu il destinatario del suo messaggio. “Tu” è un pronome personale, come se stesse dicendo queste cose direttamente a te.

La seconda cosa che Dio desidera che tu sappia è che Egli conosce e comprende le tue debolezze. “Non temere” implica che Lui sa che tendi a temere. È una tendenza umana, e abbiamo visto che a volte ci sono motivi validi per provare timore. 

La domanda che ci dobbiamo porre, però, è quanto tempo permettiamo che duri la nostra paura. Forse troppo a lungo?

Ogni preoccupazione nasce da circostanze avverse, e se non sappiamo affrontare i problemi, non ci vorrà molto prima che il sentirci sempre in ansia diventi un’abitudine, vivendolo alla fine come uno stato emotivo normale. La consapevolezza della presenza di Dio nella nostra vita – “io sono con te” – deve prendere il posto della nostra abitudine all’ansia, e dissolvere questo debilitante stato emotivo. O quantomeno ridimensionarlo.

Il Signore, infatti, non dice “non avere paura quando sono con te”, ma “non avere paura perché io sono con te.” 

È un’affermazione che ha dell’incredibile. Dio non è come un’ambulanza che viene solo se chiamata in soccorso. Lui è sempre con noi!

È la stessa verità che troviamo nel Salmo 23 al versetto 4: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.”

Perfino davanti alla morte la presenza di Dio mi dà tutto ciò di cui ho bisogno per dissolvere ogni mia paura.

Egli ha tutti gli strumenti necessari per proteggermi e accompagnarmi nelle difficoltà reali della vita. Infatti, il primo punto cardine che dobbiamo ricordare è che la presenza e la cura attenta di Dio sono l’antidoto alle mie paure.

Non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio

Nel versetto 10, il Signore mostra altre ragioni per non permettere che le nostre paure ci condizionino la vita. 

Non a caso ci comanda di non smarrirci, perché la paura produce disorientamento. Perdiamo di vista i nostri punti di riferimento, e non siamo più capaci di discernere dove andare o cosa fare.

Ci riflettiamo, ci documentiamo, ma spesso le scelte sembrano troppo difficili, lasciandoci frustrati e confusi. 

Ecco, allora, la chiave per uscire dalla confusione: Dio deve essere continuamente il nostro punto fermo. Infatti, proprio perché è immutabile Lui è l’unico punto di riferimento sicuro. 

Ma in pratica, che devo fare per avere Dio come mio punto di riferimento?

Ce lo spiega Giacomo nel suo discorso su come reagire alle prove: “Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie” (Giacomo 1:5-7).

Quando cominciamo sentirci smarriti abbiamo un secondo punto di riferimento infallibile che è la Parola scritta di Dio. 

Chiedere con fede vuol dire avere completa fiducia nelle Sacre Scritture, come Giacomo specifica poi: “Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era” (Giacomo 1:22-24).

Sembra assurdo, ma ci sono credenti che reagiscono male a qualunque cosa affermi la Bibbia. “Si è vero, ma la mia situazione è difficile… ma le mie circostanze sono diverse… Sì, Dio, lo so che devo avere fede, ma…!” Rifiutano in partenza la soluzione ai loro problemi.

Ma allora il Creatore di ogni cosa, l’IO SONO, è veramente il nostro Dio? Purtroppo per molte persone (troppe!) non è così, e hanno tanti altri dèi, fallibili, instabili, falsi. E può succedere anche ai credenti di essere tentati di seguire i propri desideri, restare ancorati alle proprie opinioni e preferire autorità diverse da Dio. 

La Bibbia insegna che è giusto che la nostra fede sia messa alla prova, il che serve per dimostrarne la genuinità. 

Se Dio non è davvero il mio pastore, le parole “Il Signore è il mio pastore: nulla mi manca” si riducono solo una bellissima frase, senza nessun riscontro reale. Al contrario, se mi fido di Lui, se continuo a seguirlo pur non capendo tutto, sarò disposto a ubbidirgli anche quando voci contrarie mi spingeranno a non farlo.

Io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia

Ecco di cosa ho bisogno quando ho paura, quando ho esaurito le mie forze e non ce la faccio più!

Ho bisogno di essere soccorso, tirato fuori dai guai in cui mi sono messo o dalle situazioni che, per colpa di altri, mi stanno sopraffacendo. Ho bisogno di essere fortificato e guidato.

Riconosco che in parte le mie paure nascono dal fatto che vivo in un mondo ingiusto, che si comporta male nei miei confronti, che mi chiede cose sbagliate che Dio non approva. La società è pervasa dall’ingiustizia a tal punto che è molto facile restarne coinvolti, ed è proprio questo che mi atterra e mi spaventa.

Non è un caso che il Signore dica per bocca di Isaia che non devo temere, perché Lui mi sosterrà con la sua giustizia.

La giustizia di Dio trionferà sempre! Quindi, a pensarci bene noi non siamo vittime, perché la potenza di Dio non ha rivali, la sua saggezza non ha limiti e il suo amore per noi non conosce confini, e tutto ciò fa sì che non gli sfugga nulla.

Il problema è piuttosto il fatto che spesso perdiamo di vista il ruolo attivo di Dio nella nostra vita. Attivo, non passivo, né sorpreso dagli eventi o dalle nostre reazioni.

Paolo, che conosceva bene questo problema, pregava che i credenti fossero potentemente fortificati nell’uomo interiore, attraverso una comprensione sempre più grande dell’amore di Dio: “Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Efesini 3:14-19).

La cura di Dio per noi ha come motore e spinta il suo amore, che va oltre quello che possiamo immaginare. Ecco perché, davanti a ciò che sappiamo dalle Scritture, dovremmo imparare a frenare l’impulso di reagire con un MA, e dire piuttosto: Dio mi aMA!

Affronterò, per grazia di Dio, le incognite del nuovo anno con la certezza che Dio è con me. Supererò situazioni che non ho mai affrontato prima, convinto dell’aiuto concreto di Dio, che è sufficiente per ogni giorno. Prenderò decisioni più grandi di me, affidandomi alla saggezza che il Signore ha messo a mia disposizione nelle Scritture. 

Non dovrò farmi la strada da solo né appoggiarmi sulla mia intelligenza o forza, perché ho preso sul serio il mio rapporto con Dio: Egli è davvero il mio SIGNORE. Io lo servo senza “se” e senza “ma”, lasciandomi correggere, guidare e incoraggiare dalla sua Parola, in modo che la mia comprensione del suo amore sia più grande e consapevole ogni giorno di più.

Sarà un 2022 “da paura”!                 

Davide Standridge

 


Cani ai guinzagli divini

Era una sirena di pompieri, una macchina che portava qualcuno all’ospedale a che cosa? 

Mamma si svegliò. 

No, era Daniele che urlava. 

Mamma corse a vedere che cosa stesse succedendo. Ci mancava solo che con quelle grida facesse svegliare anche gli altri tre! 

Danielino stava seduto sul letto singhiozzando. La sua era paura. Paura selvaggia. 

Mamma cercò di calmarlo. “Hai male di pancia?” No. “Era un brutto sogno?” Le urla ricominciarono. Chiaro: era un brutto sogno. 

“Ma che c’era nel sogno?” 

“Lì sotto... i cani!”

“Ma va là, sotto il letto non ci sono cani. Non c’è niente!”

Mamma prese Daniele in braccio e gli fece vedere che sotto il letto non c’era nulla. 

“Sono andati via, adesso, mamma?” 

“Non ci sono mai stati. Ora mettiti tranquillo.” 

La sera dopo, prima di coricarsi, Daniele mise sotto il suo letto un bastone con una testa di cavallo in cima. 

“Questo si mette nell’angolo, nella scuderia” disse Mamma. 

“No” protestò Daniele, “lui tiene via i cani.” 

L’idea era decisamente pagana, ma la quiete piace a tutti e Mamma pensò che certe sottigliezze teologiche, in ogni modo, non possono essere afferrate da un bambino di quattro anni. La cosa importante era che tutti dormissero in pace. 

“Va bene, per stasera, ma soprattutto non ci pensare. Vedrai che dormirai bene.” 

Invece i cani, puntualmente, ritornarono per varie notti. 

Di giorno Daniele entrava in camera con fare sospettoso, guardava sotto il letto, parlava di cani. Davide e Deborah un po’ lo ammiravano, un po’ si spaventavano anche loro. 

Una sera, Mamma andò accanto al letto di Daniele (il cavallo era in scuderia, sconfitto) e disse: “Ora chiediamo a Gesù di tenere lontano tutti i cani.” 

“Tutti, mamma?” 

“Tutti.” 

Mamma e Daniele pregarono: “Gesù, per piacere tieni lontano tutti i cani da Daniele e aiutalo a dormire bene. Grazie. Amen.” 

Daniele si mise giù con un sorriso di beatitudine completa e di perfetta tranquillità. 

Mamma, mentre spegneva la luce, chiese a Dio di aiutarla a non dimenticare quel sorriso e quella lezione di fiducia. “La fede è certezza di cose che si sperano...” dice la Bibbia. 

E i cani sono tornati? No. “Gesù li tiene legati”, dice Daniele.

M.T. Standridge, "Un pizzico di sale" ristampa del luglio 1962

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La VOCE dicembre 2021

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Un pizzico di sale "Cuscini, sapone e panna montata" 


Il dono ineffabile

Nessuno sa la data esatta della nascita di Gesù. Forse ha avuto luogo in primavera, forse in autunno. Si sa solo, dal Vangelo di Luca, che è avvenuta nell’anno del censimento ordinato dall’Imperatore Cesare Augusto, al tempo in cui Quirinio governava la Siria.

Dato che non c’è stata mai sicurezza sulla data di nascita di Gesù, la chiesa “ufficiale” ha scelto arbitrariamente la data del 25 dicembre, e attorno a tutto l’evento si è sviluppata una cornice di tradizioni e leggende popolari sdolcinate e quasi strappalacrime. Come il freddo, il gelo, il bue e l’asino, le cornamuse, i presepi. Il tutto accompagnato da cibi speciali. Alberi decorati, luci e comete, luminarie. E chi più ne ha, più ne metta. 

Per reazione a tante tradizioni inventate, alcuni gruppi di evangelici e alcune sette hanno deciso che di Natale non si deve neppure parlare. Così da una esagerazione si è purtroppo caduti facilmente in un’altra.

Sia come sia, il fatto unico, reale e straordinario che Dio si è incarnato miracolosamente nel corpo di Maria, si è sviluppato in lei come qualsiasi altro feto ed è nato come qualsiasi altro bambino dopo nove mesi di gestazione, rimane. 

La sua data di nascita non è importante. È, però, straordinariamente importante che sia nato!

L’incarnazione  preparata da sempre

Se Gesù non fosse nato, non ci sarebbe salvezza per noi. Lui è venuto per cercare e salvare ciò che era perito e per dare la sua vita per noi, per morire al nostro posto e rendere possibile la riconciliazione fra Dio e gli uomini. 
Se non avesse avuto un corpo umano, non avrebbe potuto morire. 
Se non fosse stato Dio non avrebbe potuto offrire se stesso come sacrificio perfetto.

La venuta di Gesù non è stata un fatto improvviso e imprevisto. Era stata preparata da tutta l’eternità e annunciata da Dio stesso, subito dopo la caduta di Adamo e Eva nel peccato. 

Vari profeti ne hanno parlato attraverso i secoli, indicando con precisione il luogo in cui sarebbe nato, il tipo di morte che avrebbe subito, e il tipo di ministero che avrebbe esercitato.

Isaia, vissuto circa 800 anni prima della nascita di Gesù, nel capitolo 9 del suo libro, per ispirazione di Dio, ha scritto una delle profezie più belle, più complete e più dettagliate sul carattere del “Bambino”, Figlio di Dio, che sarebbe nato e sulle prerogative che avrebbe avuto. Parleremo su ognuna di esse!

Il momento storico in cui Isaia pronunciò questa profezia era difficile, come è difficile quello in cui noi viviamo. Il peccato dilagava in Israele e il popolo viveva lontano da Dio esattamente come succede oggi da noi. Il giudizio di Dio sul peccato si stava avvicinando, come Dio afferma che succede anche oggi. Le tenebre spirituali erano pesanti come accade oggi fra la gente che pensa a tutto fuorché a Dio. 

Ma la speranza di un Messia liberatore persisteva. Perciò il profeta annunciava che “Il popolo che camminava nelle tenebre vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese nell’ombra della morte la luce risplende” (Isaia 9:1). 

Stava per nascere un Liberatore. 

Come poteva usare il verbo al presente otto secoli prima dell’avvenimento? 

Per Dio il tempo, come lo intendiamo noi, calcolato in anni, mesi, giorni, ore e minuti, non esiste. Quello che per noi è un secolo, per Lui è un istante. Egli vive in un eterno presente. 

Perciò, anche se Gesù sarebbe nato sulla terra molto tempo dopo, Dio poteva già dire con chiarezza: “Un bambino ci è nato… la luce risplende… il popolo vede una gran luce.” 

Noi viviamo dopo l’adempimento di questa profezia e possiamo constatarne l’assoluta esattezza. 

Gesù è venuto come luce del mondo, ha portato la salvezza.

Ma, nonostante questa nostra posizione privilegiata, conosciamo davvero e esperimentiamo  personalmente il Salvatore che è nato, è vissuto come un uomo qualsiasi, è morto per la nostra salvezza, è risuscitato trionfante sulla morte per darci la vita eterna?

Spero di sì. In ogni modo, meditare sulla descrizione del Bambino annunciato da Isaia, ci aiuterà a godere più che mai la bellezza e l’importanza della sua nascita. 

Un bambino ci è nato 

Sull’infanzia di Gesù, i Vangeli dicono ben poco. Tutto quello che si sa è che è nato a Betlemme, è stato circonciso quando aveva otto giorni, come prescriveva la legge di Mosè, è andato in Egitto con Giuseppe e Maria, per sfuggire a quella che poi è stata chiamata “la strage degli innocenti”, voluta da Erode, il quale voleva sbarazzarsi di un possibile contendente al trono.

Si sa che Gesù è cresciuto come un bambino qualsiasi, che è vissuto a Nazaret e che a 12 anni è andato a Gerusalemme e ha avuto un incontro molto interessante con i dottori della legge nel tempio. Che fino all’età di 30 anni è stato considerato solamente “il figlio del falegname”, che aveva fratelli e sorelle e che era ubbidiente a Dio e ai genitori terreni. 

Isaia 9:5 dice: Un bambino ci è nato.”

Il Signore Gesù era maschio e anche questo ha un peso. 

Il primo uomo creato da Dio, Adamo, ha peccato e, a causa della sua disubbidienza all’ordine di Dio, “Il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte. Così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” spiega l’Apostolo Paolo nella sua lettera ai Romani (5:12). 

Dopo il peccato di Adamo, era necessario che un altro uomo diventasse un salvatore, “perché se per la trasgressione di uno solo molti sono morti, a maggior ragione la grazia di Dio e il dono della grazia proveniente da un solo uomo, Gesù Cristo, sono stati riversati abbondantemente su molti” (5:15). 

Doveva essere, però, un uomo perfetto e assolutamente senza peccato. 

Sempre Paolo afferma ancora: “Come per una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini… affinché come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (5:18,21). 

Non potrebbe essere più chiaro: il primo uomo, Adamo, è stato lo strumento che ha portato la morte e il peccato nella razza umana. Un secondo uomo, perfetto, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è stato lo strumento per portare la grazia e la vita alla razza umana decaduta. 

“Un bambino è nato” precisa ancora Isaia. Gesù era contemporaneamente Dio e uomo. 

Come uomo, ha potuto morire. Come Dio, ha potuto offrirsi come sacrificio perfetto al posto dell’uomo e risuscitare.

Infine, Isaia afferma: “Un bambino ci è nato.” È nato per salvare ogni individuo che compone l’umanità. È nato per te e per me. 

L’opera di salvezza di Gesù ha valore universale, ma deve essere accolta per mezzo della fede da ogni individuo. 

Tu lo hai accolto?

Maria Teresa Standridge

Tratto dal libretto “Un bambino ci è nato”. Vedi la serie "Una settimana con Maria Teresa"


Cuscini, sapone e panna montata

“Presto, vieni a vedere! Corri, corri, Mamma!” 

Mamma stava rientrando con le braccia cariche di spese. Due bottiglie di latte, un sacchetto di patatine novelle, quattro cespi di insalata e un giornale... più i guanti e la borsa. 

Per quello che Mamma ne sapeva, i bambini potevano stare buttandosi giù dal terrazzo, strappando i gerani – gioia e orgoglio di Papà – o pitturando col gesso la biancheria stesa ad asciugare. 

Mamma posò i suoi pacchi e corse a vedere (le patatine corsero allegramente sulla tavola e rimbalzarono sul pavimento). 

Tutto era in ordine e i bambini stavano innocentemente col naso in su a guardare il cielo. Perfino Stefano, dal suo recinto, guardava in alto saltando eccitato. 

“Guarda le nuvole, Mamma!” disse Daniele. 

“Quelle sembrano sapone!” fece eco Davide. 

“No, panna montata” corresse Daniele. 

“Un po’ sporche” commentò Deborah osservandone una leggermente grigia. 

Il cielo era una meraviglia. Azzurro, cupo, come può essere a Roma, con delle immense nuvole bianche, sparse senza economia, che viaggiavano nello spazio. 

“A me piace quella lì, grassa e bianca come un cuscino. Mi piacerebbe che Gesù stesse seduto lì sopra” così lo potrei vedere. Proprio mi piacerebbe” disse Daniele. 

“Gesù sta là sopra, Mamma?” chiese Davide. 

“Sì. Gesù è dappertutto.” 

“Gesù ha fatto le nuvole?” “Sì.” 

“E le tiene appese lassù?” 

“E le fa camminare?” 

“Sì, e un giorno dentro ad una grande nuvola, verrà a prendere tutti gli uomini, le donne e i bambini col cuore bianco e pulito.” 

Davide, Daniele e Deborah rimasero ancora un momento a guardare. 

“Il Signore stesso, con potente grido, con voce d'arcangelo e con tromba di Dio, scenderà dal cielo, e i morti in Cristo risusciteranno i primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo, insieme con loro rapiti sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre col Signore” pensò Mamma, mentre cominciava a preparare il pranzo e a dare la caccia alle patatine sparse sul pavimento.

M.T. Standridge, "Un pizzico di sale" ristampa del luglio 1962

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La VOCE novembre 2021

La nuova governatrice dello stato di New York, Kathy Hochul, in un suo discorso su coronavirus e vaccino, ha detto ai suoi sostenitori: 

“Indosso tutto il tempo la mia collana di persona vaccinata per affermare che ho fatto il vaccino. E voi tutti – lo so che siete vaccinati, voi siete quelli intelligenti – sapete che ci sono altri là fuori che non danno ascolto a Dio. Non fanno ciò che Dio vuole, e voi lo sapete e li conoscete. 
“Ho bisogno di voi, ho bisogno che voi siate i miei discepoli, che andiate a parlare [del vaccino], e che diciate che lo dobbiamo l’uno all’altro. Noi ci amiamo a vicenda. Gesù ci ha insegnato ad amarci gli uni gli altri. E in che altro modo possiamo mostrare questo amore se non prendendoci cura gli uni degli altri, al punto di dire: «Per favore, fatti vaccinare perché ti amo e voglio che tu viva!»?”

Tutt’altra cosa il governatore della Florida, Ron de Santis, che si è scagliato contro ogni imposizione sul vaccino, dicendo che sancirà multe fino a 5.000 dollari contro qualsiasi impresa e altra entità lavorativa, governativa e non, che impone il vaccino ai suoi impiegati.

La governatrice Hochul è cresciuta in una famiglia cattolica ed è a favore dell’aborto, mentre Ron de Santis, cattolico anche lui, si schiera invece contro l’aborto. Due persone di “fede”, ma con opinioni diametralmente opposte.

Questi due esempi dimostrano che anche dall’altra parte dell’oceano si acuiscono posizioni divergenti sul Covid e sui vaccini che, portate all’estremo, possono sfociare in violenza. 

L’opinione pubblica è fortemente divisa su questo argomento, ma lo sono anche le chiese e i credenti. 

Cosa sta succedendo? Come abbiamo fatto a farci trascinare in litigi e divisioni? E cosa dobbiamo fare per uscirne fuori?

LA MASCHERINA COPRE LA BOCCA MA NON FERMA LA LINGUA

“SIGNORE, poni una guardia davanti alla mia bocca, sorveglia l’uscio delle mie labbra.” Salmo 141:3

Davide, che ha scritto questo salmo, era consapevole che senza l’aiuto di Dio, dalla sua bocca potevano facilmente uscire parole e frasi che avrebbero fatto del male e offeso Dio. 

Anche Giacomo avverte del pericolo di parlare in modo avventato che porta conseguenze disastrose. Nella sua lettera dice che “la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita” (3:5,6).

Adesso che le opinioni sul coronavirus stanno infiammando gli animi di tutti, perfino i credenti stanno permettendo alle loro lingue di incendiare e rovinare rapporti coi fratelli in fede, con giudizi reciproci, provocando addirittura spaccature nelle chiese.

In effetti, la pandemia ha palesato quanto siano fragili l’unità e l’amore fra i credenti nelle chiese evangeliche.

Non è stato il coronavirus ad aver introdotto i dissensi nelle chiese, che purtroppo ci sono da sempre, ha solo contribuito a riportare alla luce problemi non affrontati e irrisolti. È triste dover ammettere che i litigi nelle chiese non sono una novità, e temo che non cesseranno finché saremo su questa terra.

DISTINTAMENTE DISCEPOLI 

Molti sono pronti a difendere le loro posizioni nelle controversie, citando versetti biblici come se fossero armi. 

Anche se alcune divisioni sono legittime, perché basate su chiare indicazioni delle Scritture, molte altre non lo sono affatto, anche perché è raro che una spaccatura sia dettata dall’amore. Le scissioni sono piuttosto eventi senza espressioni di affetto.

Ma l’amore nella chiesa non è un’opzione, come un’ideale da ricercare “quando possibile”. Al contrario, è un elemento fondamentale per la vita in comune dei veri cristiani.

Proprio perché Gesù lo sapeva ha dichiarato: “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri (Giovanni 13:34,35). 

Quando l’amore è manifestato e vissuto in modo pratico nella chiesa locale, si ha la dimostrazione che i veri cristiani sono anche veri discepoli. Non professano la fede soltanto a parole, ma la vivono in pratica nei rapporti. 

“Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:18-20).

Il piano di Dio è che chi crede in Cristo sia anche suo discepolo, e che, mettendo in pratica la sua Parola, evangelizzi altre persone invitando anche loro a diventare discepoli di Gesù. 

Ma non tutti quelli che fanno una professione di fede diventano automaticamente discepoli. Forse bisognerebbe spiegare bene che chiamarsi cristiano implica l’essere un discepolo di Cristo. Magari parliamo della salvezza senza menzionare che è strettamente legata al concetto di discepolato.

Fare di qualcuno un discepolo di Cristo vuol dire “insegnargli a osservare tutte quante le cose che Cristo ha comandate”. Il Signore ne ha comandate tante che fanno sì che la vita cristiana sia un cammino vero e proprio, ossia un progredire durante tutta la vita. Ma cosa dimostra che un cristiano è anche vero discepolo? L’amore fra i credenti ne è la prova. 

Non si tratta di un amore fatto di parole vuote, ma di fatti e gesti concreti che lo esprimono e lo fanno vivere. Ma troppo spesso le nostre parole tradiscono quello che cova effettivamente il nostro cuore, e così demoliamo con la nostra bocca rapporti che abbiamo costruito in anni.

Parliamo di evangelizzazione, altra prova di amore. Se nemmeno i bollettini dei morti per Covid, quotidianamente aggiornati, ci spingono a riflettere sulla realtà della morte, mi domando che cosa mai potrà farlo allora. 

Non si tratta solo di numeri. I morti sono morti davvero, e quelli che non erano diventati figli di Dio credendo in Cristo Gesù sono realmente andati all’inferno, indipendentemente dalla causa della loro morte. Davanti a tutto questo, il vero credente è impossibile che rimanga insensibile. 

La comunione tra i credenti è una testimonianza importante quanto la nostra vita privata. Per questo Gesù ha detto: “Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Giovanni 17:20,21).

L’unità tra i veri cristiani è un mezzo che Dio ha stabilito per invitare le persone nel mondo a credere che Gesù è il Figlio di Dio, e che è venuto per salvare coloro che credono in lui.

L’unità nella chiesa e l’amore tra veri credenti riguardano te personalmente, e cominciano da te. 

Sono l’espressione visibile che Dio ci ha salvati. Ecco le parole dell’Apostolo Pietro chiare e solenni: 

“E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l’opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno; sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia. Già designato prima della fondazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi; per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio.
“Avendo purificato le anime vostre con l’ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore, perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio” (1 Pietro 1:17-23).

Avere conosciuto Cristo, essere quindi stati acquistati da lui e rigenerati, produce in ogni vero credente un intenso amore sincero, non forzato. L’ascolto della Parola di Dio e la sua applicazione pratica alla nostra vita dovrebbe spingerci ad amare gli altri proprio in questo modo. 

Ma il nostro amore deve anche essere messo alla prova, perché l’unità tra i credenti è minata dal fatto che siamo fallibili e difficili da amare. Proprio per questo motivo Pietro scrive: “Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l’amore copre una gran quantità di peccati” (1 Pietro 4:8). 

Sapevi che la parola “intenso” nella lingua originale significa amare “con la mano tesa”? Una mano tesa invita fratelli e sorelle ad avvicinarsi a te. 

Ami con le braccia tese o conserte? 
Il tuo braccio è teso per accogliere o per tenere lontano? 
Ami in modo discriminatorio, dimenticando che se non fosse per Cristo saremmo tutti odiosi e difficili da amare (Tito 3:1-7)?

I dissidi fra credenti e fra chiese per opinioni diverse sul Covid stanno influenzando anche i veri credenti a vivere con il braccio teso pieno di giudizio, in aperto conflitto gli uni contro gli altri. 
È possibile che abbiamo dimenticato cosa ci unisca e cosa Dio abbia fatto in noi?

L’ORIGINE DELL’UNITÀ

Da dove proviene l’unità di cui abbiamo parlato, e cosa si aspetta Dio da noi? 

L’Apostolo Paolo lo spiega alla chiesa di Efeso così: 

“Io dunque, il prigioniero del Signore, vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace. Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti” (Efesini 4:1-6).

Leggendo questo passo alcune verità basilari devono rimanere impresse nella nostra mente.

Prima di tutto, con il nostro comportamento possiamo onorare Cristo e ciò che ha fatto per noi, oppure possiamo comportarci in modo indegno e irrispettoso verso di lui. Un discepolo, ovviamente, desidera solo seguire il Maestro, ed evitare qualunque cosa possa diffamarlo. 

Non siamo degni della salvezza (“vocazione”) e non lo saremo mai, perché più volte la Parola di Dio ribadisce che non possiamo meritare il favore di Dio. La salvezza è un dono (Efesini 2:1-10). È poco ma sicuro, però, che possiamo essere incoerenti col nostro comportamento rispetto al nostro rapporto con Dio.

Una seconda verità, sottintesa nelle parole di Paolo, è che il credente non è risparmiato dalle difficoltà. Lui scriveva dalla prigione, infatti da quando si era convertito a Cristo la sua vita era stata segnata da momenti di grande sofferenza, spesso a causa della sua testimonianza e dell’ostilità dei capi religiosi e delle autorità politiche del suo tempo. 

Alcuni pensano che l’assenza di problemi sia una conferma che Dio approvi il nostro comportamento, ma non è così! L’unico modo per valutare e capire senza errori se Dio sia soddisfatto del nostro comportamento oppure no, è confrontarci con la sua Parola.

La terza verità è che siamo chiamati a conservare l’unità, e non a produrla. Non possiamo creare l’unità, ma possiamo rovinarla e siamo anche bravi nel farlo!

Umiltà, mansuetudine, pazienza e sopportazione amorevole sono gli atteggiamenti necessari nella vita di coloro che non vogliono essere un ostacolo all’unità nella chiesa.

La mancanza di umiltà non è solo un problema tra un credente e l’altro, ma anche tra il credente e Dio. 
Dio resiste ai superbi, quelli che si confrontano in prima persona con sé stessi. L’orgoglio dell’uomo, il voler diventare come Dio, è stato il motivo principale della sua caduta e continua a essere il suo tallone d’Achille. 

L’orgoglio ci spinge a credere che le nostre opinioni siano le migliori, e che debbano prevalere nei confronti degli altri. 

L’orgoglio distrugge qualsiasi possibilità di unità nella chiesa. 

Per orgoglio lasciamo le nostre convinzioni soggettive fermentare incontrollate dentro di noi fino a che, in un attimo, traboccano producendo astio e disprezzo quando ci confrontiamo con gli altri. 

Avere idee diverse e fare valutazioni differenti è normale, ma con la mansuetudine è possibile prevenire le reazioni sbagliate. Quando manca la mansuetudine, che è la forza sotto controllo, le reazioni rischiano di essere peccaminose, portando anche divisione. 

La pazienza è la capacità di non reagire quando si è sotto stress. 
Ci vuole pazienza nelle situazioni che non ci piacciono, davanti a opinioni o comportamenti che ci urtano e che ci sembrano sbagliati. 

Il fatto che Paolo menzioni la pazienza, dimostra che ci saranno sempre motivi per potenziali conflitti. Cosa sceglieremo di fare in quei momenti? Sceglieremo la sopportazione pacifica? Fino a che punto siamo pronti a spingerci per proteggere la pace? 

Giacomo scrive: 

“Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza.
Ma se avete nel vostro cuore amara gelosia e spirito di contesa, non vi vantate e non mentite contro la verità. Questa non è la saggezza che scende dall’alto; ma è terrena, animale e diabolica. Infatti dove c’è invidia e contesa, c’è disordine e ogni cattiva azione. 
La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace” (Giacomo 3:13-18).

Pensi di poter difendere il tono aspro delle tue parole e legittimare l’atteggiamento con cui le dici, solamente citando le Scritture? 
Tendi a giustificare la durezza dei termini che usi ostentando la tua spiritualità? 

È difficile conciliare le parole di Giacomo con l’atteggiamento intollerante sempre più comune tra le persone.

PRESERVARE L’UNITÀ 

L’unità dei credenti non nasce per sforzi, patti e alleanze umane. È Dio che la produce tra i suoi figli. Nessun credente è capace di crearla. Il Signore stesso la stabilisce in modo sovrannaturale, in un modo inimmaginabile per l’uomo. 

Dio ha già compiuto delle azioni per il vero cristiano che lo hanno unito realmente a tutti coloro che Egli ha salvato nei secoli, in tutto il mondo (Efesini 2:11-18).

I veri cristiani del 2021 sono uniti da un vincolo sovrannaturale a tutti i cristiani del primo secolo. E sono uniti anche ai credenti dell’anno 500 e del 1500. Sono uniti perché Dio li ha uniti.

Questa unità continua a esistere attraverso tutte le epoche, e si estende anche geograficamente, arrivando a ogni credente ovunque nel mondo. Noi che siamo in Italia siamo uniti ai nostri fratelli islandesi, i credenti francesi sono uniti con i credenti brasiliani, come i fratelli giapponesi sono uniti ai fratelli canadesi e quelli americani con quelli afgani. Uniti di fatto!

Ma attenzione! Dato che non richiede nessuno sforzo particolare mantenere l’unità con chi non ho mai visto e non conosco (non può mica pestarmi i piedi né i miei modi possono offenderlo!) serve una prova del nove.

Per questo l’unità deve manifestarsi nella chiesa locale, dove chiunque potrebbe dire e fare cose che mi irritano, avere convinzioni diverse dalle mie, educare i figli in modo diverso da me… 

Per non parlare del fatto che a volte veniamo da culture diverse, forse qualcuno parla troppo o troppo poco, c’è chi è puntuale mentre io fatico ad arrivare in orario alle riunioni... C’è chi serve con gioia e chi schiva qualsiasi responsabilità. Forse si cantano i canti che ci piacciono o si preferiscono gli inni che ci addormentano, c’è chi prega a lungo e chi non prega in pubblico… 

L’unità è messa sotto pressione e provata proprio nella comunità!

I PARAMETRI DELL’UNITÀ

Un corpo, uno Spirito, una speranza, un Signore, una fede, un battesimo, un Dio e Padre. 
Sette realtà singolari che solo un vero cristiano può avere. 

Dio non ci ha chiamato a unirci con tutte le persone religiose, morali o sincere. Vuole piuttosto che ci impegniamo a preservare l’unità con tutti coloro che Lui sovranamente ha deciso di unire a noi in un solo corpo.

Solo i veri cristiani fanno parte del corpo di Cristo, e noi abbiamo la responsabilità di curarli e accettare tutti senza reputarci superiori o considerarli inutili. Questo Dio vuole da noi.

Lo Spirito Santo ha convinto loro come ha fatto con noi di peccato, di giustizia e di giudizio, e continua a camminare accanto a loro nel processo di santificazione. 

Tutti i veri cristiani trascorreranno certamente l’eternità con noi, quindi sarà meglio che impariamo ad andare d’accordo già da ora. 

Ogni vero credente ha un solo Signore: appartiene a Gesù Cristo, è suo schiavo e suo servitore. Come noi, anche lui deve rispondere delle sue azioni direttamente a Cristo. 

La chiesa è un gruppo esclusivo perché c’è solo una fede che permettere di entrarvi, ed è la fede in Gesù Cristo. 

C’è un solo vangelo che salva, un solo mediatore fra Dio e gli uomini. Gesù è il Signore e Salvatore di ogni vero cristiano. 

C’è un solo battesimo biblico che esprime visibilmente quello che Dio ha fatto interiormente nei suoi figli, ed è il battesimo per immersione che ci accomuna a Cristo: siamo morti al peccato, rinati come nuove creature, desideriamo camminare in santità, e Dio è il nostro Padre perché ci ha fatti rinascere quando abbiamo creduto in Cristo Gesù. Egli è sovrano e attento alle nostre vite.

Sono realtà che non possiamo contraffare né produrre per noi stessi o per un’altra persona. Possiamo solo pregare che Dio lo faccia.

PROTETTORI DELL’UNITÀ

Tu e io abbiamo il compito importante di proteggere l’unità nella chiesa prevenendo le spaccature, vaccino o non vaccino, mascherine o non mascherine. 

Per quanto le nostre opinioni possano essere ragionate e radicate, la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri è più importante. 

Nessuno si aspettava una pandemia come il coronavirus. Nessuno di noi la poteva immaginare né aveva mai vissuto prima un evento di tale portata. 

Ma è anche proprio in vista di tempi come questi, quando la chiesa è messa sotto pressione da eventi politici o catastrofici, che Dio ha stabilito delle guide in ogni chiesa con il compito di pascere il gregge, che è difficile da guidare. Lo devono fare con l’atteggiamento giusto, con attenzione e sottomissione al Signore.

Le istruzioni molto pratiche di Paolo a  Timoteo valgono ancora: “Evita inoltre le dispute stolte e insensate, sapendo che generano contese. Il servo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti, capace di insegnare, paziente” (2 Timoteo 2:23,24).

Piangiamo per il nostro peccato di permettere o provocare divisioni! Piangiamo perché le moltitudini muoiono senza Cristo. Piangiamo se nelle nostre chiese non c’è amore e unità. 

Ma se invece nella tua chiesa l’amore e l’unità regnano, allora ringrazia Dio, e sii pronto e sveglio per proteggerla contro qualsiasi nemico voglia minarla.

Comportiamoci da figli di Dio!

– D.S.

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La VOCE ottobre 2021

“Ciao Arnaldo, come stai?” “Sto bene, grazie. Solo molto indaffarato!”

“Ah, davvero? Che ti succede?”

“Beh, sto ristrutturando casa… Ho pianificato tutto, ma ora devo trovare la ditta che eseguirà i lavori.”

“Non c’è qualcuno del mestiere in chiesa che potrebbe darti una mano?”

“Ma che scherziamo?! Io non mi fido dei credenti. Non so tu... Ho avuto troppe brutte esperienze. Lavorano male e sono poco affidabili...”

Le parole di Arnaldo mi hanno rattristato molto, ma non ho potuto fare a meno di ricordare che anch’io sono stato deluso dai credenti. Li assumi per fare un certo lavoro, anche perché ti sembra giusto e gentile aiutare fratelli in difficoltà. Ma se poi non fanno quello che avevano promesso o lo fanno malamente, sei a disagio perché discutere con loro è l’ultima cosa che vorresti.

Sembra che tu sia obbligato,  per il semplice fatto che sei un credente, a “comprenderli” quando ogni altra faccenda ha precedenza sull’impegno pattuito con te.

Ci resti male, è chiaro, e sei insoddisfatto del lavoro eseguito, ma per non creare problemi in chiesa non reclami più di tanto. Metti in pratica quello che Paolo scrive in 1 Corinzi 6:7 e “patisci qualche torto o danno.”

Ti resta però il coltello dalla parte del manico: puoi fare come Arnaldo e decidere di non assumere più credenti o peggio, non pagare il lavoro.

Ma deve essere così? Tu e io, facciamo parte della soluzione o del problema?

Di che patto sei?

Anzitutto dobbiamo tenere presente che non tutti quelli che si definiscono cristiani lo sono davvero. Alcuni, guardando la loro vita, sembrano aver stipulato solo una polizza contro l’inferno, e il loro modo di vivere non è cambiato un granché. 

A volte, quando si parla dell’essenza della vita cristiana, si mette molta enfasi sulla preghiera, sulla lettura della Bibbia e su altri aspetti spirituali, ma si tende a dimenticare che Dio desidera che la vita del credente cambi e migliori da tutti i punti di vista. Anche l’essere affidabili fa parte di questo processo.

Secondo la Treccani la parola affidabile si riferisce “a cosa o persona sulla quale si può fare affidamento, di cui si può fidare”, che è “attendibile, corretta, coscienziosa, credibile, leale, seria e sicura.” 

È una qualità che si dovrebbe trovare in tutti coloro che sono nati di nuovo, ma che, nel momento del bisogno, si rivela sorprendentemente rara.

Nella sua prima lettera ai Corinzi l’Apostolo Paolo ha scritto: “Del resto, quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele” (4:2). 

Certo, stava parlando di Pietro, di Apollo e di sé stesso in quanto apostoli e ministri del vangelo, ma sarebbe riduttivo pensare che la fedeltà sia richiesta solo ai cosiddetti servitori di Dio. Cercare di trovare nelle parole di Paolo una facile scappatoia dalle proprie responsabilità, è come arrampicarsi sugli specchi.

Infatti, Dio si aspetta che ogni moglie, figlio e marito, ogni studente e lavoratore, ogni guida e membro di chiesa, insomma ognuno si dimostri affidabile. Allora è opportuno farci un esame di coscienza per vedere se lo siamo. Facciamolo con questo piccolo esercizio sulla frase di Paolo:

“Si richiede” – Chi lo richiede? Cosa significa? Ha il diritto di farlo?

“Amministratori” – Chi sono gli amministratori? Cosa amministrano? Chi gli ha affidato questo compito?

“Sia trovato” – Chi lo deve trovare? Quando lo deve trovare?

“Fedele” – Cosa vuol dire? Fedele a chi e in che cosa?

Proviamo a rispondere a queste domande confrontandoci con le nostre responsabilità. Per aiutarci a procedere in modo logico, cominciamo dall’ultima parola: fedele.

Essere fedeli

La parola fedele ricorre spesso nel Nuovo Testamento. Racchiude in sé il concetto di essere degno di fiducia, qualcuno su cui ci si può contare, coscienzioso, che mantiene la parola data, che compie le proprie responsabilità.

Una persona fedele fa quello che sa essere giusto, anche quando nessuno la vede. L’Apostolo Paolo comanda ai credenti di essere questo tipo di persone:

“Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand’ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo. 
“Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute, perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato” (Filippesi 2:12-16).

Questi versetti sono un concentrato di istruzioni molto pratiche per una vita cristiana che Dio gradisce.

Il principio di fondo è che chi è fedele, lo è sempre, indipendentemente dal fatto che sia osservato o meno. 

La fedeltà è strettamente collegata alla salvezza. Mi spiego: la salvezza non dipende dalla nostra capacità di essere fedeli, ma ubbidire a Dio diventa fonte di gioia per noi come conseguenza del nostro nuovo rapporto con Lui. 

È Lui il nostro punto di riferimento assoluto, non le persone intorno a noi. 

E benché la Bibbia ci esorti a essere sottomessi a ogni autorità come buoni cittadini, la nostra fedeltà incondizionata deve essere principalmente verso Dio e la sua Parola, e solo di conseguenza verso le autorità – giuste o ingiuste che siano. 

Il fatto che viviamo in mezzo a peccatori che amano il peccato e approvano chi pecca, non deve indurci ad abbassare il nostro standard, paragonandoci a loro. 

Il loro stile di vita lontano da Dio non sarà mai una giustificazione per la nostra mancanza di affidabilità. 

Restare fedeli è difficile, ma la fedeltà di cui parla Paolo spicca sicuramente in confronto alla normalità, perché risplende!

Nel buio della notte gli astri si distinguono senza sforzo, la gente li ammira e li studia. Sono talmente riconoscibili che tanti hanno addirittura un nome. Brillano in netto contrasto con quello che li circonda. 

Similmente, il credente fedele si distingue per la sua affidabilità: è diverso dagli altri e si tiene fuori dalla mischia, perché ci tiene alla sua testimonianza. 

In questo mondo caduco la fedeltà è come un diamante rarissimo. 

Senza l’aiuto di Dio i nostri più tenaci tentativi di restare fedeli sarebbero insufficienti. Come chiunque altro, saremmo motivati dall’egoismo, e la nostra fedeltà si esaurirebbe nel momento in cui il nostro tornaconto svanisce. 

Ma proprio perché Dio è colui che produce in noi il volere e l’agire, ci troviamo in una situazione di estremo vantaggio: Lui stesso viene in aiuto alla nostra infedeltà.

Perciò, se a volte ci sembra che essere fedeli sia troppo gravoso, ricordiamoci che questo è il suo disegno e il suo piano benevolo per noi e per le persone su cui abbiamo influenza.

La nostra fedeltà, quindi, riguarda più Dio che chi ci sta intorno, che senza dubbio ne beneficerà. Ma in realtà, il Signore deve essere il beneficiario principale, e noi vogliamo soprattutto piacere a Lui. 

Forse gli altri non meritano i frutti del nostro impegno verso il Signore e, per come si comportano, ci potremmo anche permettere di essere integri a metà nei loro confronti. Ma con Dio questo ragionamento non regge! 

Egli richiede da noi fedeltà perché Lui la merita, e perché il nostro comportamento influisce sulla sua reputazione. Siamo portatori della sua immagine, dato che i cristiani rappresentano Cristo.

Si richiede

È ovvio che ognuno vuole che siamo degni della loro fiducia: se lo aspetta nostra moglie, nostro marito, i nostri genitori, i nostri insegnanti, i nostri datori di lavoro, i nostri amici e il nostro governo. Ma spesso e volentieri vediamo che tutte queste persone, fallibili come noi, sono poco affidabili, non mantengono la parola, e ci viene la voglia di ripagarle con la stessa moneta.

Concentrarci sulle mancanze altrui e agire di conseguenza, è un ostacolo alla nostra crescita spirituale. Ricordiamoci piuttosto che Dio vuole che il nostro comportamento lo onori in ogni situazione.

Uno degli aspetti su cui molti sorvolano è il mantenere la parola data. Gesù ha detto: “Il vostro parlare sia: «Sì, sì; no, no»; poiché il di più viene dal maligno” (Matteo 5:37).

Ogni volta che apriamo la bocca le persone non devono avere dubbi sulla veridicità di ciò che diciamo. 

Quando affermi o prometti qualcosa, devi renderti conto che non parli solo a chi ti sta davanti, ma stai dicendo queste cose davanti a Dio.

Gesù ha affermato anche che “di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato, e in base alle tue parole sarai condannato” (Matteo 12:36,37).

Sarai d’accordo con me che spesso parliamo a sproposito, e usiamo la lingua con estrema superficialità. 

Per alcuni promettere cose, senza l’intenzione di mantenere ciò che si è detto, è uno stile di vita.

Altri invece, per esempio a un colloquio di lavoro, sono pronti a promettere al di là di quello che potranno garantire, solo per essere sicuri di aggiudicarsi il posto. “Sono paladino della puntualità… Non perdo tempo con social media durante le ore di lavoro… Reggo benissimo lo stress… Mai preso un giorno di malattia...”

Il credente non può e non deve farlo, dovesse anche costargli di perdere l’occasione della vita. E se ha dato la sua parola, deve mantenerla a qualsiasi costo, tranne, ovviamente, che per cause di forza maggiore. 

Periodicamente succede che ci sono lavori da fare a casa o in ufficio. Allora chiamo sempre un operaio per un sopralluogo e per un preventivo. Preferisco rivolgermi ai credenti, ma ricordo pure che proprio da loro ho avuto le delusioni più grandi. Alcuni, forse per la troppa confidenza o proprio perché “siamo fratelli”, sono stati superficiali, e non hanno eseguito con attenzione e responsabilità il proprio lavoro. 

Oppure hanno rispettato i patti solo a metà, perché in fondo tra “fratelli” il rapporto di lavoro è meno vincolante e l’altro è più comprensivo. 

Le parole di Cristo, però, valgono per tutti. Essere fratelli in fede non dà il diritto di essere meno attenti alle promesse fatte.

Un altro fattore che spesso influisce sulla qualità e sull’esecuzione del lavoro tra i credenti sono i soldi. 

In passato ho frequentato diverse chiese per un lungo periodo, e sono stato coinvolto in qualche ministero. Ho potuto notare che quando un servizio è gratis l’affidabilità, ossia il lavoro svolto in modo eccellente, è una virtù poco praticata.

Chi si occupa delle pulizie dei locali? Qualche anima buona, senz’altro…

Le piante del vialetto all’entrata sono troppo cresciute e c’è erbaccia dappertutto. Che fare? Possiamo chiamare dei giovani “volontari”...

L’impianto elettrico, del riscaldamento, dell’audio ha bisogno di un intervento. C’è un fratello che sa smaneggiare…

Chi vuole partecipare alla cura dei locali va certamente incoraggiato, perché servendoci gli uni gli altri serviamo Cristo.

A lungo andare però, può succedere che quel particolare servizio non porti più tanta gioia come all’inizio: “Qualcun altro si occupi di riordinare i locali questa domenica e di mettere le sedie a posto prima dell’apertura della sala. Io proprio non me la sento, sono stanco, mica mi pagano… Che ci posso fare? Troveranno pure una soluzione…”

Oppure: “Tocca a me insegnare alla scuola domenicale questo fine settimana, ma ho avuto altri pensieri per la testa e non mi sono preparato come avrei voluto. E va bè, si dovranno accontentare…”

Dio richiede fedeltà anche in quello che facciamo gratis, infatti esige la nostra lealtà in ogni nostra attività! Perché?

Siamo amministratori

Un amministratore non serve sé stesso. E, nel caso nostro, non ci siamo autonominati “amministratori”. Qualcuno che di risorse umane ne sa più di tutti ci ha affidato incarichi e capacità, e dobbiamo svolgerli onorando il compito assegnatoci.

L’amministratore deve usare bene quello che il suo superiore gli ha affidato.

Sull’argomento c’è questa storia che Gesù ha raccontato: 

Avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. 
Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. 
Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: «Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque». 
Il suo padrone gli disse: «Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore». 
Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: «Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». 
Il suo padrone gli disse: «Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore». 
Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: «Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo». 
Il suo padrone gli rispose: «Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse. 
«Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti.» —Matteo 25:14-30

La storia è semplice. Dio affida a ognuno di noi dei talenti, capacità da usare per produrre risultati che siano graditi a Lui. Ovviamente non hanno tutti le stesse capacità, quindi anche le aspettative sono diverse. Ma essere svogliati, oziosi, pigri o anche spaventati e timidi non annulla quello che il Signore si aspetta da noi.

Nell’essere affidabili è incluso il concetto che la nostra vita deve essere produttiva in un modo o in un altro. 

Oggi molti si adagiano nella propria inerzia e diventano pigri, un po’ a causa di politiche di assistenzialismo con poca logica, un po’ per colpa di genitori troppo indulgenti. Comunque sia, il credente pigro si rovina con le proprie mani, ma poi si irrita con Dio (Proverbi 21:25; 24:30-34). 

Genitori non permettete che i vostri figli lo diventino!

Ogni credente ha capacità che Dio gli ha dato perché siano messe al suo servizio in primis, e di conseguenza verso gli altri. Infatti, un amministratore deve rendere conto a chi lo ha impiegato.

Sia trovato

“Il suo padrone gli disse: «Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore»”.

Il servo con cinque talenti e quello con due hanno ricevuto entrambi la stessa lode dal padrone soddisfatto del loro operato. Servi buoni e fedeli. 

In realtà, la parola servo nel testo originale greco è schiavo.

Spesso dimentichiamo che siamo schiavi di Cristo, schiavi di Dio. Certo che alla luce dell’essere schiavi, considerare il problema della nostra inaffidabilità e irresponsabilità diventa più palese, e capiamo chiaramente che non abbiamo scuse.

Giorno per giorno Dio ci scruta, e valuta la nostra vita.

Ci ha dato capacità, ci ha messo nelle circostanze in cui ci troviamo, e si aspetta che siamo fedeli e affidabili.

Perciò, non preoccuparti solo di quello che pensano gli altri, di bene o di male, ma preoccupati soprattutto di quello che pensa Dio.

A questo punto, dopo il nostro piccolo esame, facciamoci qualche domanda un po’ più pratica.

Siamo affidabili nel nostro lavoro? Siamo riconosciuti come persone che eccellono in ciò fanno, che rispettano i tempi pattuiti senza compromettere i risultati?

Siamo affidabili come genitori? I nostri figli sanno di poter contare su quello che diciamo, che non siano cose dettate dallo sfogo del momento che poi ritrattiamo? Sanno che ogni ubbidienza è premiata e la disubbidienza punita? Stiamo attenti a non promettere ciò che non possiamo mantenere?

Come mariti e mogli siamo affidabili? Ci diciamo le cose apertamente, con onestà e senza “giochi di potere”? Il nostro partner può contare su di noi per proteggere e custodire la nostra intimità dalle intromissioni esterne? Siamo leali l’uno verso l’altra?

Come studenti facciamo i nostri compiti con eccellenza? I nostri professori ci vedono come allievi che risplendono?

Nella chiesa gli altri possono fare affidamento sulla nostra presenza e sul nostro servizio? Contribuiamo con perseveranza al buon andamento della vita di chiesa, amando e servendo tutti senza pretendere di essere riconosciuti e ringraziati? 

Quanto siamo affidabili nelle piccole cose? Arriviamo puntuali agli appuntamenti? Restituiamo ciò che abbiamo preso in prestito appena possibile? Ripariamo le cose se si rompono per colpa nostra? Se qualcuno ci chiede un favore, lo facciamo senza procrastinare o sbuffare? 

Non tocca a noi cambiare il comportamento altrui. Al massimo possiamo migliorare noi stessi, ma è proprio questo che Dio vuole fare: renderci simili a suo 

Figlio, il Veritiero e il Fedele. 

Anche io voglio sentirmi dire dal Signore: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore!”

Basta con le scuse, Dio si aspetta da me fedeltà! 

– D.S.

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