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La VOCE giugno 2019

È nella natura umana pensare che il “nostro” modo di ragionare e di fare le cose sia quello giusto. Da quando ci siamo convertiti a Cristo, abbiamo imparato e adottato il modo di vivere la fede della nostra chiesa locale, in cui siamo cresciuti e maturati. 

Ci è familiare il modo in cui si svolge il culto: così si è sempre fatto, e così si farà.

Ma che succederebbe, se una domenica mattina l’Apostolo Paolo in persona entrasse nella nostra chiesa? Proprio lui, che prima avrebbe ucciso persone come noi. Lui, che dopo la sua conversione, portava sulla sua pelle le cicatrici per il vangelo.

Cosa penserebbe osservando come ci stiamo preparando per il culto? 

Canterebbe anche lui i nostri coretti preferiti, con contenuti superficiali? O preferirebbe gli inni classici in un italiano arcaico? Troverebbe gli strumenti e gli arrangiamenti appropriati?

Si identificherebbe con le nostre preghiere? 
Sarebbe d’accordo con il messaggio predicato?

Ai tempi suoi nessuno aveva una Bibbia da portare alle riunioni, tanto meno un tablet o il telefonino con l’app per leggerla. Le Sacre Scritture erano un lusso che pochi potevano permettersi.

Molto è cambiato da allora, anche in meglio, ma certe cose non dovrebbero essere affatto diverse. 
Dio certamente non è cambiato. Ma i credenti?

Le chiese ai tempi di Paolo erano appena nate, Gesù era risalito in cielo da poco tempo. C’erano ancora dei credenti convertiti durante la Pentecoste, prima che cominciassero le persecuzioni. 
Molti avevano perso tutto, fuggendo in altre città. Le prove che dovettero affrontare non erano certo i disturbi psicoemotivi per le normali difficoltà della vita. 

Cosa direbbe l’Apostolo Paolo alla nostra assemblea la prossima domenica?

"Troppa vanità, amici miei!"

I credenti del primo secolo sarebbero sbalorditi di quanto è diversa la vita adesso: macchine, aerei, grattacieli, palazzi di vetro, plastica e altri materiali nuovi, cibi sintetici, medicine…  I figli vanno tutti a scuola, le mogli fanno carriera, non si lavora più tutto il giorno…  

Progresso in ogni campo.
Troverebbero tantissime novità “sotto il sole” di cui meravigliarsi. 
Eppure – lo afferma la Bibbia – nulla è cambiato dai tempi loro. 

 

Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità. Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? 
Una generazione se ne va, un’altra viene, e la terra sussiste per sempre.
Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri. 
Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre. 
Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l’uomo possa dire; l’occhio non si sazia mai di vedere e l’orecchio non è mai stanco di udire. 
Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole.  C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo»? Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto. 
Non rimane memoria delle cose d’altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi. 
– Ecclesiaste 1:2-11

 

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, le cose sono migliorate. Ma l’uomo stesso, nella sua essenza, non è cambiato affatto.

Gli stessi desideri e bisogni continuano a farla da padrone nel cuore umano, spingendoci a rincorrere cose futili. 

Salomone, per la singolare saggezza che Dio gli aveva dato, sapeva bene che tutto quello che gli stava intorno era un vapore. Purtroppo saperlo non è sufficiente. E così anche lui era stato sedotto e travolto dal desiderio di possedere, solo per scoprire dalla sua esperienza quello che avrebbe dovuto già sapere: tutto è vanità!

Se l’Apostolo Paolo potesse visitare le nostre chiese oggi, forse anche lui confermerebbe che c’è troppa vanità nel moderno mondo evangelico. 

Non lo direbbe con arroganza, lui che aveva rincorsa la vanità come tutti gli altri (Efesini 2:1-3).
Lo direbbe con la voce spezzata. 

Si siederebbe in mezzo a noi e, guardandoci negli occhi, direbbe con le lacrime: “Troppa vanità, amici miei! State vivendo troppo per il presente e poco per il futuro.”

In Atti 20 c’è un suo discorso in cui ripercorre il suo lavoro come anziano-pastore della chiesa di Efeso. Sono parole che esprimono tutta la sua premura, l’attenzione e un amore sincero per la chiesa. C’è la grande sollecitudine di aiutare ogni credente a scoprire e a perseguire i veri valori eterni della vita.

Noi, credenti del terzo millennio, cosa stiamo rincorrendo? Chi ci insegna a vivere con una prospettiva giusta?

Nelle prime chiese c’era un gruppo di credenti che l’aveva capito.

La chiesa di Tessalonica godeva della reputazione di essere approvata da Dio. La loro conversione a Cristo aveva avuto non solo un forte impatto su loro stessi, ma anche un effetto onda su vasta scala. Ecco come ne parlava Paolo: 

“Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. 
Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. 
Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagl’idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti; cioè, Gesù che ci libera dall’ira imminente” (1 Tessalonicesi 1:5-10).

La loro trasformazione era stata notevole. Non avevano fatto, come spesso accade oggi, una mera professione di fede solo a parole, una preghiera alla fine di una riunione e tutto finisce lì. 

Il loro modo di vivere era cambiato drasticamente. Tutti ne parlavano.

Qual è, allora, la differenza? Come mai questo tipo di cambiamento autentico spesso fa fatica a manifestarsi nelle nostre chiese?

I tessalonicesi non erano supereroi della fede. Ma quello che hanno fatto era imitare Paolo il quale, lungi dal vivere una finta spiritualità, si riconosceva il più grande dei peccatori. 

Con rammarico genuino, Paolo si rendeva conto che certe volte faceva cose che non avrebbe voluto fare, e che, invece, in altri momenti non faceva quello che voleva (Romani 7:21-25). Non era perfetto. 

Ma Paolo, e i tessalonicesi, si distinguevano da molti altri perché avevano abbracciato il lavoro dello Spirito Santo in loro. Avevano dato retta alla correzione di Dio, che mirava a convincerli, ad aiutarli a comprendere la sua volontà, e a dargli la forza di compierla. 

Non supercredenti, ma obbedienti a Dio. 

Erano cambiati, erano diventati degli esempi, e la loro fede si vedeva. 

Questa drastica trasformazione era diventata argomento di conversazione tra i credenti di tutta la regione.

La fede dei tessalonicesi era caratterizzata da tre azioni distinte:
- avevano lasciato la vecchia vita, 
- servivano il Signore con fedeltà 
- e vivevano in funzione del ritorno di Cristo. 

Per dirlo in altre parole, avevano rinunciato a rincorrere le vanità, come facevano in passato, per vivere il presente con una prospettiva futura.

La loro conversione non era stata facile, e la vita non gli aveva risparmiato difficoltà, ma la loro preoccupazione era vivere per cose che hanno un valore eterno.

E loro oggi sono un esempio per noi, che siamo facilmente distratti da mille attrazioni inutili. 

Se Paolo visitasse il nostro culto, molto probabilmente non interverrebbe sulle cose esteriori che non vanno. Le noterebbe senz’altro, perché denunciano qualcosa di più grave che non va. Ma farebbe massima attenzione alla sostanza, all’insegnamento, all’atteggiamento e allo scopo in ogni cosa che si fa. Ci inviterebbe a fermarci e a valutare la nostra vita, per capire se stiamo vivendo per il presente o per il futuro. 

E, onestamente, potrebbe essere difficile capire cosa significhi vivere per l’eternità. Se si è intrappolati nel presente che, con tutti i suoi tentacoli, avvolge e stringe da ogni parte, saremo incapaci di occuparci del bene eterno, sia nostro che di chi ci sta vicino.

Diventa tutto più chiaro, quando consideriamo le parole di Gesù.

“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua.  Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà.  Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?” (Matteo 16:24,25).

“Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»” (Giovanni 8:12 ).

“E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono” (Matteo 4:19,20). 

“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente»” (Matteo 28:19,20).

La chiesa ha il solenne compito di fare di ogni credente un discepolo di Cristo. Non per essere un bravo membro della comunità. Non per portare avanti i programmi della chiesa come si è sempre fatto. Non per perpetuare un’opera evangelica o una denominazione.

Discepoli. Discepoli che seguono il Maestro. Che vivono con una prospettiva eterna. Che capiscono che la vita è breve e che il mondo passa, e che solo il frutto che Dio produce in noi e attraverso noi è eterno.

Da questa prospettiva tutte quelle cose che consumano il nostro tempo e le nostre energie appariranno senza senso se non addirittura dannose. 

Questa consapevolezza di essere discepoli è ciò che la chiesa deve continuare a trasmettere nell’insegnamento biblico, nelle preghiere ad alta voce, nei canti e in ogni altra attività. 

Ovviamente è solo lo Spirito Santo che può produrre una vera maturità spirituale in noi, ma se la Parola di Dio non è predicata, cantata e vissuta con fedeltà, chi ci ascolta e osserva come fa ad essere sollecitato dallo Spirito?

Paolo aveva conosciuto molti credenti pronti a morire per la loro fede. Tanti di loro sono stati uccisi. Troverebbe la stessa prontezza in noi? Saremmo pronti a dare la vita per il vangelo?

La nostra priorità non può e non deve essere quello di inseguire ancora le vanità della vita. Rinunciare a se stessi vuol dire rinunciare tutto quello che per un non credente è priorità assoluta: possedere cose solo per il gusto di soddisfare se stessi, apparire per sembrare importanti e realizzati, avere una posizione per essere riconosciuti e sentirsi appagati.

Cos’è un cristiano se non uno che, per seguire Cristo e fargli piacere in ogni cosa, rinuncia al peccato e vive per attirare altri alla salvezza? 

“Okay”, dirai, “è tutto vero, e ci credo. Ma, in sostanza, cosa dovrebbe cambiare nella mia vita?” 

Tanto per cominciare, chiediamoci come stiamo vivendo le nostre relazioni, quali siano le nostre mete, quali le nostre priorità. Esaminiamo con onestà come e perché facciamo il nostro lavoro, cosa compriamo, cosa teniamo nel nostro armadio… 

Troppo radicale? Prova a invitare Paolo a casa tua a guardare da vicino le tue scelte! 

E più che Paolo, che non verrà né in chiesa né a casa, considera il Signore Gesù. Lui è sempre presente, osserva ogni cosa e scruta la nostra mente e il nostro cuore. A lui non possiamo nascondere nulla! 

Ma per aiutarci a rivalutare la nostra vita, facciamo qualche esempio pratico di tutto quello in cui possiamo senz’altro migliorare.

 

COMINCIANDO DAI SINGLE, perché lo siamo stati tutti, chi per pochi anni, chi per più a lungo, ecco alcune indicazioni.

Paolo ha detto che per un credente essere single ha dei vantaggi. 

È una condizione privilegiata per coloro che vogliono vivere per le cose eterne. Non devono preoccuparsi di piacere al marito o alla moglie, e sono quindi più liberi di dedicarsi a servire il Signore (1 Corinzi 7: 32-35).

Un credente single, però, se non ha una prospettiva eterna per la sua vita, rischia di chiudersi in se stesso per via delle responsabilità e dei problemi che si trova a dover affrontare da solo. La solitudine può farsi sentire e i tentacoli del vivere solo per il presente sono lì, pronti ad avvilupparlo e a isolarlo sempre di più.

Ma se ti pesa non essere sposato, non è il momento di arrendersi e continuare a credere che nessuno ti capisca. Dio capisce i single. È lui che ha permesso la condizione in cui ti trovi e la vuole usare per la sua gloria.

Può darsi che Dio ti stia preparando per una vita da sposato, ma nel frattempo sei nella condizione perfetta per servirlo come un discepolo senza legami! Pianifica il tuo presente e il tuo futuro, considerando che la tua priorità è essere un pescatore di uomini, un discepolatore, un servitore.

 

SE SEI SPOSATO, cosa vuol dire essere un marito o una moglie che vive per ciò che è eterno? 

Comincia con la consapevolezza che la vita di coppia richiede impegno e costanza. Bisogna darsi da fare e lavorare sodo su se stessi per essere sicuri che il matrimonio rispecchi la descrizione che Dio ha ispirato in Efesini 5. 

Il comportamento del marito deve riflettere quell’amore capace di donarsi completamente, lo stesso che Cristo ha per la chiesa. L’atteggiamento della moglie invece deve esprimere la gioiosa sottomissione della chiesa a Cristo. 

In un mondo dove il matrimonio viene preso sempre più sottogamba e disprezzato, la condotta santa dei coniugi credenti è un esempio abbagliante di questa prospettiva eterna. 

Se sei un marito, hai il sacro compito, che Dio ti ha affidato, di essere un esempio di Cristo per la famiglia, ma hai anche la responsabilità di aiutare tua moglie a diventare anche lei più simile all’immagine di Cristo. Il modo in cui la tratti e ne parli dovrebbe sorprendere positivamente coloro che vi osservano. 

Se sei una moglie, la tua collaborazione con tuo marito e la tua gioiosa sottomissione a lui dovrebbero attirare altri al Signore. In un mondo dove la sottomissione è una parolaccia, una donna che cura di più il suo cuore piuttosto che il suo look, sarà una luce irresistibile. 

E visto che il matrimonio biblico è un’immagine del rapporto di Cristo con la chiesa, è l’intenzione di Dio che la famiglia cristiana sia anche un richiamo a diventare seguaci di Cristo. 

Una coppia unita nell’amore e negli intenti è efficace per raggiungere un mondo che necessita del meraviglioso messaggio del vangelo. La loro è una casa ospitale, aperta, accogliente e invitante che rispecchia valori eterni.

 

E I FIGLI? È tragico vedere quanti figli di credenti abbandonino la fede molto presto. In passato poteva succedere che smettevano di farsi vedere in chiesa intorno ai 18 anni. Oggi tanti genitori si arrendono prima, sentendosi incapaci di trasmettere ai propri figli l’importanza della fede in Cristo.

Si sa, ogni ipocrisia, ogni fede finta è presto smascherata in casa. 

Per anni i figli hanno osservato il modo in cui i genitori si sono trattati in privato, l’atteggiamento con cui partecipano alla vita della chiesa e come si rapportano agli altri. 

Non gli è sfuggito con quanta facilità la vita cristiana prendeva il secondo posto rispetto al lavoro e alle attività in generale. I figli hanno imparato, senza che i genitori glielo abbiano mai detto a parole, che la scuola, lo sport, la musica e tante attività erano più importanti della vita spirituale. 

La mancanza di coerenza prima, e  della correzione poi, con conseguenze amorevolmente giuste per le disubbidienze, hanno eroso ogni traccia di insegnamento del vangelo nei figli. 

Se ami tuo figlio, non lasciare la tua responsabilità di inculcargli valori eterni solo agli insegnanti della scuola domenicale. Il tuo lavoro non è più importante della vita eterna di tuo figlio. 

 

FINO A QUANDO? Essere discepoli non finisce mai! Vivere per ciò che eterno comincia nel giorno in cui ci convertiamo a Cristo e finirà il giorno in cui il Signore ci prenderà con sé. 

Non saremo mai perfetti, non riusciremo sempre a fare la cosa giusta, ma il fatto che sia difficile non può essere il motivo per cui smettiamo di impegnarci. 

Troppo radicale? Spero che non lo pensi sul serio. L’Apostolo Paolo cosa ti direbbe? Ma ancora più: cosa direbbe il Signore? 

  

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La VOCE maggio 2019

L’estate sta arrivando, e cominciamo a guardarci allo specchio, tirando le somme… I vestiti invernali, fino a ieri, riuscivano a coprire una moltitudine di cene di troppo, ma ora le magliette estive gridano decisamente vendetta.

In ogni modo, pancia o non pancia, con l’arrivo della bella stagione la cosa che colpisce di più è quanti tatuaggi si vedono in giro. 

E se una volta si poteva intuire molto sulla personalità di qualcuno per il disegno inciso sulla sua pelle, oggi non è più così. 

Quello dei tatuaggi è un fenomeno trasversale, e in forte crescita. Atleti, professionisti, farmacisti, banchieri, operai e casalinghe, tutti appassionatamente tatuati. Chi con discrezione, e chi in modo eccentrico.  

In Italia la richiesta dei tatuaggi è aumentata del 60% (il dato è del 2018 e si riferisce all’anno precedente). Secondo l’Istituto Superiore di Sanità ci sono 7 milioni di tatuati, il 13% della popolazione dai 12 anni in su.

Una ricerca, condotta dall’Iss e dall’Istituto Ricerche e Analisi di Mercato, Ipr Marketing, ha rilevato che i tatuaggi sono più diffusi tra le donne (13,8% delle intervistate) rispetto agli uomini (11,7%), e che gli uomini preferiscono tatuarsi braccia, spalle e gambe, mentre le donne soprattutto schiena, piedi e caviglie. 

In Italia ormai si spendono circa 300 milioni all’anno per i tatuaggi, ed è un settore in crescita costante. Si dice che sia una grande opportunità professionale per i giovani.

Davanti a questa realtà, noi come credenti come dovremmo reagire? 

Alcuni si fanno dei tatuaggi addirittura come testimonianza…

Cosa ne dice la Bibbia?

UNA FEDE TATUATA?

Ormai, a far nascere discussioni e tensioni tra giovani e genitori, è il turno dei tatuaggi. Per un ragazzo, non essere tatuato lo fa sentire escluso dalla cerchia di coetanei, il suo gruppo di riferimento.

Argomento che le nostre chiese non hanno dovuto affrontare in passato, tuttora è poco trattato, sia per inesperienza che per paura di offendere. 

Le questioni sulla moda sono sempre delicate; qual è il confine tra buon gusto e trasgressivo? E tra decoroso e volgare? Quanti orecchini è giusto portare? C’è differenza tra maschile e femminile?

Una volta erano i marinai, i carcerati e le persone dei ceti più bassi a farsi tatuare. Era quasi un segno di riconoscimento. Oggi non è più così. Adesso si vedono tatuaggi dappertutto, perfino nelle nostre chiese. 

Alcune guide di chiese hanno imposto un divieto categorico sui tatuaggi, citando dei versetti dal libro di Levitico e Deuteronomio. “Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete tatuaggi addosso. Io sono il Signore” (Levitico 19:28).

“Voi siete figli per il Signore vostro Dio; non vi fate incisioni addosso e non vi radete tra gli occhi per un morto, poiché tu sei un popolo consacrato al signore tuo Dio. Il Signore ti ha scelto, perché tu sia il suo popolo prediletto fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra” (Deuteronomio 14:1,2).

C’è da dire però che da uno studio più attento del testo, emerge che il divieto in questi versetti non era legato tanto ai tatuaggi o alle incisioni sul corpo di per sé, ma al motivo per cui si facevano. I disegni sulla pelle facevano parte del rituale legato alle credenze sui morti. Il popolo di Dio non poteva, e non doveva, in nessun modo adeguarsi alle religioni pagane.

Nella nostra società, benché alcuni disegni e certi simboli con i quali le persone scelgono di decorare i loro corpi, potrebbero avere un significato intimo e profondo per il portatore, non si può certo affermare che siano tutti per forza simboli religiosi pagani. Per tanti sono solo una moda.

Ma allora, se non c’è un divieto assoluto nella Bibbia, il credente è libero o no di farlo? Oppure ci sono dei principi biblici che si applicano anche ai tatuaggi e ai piercing? Come faccio a sapere se sia bene o male a fare una certa cosa?

Cominciamo con i principi generali.

La ricerca della saggezza 

Un credente che vuole onorare Dio in ogni cosa, fa bene a valutare attentamente le sue scelte alla luce delle Scritture.

La Bibbia parla spesso del fatto che come figli di Dio noi lo rappresentiamo; dovremmo somigliare a Cristo nell’essere e nell’apparire, e il nostro modo di vivere dovrebbe essere un invito aperto agli altri a seguire il Signore. Perciò dobbiamo essere saggi.

“Egli mi insegnava dicendomi: «Il tuo cuore conservi le mie parole; osserva i miei comandamenti e vivrai; acquista saggezza, acquista intelligenza; non dimenticare le parole della mia bocca e non te ne sviare; non abbandonare la saggezza, ed essa ti custodirà; amala, ed essa ti proteggerà; il principio della saggezza è: Acquista la saggezza; sì, a costo di quanto possiedi, acquista l’intelligenza; esaltala, ed essa t’innalzerà; essa ti coprirà di gloria quando l’avrai abbracciata; essa ti metterà sul capo un fregio di grazia, ti farà dono di una corona di gloria»” (Proverbi 4:4-9).

Da questi versetti si capisce che non abbiamo la saggezza come dote naturale, ma che la dobbiamo ricercare a costo di quanto possediamo. La saggezza spirituale viene solo dalla Parola di Dio. Seguire e attenersi ai principi biblici è una grande protezione contro scelte di vita impulsive e imprudenti. 

Una cattiva consigliera

I tatuaggi oggi sono un fenomeno di moda. Per quanto le mode possano sembrare durature, passano con il tempo. Farsi trascinare dalle tendenze del momento perché gli altri le esaltano e le abbracciano, non è qualcosa di conveniente.

“Lo zelo senza conoscenza non è cosa buona; chi cammina in fretta sbaglia strada” (Proverbi 19:2).

È tipico dei giovani appassionarsi a cose anche in modo esagerato; fa parte del normale sviluppo della personalità. A quell’età molte idee sembrano geniali, e si tende a seguirle e a prendere decisioni senza riflettere troppo sulle eventuali conseguenze, e sulle loro reazioni a catena. Al momento tutto sembra divertente e innocuo, ma poi il tempo dimostrerà se lo è davvero.

Un tatuaggio è permanente. Non è come un taglio di capelli, che poi ricrescono. Fatto con leggerezza, sarà per sempre un monumento a un istante di poca saggezza. Le tecniche per cancellare i tatuaggi esistono, ma sono costose e dolorose. E possono causare problemi di pigmentazione della pelle.

Tu sei un tempio

Alcuni credenti mi hanno detto che, in fin dei conti, il corpo è loro e possono farne quello che vogliono. Ma è veramente così? La Bibbia dice: no, proprio no!

“Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Corinzi 6:19,20).

Ecco la risposta a questa idea.

Il nostro corpo non è nostro, ma proprietà di Dio. Qualunque cosa ne facciamo, non può essere determinata esclusivamente dai nostri desideri e dalle preferenze, senza prendere in considerazione la volontà di Dio.

Una gloria pubblica

Portare gloria a Dio è un concetto che conosciamo, ma ci siamo mai fermati a riflettere su cosa significhi veramente? È solo una questione di comportamento, delle nostre azioni e del nostro parlare? O va oltre questo, coinvolgendo anche il nostro apparire, che tutti vedono, e le motivazioni del nostro cuore che solo Dio conosce? 

“Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati” (1 Corinzi 10:31-33).

In questo versetto, portare gloria a Dio non è qualcosa che faccio per conto mio, nella mia cameretta; piuttosto ha a che fare con gli altri. La nostra vita deve essere un invito alle persone a conoscere il Dio che ci ha salvato e che ha cambiato la nostra vita. Quello che facciamo, o non facciamo, incide sul nostro essere testimoni (o ostacoli!) per la salvezza di chi ci osserva. Apparire è tanto importante, quanto essere.

Rappresentanti di un altro

Se prendiamo sul serio il motivo per cui siamo sulla terra, tutto ciò che facciamo come credenti ha un fine specifico. 

È facile pensare che vivere tranquilli e realizzare i nostri desideri senza peccare siano i nostri compiti principali. Non ammetteremmo mai che cerchiamo la nostra soddisfazione, ma le nostre decisioni lo dimostrano.

“Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui” (2 Corinzi 5:20,21).

Come credenti non rappresentiamo noi stessi. Rappresentiamo Cristo, colui che ci ha salvati, ha cambiato la nostra vita e ci ha affidato un compito di valore eterno.

Simboli di cosa?

Chi si fa tatuare sceglie il disegno che più gli piace, con un significato personale. Disegni come i dadi, l’ancora, la coccinella, il gufo, certi simboli cinesi e altri sono considerati dei portafortuna. La fortuna con i credenti non c’entra niente: noi serviamo il Dio sovrano, l’onnipotente Creatore dell’universo che con la sua parola governa e sostiene tutto e si cura di noi.

Invece i simboli tribali e celtici, per quanto possano essere belli e intriganti, non si può avere la certezza che non provengano da qualche religione pagana. Infatti ne hanno una forte connotazione, innegabile solo per lo stile del disegno.

Tatuaggi che rappresentano la malavita e il carcere sono una categoria particolare, riservata a un tipo di persone che si identificano con quella vita.

Esistono anche moltissimi tatuaggi con temi religiosi, ma esprimono più che altro misticismo e spiritualità alieni alla fede biblica, e lanciano messaggi vaghi e confusi.

Qualche credente mi ha assicurato che i suoi tatuaggi non vogliono esprimere niente di particolare, ma sono solo disegni senza un significato profondo. Il problema è che il tuo tatuaggio, che per te non simboleggia un bel niente, lancia comunque dei messaggi che forse non vorresti dare. Non sai mai come gli altri interpreteranno il disegno che sfoggi. 

È un segno di maturità, di persona responsabile, porsi delle domande serie prima di disegnare sul corpo qualcosa di permanente.

Il rischio di essere fraintesi

“E ci risiamo!” dirai, “Ma che diritto hanno gli altri di criticare o di imporre le loro opinioni su me? Se pensano male il problema è il loro, non mio.”

L’apostolo Paolo avvisa i credenti: “Esaminate ogni cosa e ritenete il bene; astenetevi da ogni specie di male” (1 Tessalonicesi 5:21,22).

Ogni credente ha il dovere di esaminare e di valutare attentamente le proprie scelte e le azioni che compie. Non solo per quello che concerne la sua persona, ma anche per come influiscono sugli altri, e come potrebbero essere percepite, perché nell’esaminarci, dobbiamo tenere in considerazione quello che pensano gli altri. 

Infatti, la versione Diodati traduce la parola “specie” più correttamente con la parola “apparenza”. 

Astenersi da ogni apparenza di male vuol dire non dare adito a nessuno di pensare il male. Ricordati che la tua vita deve attirare le persone al Signore, e non essere un deterrente per la loro salvezza.

Perché lo fai?

La risposta più comune è: “Perché mi piace!” 

Ma dimmi, ti piacerebbe ugualmente se non andasse di moda, o se solo poche persone lo facessero? 

Trovo interessante che i tatuaggi non piacevano praticamente a nessuno prima che attori, cantanti e atleti cominciassero a sfoggiarli. Infatti, anche portare gli orecchini da parte dei maschi è una moda relativamente recente, lanciata da personaggi famosi.

“Il vostro ornamento non sia quello esteriore, che consiste nell’intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d’oro e nell’indossare belle vesti, ma quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore” (1 Pietro 3:3,4).

Se pensi che questo versetto si riferisca alle donne, hai ragione. Ma con il degrado degli usi e costumi della società, la vanità non colpisce solo le donne: anche gli uomini sono soggetti allo stesso peccato di pensare che l’esteriore sia più importante di quello che siamo dentro. 

Dio, però, si aspetta che il nostro esteriore rifletta la trasformazione interiore del nostro cuore, dei nostri atteggiamenti, delle nostre parole e delle nostre reazioni – la trasformazione duratura per l’opera dello Spirito Santo.

Chi non ha sostanza interiore, ricorre all’esteriore per distrarre l’attenzione da quello che conta!

Libertà che scandalizza?

Subiamo tutti delle pressioni per adeguarci a quello che fanno le persone intorno a noi. La Bibbia ci avverte di non essere influenzati dal mondo. La verità è che lo siamo molto facilmente. L’apostolo Paolo, parlando del mangiare, ha scritto cose molto utili.

“Non distruggere, per un cibo, l’opera di Dio. Certo, tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato. È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare. Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato” (Romani 14:20-23).

In altre parole: in ogni cosa, tieni in mente come il tuo comportamento influenza i credenti. Se non si è veramente sicuri di fare bene, è meglio astenersi. Spesso, infatti, in particolare nel caso dei tatuaggi, si tratta di una decisione poco ponderata.

Adescati dalla moda

Se sei come me, ogni tanto ti capita di aprire il guardaroba e trovare dei vestiti, o delle scarpe talmente buffe e strane che ti sembra incredibile di averle mai indossate. Sono l’emblema della mutevole e capricciosa moda. 

Non è un segreto che lo scopo degli stilisti e delle grandi case di moda sia spingerti a spendere per sentirti a posto. L’intera macchina della moda non è alimentata da proponimenti spirituali, ma mondani. Non è la gloria di Dio che cerca, ma l’effimera soddisfazione umana.

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:1,2).

Se dipendesse solo da te...

Quello che scrive Geremia è così chiaro! “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17:9).

Per quanto possiamo essere convinti di aver ragione, il cuore ci inganna e abbiamo bisogno di essere consigliati dalle persone più mature, che vogliono il nostro vero bene.

I ragazzi devono prestare attenzione a quello che insegnano i loro genitori, i credenti a quello che insegnano le guide della chiesa. E non solo. Bisogna anche considerare il nostro ambiente di lavoro. 

La cosa più saggia da fare è ascoltare i consigli delle persone che Dio ha messo nella nostra vita. “La via dello stolto è diritta ai suoi occhi, ma chi ascolta i consigli è saggio” (Proverbi 12:15).

Moltissimi si sono pentiti di essersi tatuati. Alcuni si pentono subito, altri scoprono che quei disegni che sembravano tanto affascinanti quando il corpo era sodo, ora sono raggrinziti, e hanno perso tutto il fascino e il significato che potevano avere quando se li erano fatti fare.

È vero, la Bibbia non vieta espressamente i tatuaggi. Ma alla luce dei versetti che abbiamo visto, ogni credente ha molto su cui riflettere prima di farsi tatuare. I principi espressi si applicano praticamente a ogni aspetto della vita. I genitori hanno la responsabilità di proteggere i figli da decisioni avventate e poco attente. 

Ormai ce l’ho, cosa fare?

Se riconosci che quando ti sei fatto tatuare l’hai fatto per motivazioni sbagliate, puoi chiedere perdono a Dio. Ha promesso di perdonarci i peccati, piccoli o grandi che siano. La sua grazia è immensa.

“Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9).

Non sta a noi giudicare il cuore degli altri. A noi tocca dimostrare a tutti la stessa grazia che Dio ha verso di noi, e proporci di vivere ogni situazione secondo i principi biblici. 

Prima di qualunque decisione, domandati:

Porta un chiaro beneficio? “Perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce – poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità – esaminando che cosa sia gradito al Signore. Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele” (Efesini 5:8-11).

È utile? “Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Corinzi 6:12).

È necessario? “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica. Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma ciascuno cerchi quello degli altri” (1 Corinzi 10:23,24).

Mi fa assomigliare a Cristo? “Chi dice di rimanere in lui, deve camminare com’egli camminò” (1 Giovanni 2:6).

È consono alla buona testimonianza? “Comportatevi con saggezza verso quelli di fuori, ricuperando il tempo” (Colossesi 4:5).

È una scelta eccellente? “E prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Filippesi 1:9-11).

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La VOCE aprile 2019

Se ti è mai capitato di parlare con dei Testimoni di Geova, può darsi che a primo impatto la loro fede non ti sia poi sembrata tanto diversa dalla tua. 

Offrono di studiare la Bibbia con te, e vogliono farti pensare che credono alle stesse cose a cui credi tu. Solo in un secondo momento escono fuori le contraddizioni e che la loro dottrina è contraria alla Parola di Dio.

Come loro, ci sono anche giovani ben curati, tutti in camicia bianca e cravatta, che girano in bicicletta a due a due. Si presentano come “anziani della chiesa dei mormoni”. 

Anche loro vorrebbero che tu li considerassi cristiani, ma se confronti la loro dottrina con la Bibbia, noterai che attribuiscono un significato diverso ai termini biblici. 

Succede la stessa cosa con la chiesa Cattolica: spesso il significato che dà alle parole – grazia, redenzione, giustificazione – non è quello biblico.

Ora, ho citato queste tre religioni solo come un esempio tra tante. Non voglio assolutamente dubitare della buona fede di nessuno, ma c’è da dire che non basta “essere sicuri” del proprio credo, non basta neanche essere ortodossi e ligi alla propria dottrina. 

E dirò di più: morire per la propria fede non prova che sia vera, se la fede si basa su una bugia. 

Credere in una cosa non vera vuol dire avere solo una speranza illusoria. E una falsa speranza è molto pericolosa.

Sai che c’è stato un evento che se non fosse avvenuto la fede sarebbe vana? Anche la tua. È scritto nella Bibbia.

UNA RELIGIONE CHE NON MANTIENE QUELLO CHE PROMETTE È UNA PERICOLOSA PERDITA DI TEMPO!

È “oppio dei popoli” come ha detto Karl Marx. Non ha nulla di concreto da offrire se non quello di anestetizzare le coscienze e attutire in qualche modo l’amarezza della vita.

Quello che fa la differenza tra il vangelo e tutte le religioni del mondo, incluse le cosiddette cristiane, è l’evento senza il quale ogni fede sarebbe solo una farsa. 

È la resurrezione corporale di Gesù Cristo. 

È il fondamento della fede cristiana e regge ogni altra dottrina. Da essa dipende tutto il resto.

I Testimoni di Geova, i mormoni e i cattolici dicono tutti di credere nella resurrezione, ma a guardare bene, le loro idee non si allineano perfettamente con il testo biblico.  

Ma l’apostolo Paolo scrive: “Se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Corinzi 15:17).

Se la resurrezione fosse un’invenzione, un’allegoria da intendere solo in senso astratto, o insufficiente a giustificare chi crede, allora i cristiani sarebbero davvero i più miserabili tra gli uomini. 

Ma se è veramente avvenuta, ha delle implicazioni eterne di grandissima importanza. 

L’inevitabilità della morte e l’incognito su quello che succede dopo, ha afflitto la mente umana sin dal principio. Ogni religione tenta di rispondere a quest’afflizione universale, e spera di portare una misura di serenità a quel momento che, prima o poi, toccherà ogni uomo.

Ma come sarà l’al di là: l’oblio, il grande vuoto, il nirvana, la reincarnazione…? 

Solo Gesù ha fatto sapere la verità sul destino eterno dell’uomo, perché è l’unico che è tornato in vita dopo la morte per non morire mai più. 

La resurrezione di Cristo è il caposaldo della fede. È menzionata ben centoquattro volte nel Nuovo testamento. Non è una leggenda. Non è una dottrina parentetica.

Infatti, quando gli apostoli dovettero scegliere un nuovo apostolo al posto di Giuda, questi doveva essere un testimone oculare della vita, morte e resurrezione di Gesù: “Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno che egli, tolto da noi, è stato elevato in cielo, uno diventi testimone con noi della sua risurrezione” (Atti 1:21,22).

Non solo doveva essere stato presente al battesimo di Gesù al Giordano, aver cioè visto e sentito l’approvazione di Dio, ma doveva aver seguito Cristo, osservato i suoi miracoli e ascoltato i suoi insegnamenti, e, cosa essenziale, doveva essere testimone della sua resurrezione dai morti. 

Alla pentecoste fu proprio questo il punto chiave della predica di Pietro: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò, noi tutti siamo testimoni. Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite” (Atti 2:32,33).

Quell’uomo che i Giudei avevano fatto uccidere era risorto e ora, tramite gli apostoli, esortava loro a riconciliarsi con Lui, altrimenti avrebbero subito le giuste conseguenze del loro peccato. 

Questo è stato anche il messaggio che l’apostolo Paolo predicava ovunque andasse. In Atti 17:31, dichiara a tutti che Gesù è colui che giudicherà ogni uomo e donna, e che Dio ne ha dato prova sicura risuscitandolo dai morti. 

Più tardi, difendendosi davanti re Agrippa, tutta la sua difesa verteva sulla realtà del Cristo risorto che aveva incontrato sulla via di Damasco (Atti 26). 

La dottrina della resurrezione è talmente rilevante che NON si può essere salvati senza credere che Gesù sia risorto corporalmente. 

“Questa è la parola della fede che noi annunciamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso»

“Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato” (Romani 10:8-13 grassetto dell’autore).

È inutile invocare un morto. Un morto non può fare nulla per l’uomo. La salvezza del credente dipende anche dalla certezza nel cuore che Gesù è risuscitato per opera di Dio.

A questo punto è importante definire cosa s’intende col credere nella resurrezione di Gesù. È solo un atto di fede in qualcosa che si spera sia vera? È una resurrezione simbolica? È un mistero che bisogna saper interpretare? 

Oppure ci sono delle prove inconfutabili con cui tutti devono fare i conti, a meno che non rifiutino qualsiasi evidenza?

Gesù aveva predetto la sua morte e resurrezione 

“Allora alcuni scribi e farisei presero a dirgli: «Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno». Ma egli rispose loro: «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti” (Matteo 12:38-40).

In un’altra occasione “i Giudei allora presero a dirgli: «Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?» Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 
“Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 
“Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 
“Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta” (Giovanni 2:18-22).

Gli scribi e i farisei avevano capito benissimo che Gesù parlava del suo corpo, perché il giorno dopo la sua sepoltura volevano prendere delle precauzioni contro un possibile inganno. 

“L’indomani, che era il giorno successivo alla Preparazione, i capi dei sacerdoti e i farisei si riunirono da Pilato, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: “Dopo tre giorni, risusciterò”. Ordina dunque che il sepolcro sia sicuramente custodito fino al terzo giorno; perché i suoi discepoli non vengano a rubarlo e dicano al popolo: “È risuscitato dai morti”; così l’ultimo inganno sarebbe peggiore del primo». 
“Pilato disse loro: «Avete delle guardie. Andate, assicurate la sorveglianza come credete».
 “Ed essi andarono ad assicurare il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia” (Matteo 27:62-66).

È sorprendente, però, che quando le guardie tornarono e raccontarono ai capi del popolo quello che era successo alla tomba, questi non li hanno presi per bugiardi, ma hanno comprato il loro silenzio con i soldi (Matteo 28:11-15). 

Per i discepoli era diverso. A loro il Signore aveva detto tutto più chiaramente: “Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse” (Marco 8:31).

L’aveva predetto più volte proprio perché questo evento avrebbe costituito la base della fede dei suoi discepoli. Infatti è interessante notare che mentre gli scribi e i farisei avevano capito molto bene le parole di Gesù, i suoi discepoli le compresero solo dopo la sua resurrezione.

Come si fa a sapere che c’è stata davvero la resurrezione?

L’apostolo Paolo presenta tre motivi per cui possiamo essere certi che Cristo sia veramente risorto.

“Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato, che voi avete anche ricevuto, nel quale state anche saldi, mediante il quale siete salvati, purché lo riteniate quale ve l’ho annunciato; a meno che non abbiate creduto invano. Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici. Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; e, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all’aborto; perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Sia dunque io o siano loro, così noi predichiamo, e così voi avete creduto” (1 Corinzi 15:1-11).

Il primo motivo è la fede della chiesa primitiva. I primi cristiani erano totalmente persuasi da questa verità. Erano stati contemporanei di Gesù, alcuni l’avevano anche conosciuto personalmente, e avevano potuto parlare con i testimoni oculari della sua resurrezione. 

Non avrebbe avuto alcun senso convertirsi, se Gesù fosse rimasto morto. Non ci sarebbe stata nessuna buona notizia a cui credere. La morte e la resurrezione di Cristo SONO la buona notizia. Non c’è salvezza senza la resurrezione, e senza di essa ogni presentazione del vangelo è incompleta.

Il secondo motivo è che la resurrezione non era un’invenzione di Paolo. Era stata predetta chiaramente non solo da Gesù, ma anche dalle Scritture, cioè dall’Antico testamento che gli ebrei conoscevano molto bene.

Il Salmo 22 e il capitolo 53 di Isaia contengono profezie straordinariamente dettagliate sulla morte di Gesù, ma il Salmo 16, versetto 10, aveva predetto che Gesù sarebbe risorto: “…poiché tu non abbandonerai l’anima mia in potere della morte, né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione.”

Il terzo motivo è che molti hanno visto Gesù risorto. Se fossero state solo un paio di persone a vederlo, e se fosse apparso solo una volta, potremmo sospettare che sia stata una specie di allucinazione collettiva. Ma non è così!

Per quaranta giorni Gesù risorto ha vissuto in mezzo ai suoi discepoli. Lo hanno visto, ascoltato, hanno toccato le sue cicatrici e mangiato con lui. 

Questi incontri, proprio come con i discepoli sulla via di Emmaus, hanno provocato una trasformazione radicale in questi uomini e donne “ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio” (Atti 1:3).

A sostegno dell’onestà del racconto biblico c’è anche il fatto che non tutti erano pronti a credere tanto facilmente. 

Toma, uno dei discepoli, aveva dubbi e non si sarebbe convinto senza prove: “Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò»” (Giovanni 20:24,25).

Quando poi lo vide, Gesù gli mostrò le sue mani e il suo costato e Toma, sopraffatto da questo gesto d’amore nei suoi confronti, non poté che esclamare: “Signore mio e Dio mio!” (v. 28).

Vedere Gesù risorto ha convinto i discepoli dell’identità del loro Maestro: è colui che sosteneva di essere, l’unigenito eterno Figlio di Dio, l’unico che può perdonare e salvare l’uomo dalla perdizione eterna. 

Questa fede in Gesù, morto e risorto, è quella che ha dato la forza ai credenti di tutti i tempi di affrontare ingiurie, offese, persecuzioni e morte per la loro testimonianza.

L’apostolo Paolo stesso, che prima della sua conversione andava in giro per imprigionare e maltrattare coloro che avevano creduto in Cristo, afferma che avere incontrato Cristo risorto cambiò la sua fede e lo scopo della sua vita. Da persecutore è diventato perseguitato e martire.

Pensare che siano stati pronti a soffrire maltrattamenti e a morire per difendere delle favole o per aver avuto allucinazioni è illogico. Chi mai morirebbe per un ideale che non offre alcun tornaconto?! 

I primi cristiani preferivano morire piuttosto che rinnegare la fede nella resurrezione. È lo stesso anche per noi oggi?

Che tipo di fede è una che non riconosce la resurrezione di Cristo?

Paolo ce lo dice chiaramente: “…se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede… e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti” (1 Corinzi 15:14,17,18).

La grande illusione
- Se Cristo non è stato risuscitato, lui era un impostore e ha mentito su tutto.
- Se Cristo non è stato risuscitato, la Bibbia non è vera e non è degna di fiducia.
- Se Cristo non è stato risuscitato, credere in Lui non ha senso.
- Se Cristo non è stato risuscitato, non c’è stato nessun sacrificio per i nostri peccati.
- Se Cristo non è stato risuscitato, tutti sono ancora irrimediabilmente sotto il giudizio di Dio.
- Se Cristo non è stato risuscitato, tutti i predicatori cristiani sono dei falsi testimoni.
- Se Cristo non è stato risuscitato, quelli che sono morti da credenti sono perduti.

Ma Gesù è risorto! E credere alla sua resurrezione ha dei benefici inestimabili.

1. La resurrezione dimostra chi è Gesù veramente

L’apostolo Paolo scrive: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sottoterra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre” (Filippesi 2:5-11). 

Gesù è stato “dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti” (Romani 1:4). La resurrezione ha svelato la vera identità di Gesù. 

2. La resurrezione conferma che possiamo essere perdonati

Risuscitando Gesù dai morti, Dio ha dimostrato di aver accettato il suo sacrificio per i nostri peccati. Egli è stato l’Agnello di Dio che ha tolto il peccato del mondo. Se Gesù fosse stato un peccatore, sarebbe morto per i suoi peccati senza poter risorgere, perché la morte è la giusta condanna del peccato.

Ora, invece, abbiamo l’immensa gioia di poter confessare a Lui i nostri peccati e sapere con certezza che Egli è fedele e giusto da purificarci da ogni iniquità (1 Giovanni 1:9).

Riconciliati con Dio tramite il sacrificio di Cristo, nessuno di noi deve portare il peso del proprio peccato. Non esiste un peccato troppo grave da non poter essere perdonato. 

3. La resurrezione toglie la paura della morte

Odio la morte! Sono stato a troppi funerali. Ho dovuto vivere e assistere al dolore che la separazione dai propri cari produce. Ancora oggi provo dolore perché sento la mancanza del sorriso e della saggezza di mia mamma. La morte tocca piccoli e grandi, non c’è nessuno immune a essa.

Paolo scrive: “«O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?» Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo” (1 Corinzi 15:55-57).

La resurrezione di Gesù dimostra che la morte è stata sconfitta, e la morte per i credenti è solo un passaggio alla vita eterna.

4. La resurrezione ha portato una speranza meravigliosa

Per la sua resurrezione, ogni promessa di Gesù è ancora valida per il credente: “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; e del luogo dove io vado, sapete anche la via” (Giovanni 14:1-4).

Se non fosse risorto, come farebbe a prepararci un posto in cielo! Pensaci: vivremo alla presenza di Dio, lo conosceremo ogni giorno di più, non ci saranno più lacrime ma solo gioia eterna!

5. La resurrezione assicura il ministero di Cristo oggi

Solo un Cristo risorto può compiere il ministero che il Signore Gesù svolge nei cieli davanti a Dio in favore dei suoi. È il nostro sommo sacerdote. Non solo ci sta preparando una casa per la nostra eternità, ma vive per sempre per intercedere per noi. Possiamo avvicinarci a Dio attraverso la sua opera. 

“Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno. Egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro” (Ebrei 4:14-16; 7:24,25)

Che meravigliosa certezza: in Cristo abbiamo un mediatore che simpatizza con noi, che conosce la nostra fragilità e ci soccorre quando ne abbiamo bisogno. Infatti, si comporta proprio come un avvocato difensore per noi contro ogni accusa. “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; e se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto” (1 Giovanni 2:1).

Siamo privilegiati a godere oggi del ministero che Gesù fa per noi ogni giorno. Senza la sua grazia e il suo sostegno saremmo persi.

6. La resurrezione di Cristo è garanzia della nostra resurrezione

“Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati” (1 Corinzi 15:20-22).

Nei versetti da 35 a 57 Paolo spiega che, grazie alla resurrezione di Cristo, anche noi risusciteremo in un corpo nuovo, glorificato e eterno. Anche questa è davvero una buona notizia!

No! Non ho una fede vana!

La resurrezione è un fatto storico, veramente avvenuto. Abbiamo un Salvatore vivo e onnipotente. Perciò non mi vergogno di parlare di lui agli altri. Anzi, lo devo fare, perché Gesù morto e risorto è l’unica speranza per ogni persona che conosco.

“Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1 Corinzi 15:50).

Non è una perdita di tempo, quindi, proprio in questa stagione di pasqua, che per molti è poco di più di una colomba o un coniglietto di cioccolato, parlare loro di un Gesù risorto. È fondamentale e opportuno.

 

La verità sulla morte di Gesù

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La VOCE marzo 2019

Condividere tutta la verità con amore

Come ti sentiresti se scoprissi che a un tuo caro, colpito da una grave malattia, fosse somministrato solo un placebo? Immagino la tua rabbia. Faresti di tutto per assicurargli la più efficace e appropriata terapia. 

Il placebo è una sostanza farmacologica senza alcun principio attivo. L’unico “effetto” che può avere è tranquillizzare, mentalmente, pazienti ipocondriaci, malati immaginari che non necessitano di alcuna cura reale.

Eppure, tante volte, come credenti  rischiamo di offrire alle persone un placebo al posto della verità.    

Il peccato è come una malattia mortale. Ha effetti devastanti nella vita, ma nell’eternità si vedono chiaramente le sue inesorabili conseguenze. 

Hai mai pensato che il tuo modo di parlare della fede potrebbe essere nocivo? 

Non c’è posto per il placebo nell’evangelizzazione. Credere alla verità porta risultati eterni meravigliosi. Ma un messaggio non pienamente conforme al vangelo è un inganno che ha effetti disastrosi.

Dobbiamo seguire l’esempio di Gesù. Lui non ha ammorbidito, né falsato il messaggio per non turbare la gente. Non cercava seguaci, ma discepoli!

IL VANGELO È UNA BUONA NOTIZIA 

La salvezza non costa nulla, ma seguire Gesù costa tutto. Anche se pare una contraddizione, è una verità biblica. 

Spesso si evita di parlare del costo di seguire Gesù, per non scoraggiare persone dal convertirsi. Il problema è che entrambi gli aspetti, il dono gratuito della salvezza e il costo del discepolato, sono indispensabili per una presentazione corretta e completa del messaggio di salvezza.

La buona notizia del vangelo sta nel fatto che Dio ha risolto il nostro problema del peccato e del conseguente giusto ed eterno giudizio su esso, cioè la morte. La salvezza non costa nulla, perché Gesù ha pagato tutto. 

“Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8,9). 

Dal momento che la salvezza è totalmente gratuita, qualunque pensiero, o azione, che insinui l’idea di dover fare qualcosa, o comportarsi in un certo modo per essere salvati, ne perverte il messaggio, rendendolo un vangelo falso, che non salva, bensì maledice.

Ogni tentativo per meritarsi la salvezza è un affronto alla persona e all’opera di Cristo. Sarebbe come dire che Gesù abbia fallito e che la Parola di Dio sia falsa, quando afferma che Gesù, “reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna… Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro… Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (Ebrei 5:9; 7:25; 10:14). 

IL VANGELO È ESCLUSIVO

Gesù ha affermato: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6). E l’apostolo Paolo ribadisce: “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2:5).

Non ci sono altre vie per arrivare a Dio. Non ci sono altri mediatori. Credere in un’entità, una forza superiore, in un dio diverso da quello biblico, affidarsi ai santi, vivi o morti, è un falso vangelo che non salva affatto. 

“Credo in Dio a modo mio” è un’affermazione presuntuosa e pericolosa, perché non trova fondamento in quello che Dio dice nella sua Parola.

IL VANGELO RIVELA LA VERITÀ SUL TUO PECCATO

Fin qui, le persone che frequentano le nostre chiese e si considerano credenti, per la maggior parte, sono d’accordo con tutto quello che abbiamo detto. 

Ma c’è ancora un aspetto di cui dobbiamo parlare, senza il quale la presentazione del vangelo non sarebbe completa: seguire Cristo ha un costo alto. 

Alcuni lo tralasciano pensando che, casomai, sarebbe meglio parlarne dopo che l’altro avrà accettato il nostro discorso. 

Gesù, Dio incarnato, ha fatto tutto perfettamente. Studiando il suo modo di evangelizzare, sembra quasi che volesse scoraggiare le persone a seguirlo. 

Il suo messaggio consisteva in alcuni elementi fondamentali costanti. Non ha presentato la buona novella prima di aver sollecitato una consapevolezza profonda del peccato e delle sue conseguenze. 

Anche Giovanni Battista, che era stato l’apripista del Salvatore, ha predicato contro il peccato, denunciando le opere malvagie delle persone che venivano da lui. La chiamata al battesimo di ravvedimento era la preparazione perfetta per la buona notizia che Gesù avrebbe portato loro. 

Giovanni ha perso la testa a causa del suo parlare chiaro e diretto. A nessuno piace essere rimproverato per quello che fa, tantomeno essere definito un peccatore, e mai e poi mai sentirsi condannato eternamente all’inferno.

Oggi rischieremmo molto meno di Giovanni, ma saremmo sicuramente additati come fondamentalisti radicali, senza amore. È più facile parlare di soluzioni ai problemi, consigliare su matrimoni difficili, o proporre nuove amicizie piuttosto che proclamare quella fede che richiede un dietro front totale allo stile di vita e alle credenze che si avevano prima.

Invece avvertire le persone delle conseguenze del loro peccato è un vero atto di amore. Le loro coscienze potrebbero essere sollecitate dallo Spirito Santo e portate al ravvedimento. Altro che placebo!

IL VANGELO NON TEME DI ALIENARE LA GENTE

Quando Gesù era sulla terra, i suoi fratelli si stupivano che lui non volesse rendersi noto a tutto il mondo (Giovanni 7:2-7). Le folle lo seguivano già. Sarebbe bastato poco per tenersele buone: parole dolci e promesse di felicità. 

Lui invece, alzava la posta in gioco esigendo una separazione netta dal peccato e dal mondo e una resa totale alla sua autorità. 

Era perentorio anche nel definire cosa vuol dire credere in lui.

Ha detto: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Matteo 10:32-39).

Seguire Gesù non è un hobby. Vuol dire vivere una vita santa, moralmente pura e onesta. Questo può creare frizione e divisione con la famiglia, con gli amici. 

Essere cristiani significa morire a se stessi. Significa anche essere pronti a morire fisicamente per amore di Gesù. 

La croce che dobbiamo portare non sono le difficoltà della vita (quelle ce l’hanno anche i non credenti), ma sono le ostilità e le persecuzioni nei nostri confronti, in quanto seguaci di Cristo. 

“Ricordatevi della parola che vi ho detta: «Il servo non è più grande del suo signore». Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo ve lo faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato” (Giovanni 15:20,21).

L’amore perfetto di Dio fa parte del vangelo, ma la buona notizia diventa molto più bella quando si è pienamente consci della propria condizione di peccatori perduti.

IN TUTTO QUESTO, quando presentiamo il vangelo biblicamente, abbiamo un perfetto alleato nello Spirito Santo: “Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato” (Giovanni 16:9-11).

È compito nostro parlare di Gesù, ma non vogliamo essere colpevoli di portare un messaggio poco chiaro, o incompleto.

Preghiamo che Dio usi l’opuscolo preparato anche quest’anno (vedi qui sotto) per toccare le vite delle migliaia di persone, che sono malati terminali intorno a noi. 

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La VOCE febbraio 2019

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SCANDALO IN CHIESA – Guglielmo risponde


 

Perché dovrei accontentarmi?

Essere schizzinosi della chiesa che frequentiamo non è un lusso che ci possiamo permettere in Italia. Con più di 30.000 tra paesi e cittadine senza alcuna presenza evangelica, dobbiamo considerarci fortunati se abbiamo una chiesa da frequentare!

Il problema è che, nel piano biblico, la chiesa ha una funzione tutt’altro che marginale per un cristiano. Per crescere sano e diventare maturo in Cristo ogni credente deve identificarsi nel corpo del Signore, la chiesa: deve vivere, partecipare, servire e confrontarsi con i suoi fratelli in fede. 

Può capitare di trovarsi isolati da altri credenti, anche per periodi piuttosto lunghi, ma è un’eccezione, non la norma prevista da Dio per i suoi figli.

Oggi possiamo ovviare a questo isolamento: basta uno smartphone e puoi seguire in tempo reale riunioni e conferenze delle chiese in qualunque parte del mondo. Questo però non potrà mai sostituire una chiesa locale.  

I primi credenti si riunivano assiduamente per ascoltare l’insegnamento degli apostoli. 

A Tito e Timoteo, Paolo scrive di mettere in ordine non chiese virtuali, ma locali e reali, con problemi veri. I membri delle chiese si conoscevano tra loro. Conoscevano le loro guide. Se qualcuno veniva ripreso, si sapeva da chi. Sapevano chi s’impegnava a seguire la sana dottrina e chi invece faceva compromessi con la sua fede.

Oggi, in alcune chiese si rischia davvero di non sapere non solo chi ne faccia parte o chi siano le guide, ma anche quali siano i principi biblici che ogni membro deve seguire. Assomigliano a quei club dove si entra e si esce senza un grande senso di appartenenza e tantomeno di responsabilità. 

Sai riconoscere una chiesa sana? 

Chiese di legno, opere di fieno, fede di paglia...

1. Una chiesa sana è formata da veri credenti

Normalmente, in una chiesa ci sono sempre persone  in visita, che non ne fanno parte ufficialmente, e persone che frequentano anche regolarmente ma che non hanno mai fatto professione pubblica di fede. Non sono loro la chiesa locale. 

Una chiesa locale sana è formata da un gruppo di persone che sono chiaramente dedite alla crescita spirituale personale e quella degli altri.

“...come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono. Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2:1-5).

Il primo segno di una chiesa sana è che sa riconoscere i veri credenti, si impegna a farli crescere, ed evangelizza coloro che non lo sono.

Si preoccupa anche di coloro che hanno fatto una professione di fede, ma non fanno progressi. Hanno assunto le abitudini e i comportamenti “giusti” per fare parte dello “stare insieme”, ma sono privi di frutti chiari di cui la Bibbia parla.

2. È dedita alla predicazione espositiva

La predicazione espositiva per molti è diventata sinonimo di un sermone arido e noioso. La colpa è dell’uso improprio dei termini. E dei cattivi esempi di predicazione pseudo espositiva. 

Il difetto è da attribuire non al metodo, ma all’applicazione d’esso. 

La migliore definizione di predicazione espositiva è la lettura del testo biblico, la sua spiegazione e la sua applicazione alla vita pratica. 

Non è un’invenzione del nostro tempo. Guarda quello che ha fatto Esdra: “Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano” (Neemia 8:8).

Commentare le Scritture versetto per versetto è noioso e sterile solo nella misura in cui l’oratore non si è impegnato nel prepararsi. Pensieri sconnessi e confusi non fanno onore alla Parola di Dio.

Una chiesa sana si riconosce dall’insegnamento basato esclusivamente sulla Bibbia, non sulle opinioni o tradizioni del predicatore o della chiesa. 

L’insegnamento della Parola di Dio non è solo un aspetto della vita di chiesa, ma ne è il cuore stesso. Dev’essere costante, assolutamente biblico e praticamente applicabile alla vita dei credenti.

3. Ha guide qualificate

Lo status di alcune chiese è nel migliore dei casi confusionale, nel peggiore totalmente antibiblico.

Quando Paolo ha scritto a Tito che “Per questa ragione ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine nelle cose che rimangono da fare, e costituisca degli anziani in ogni città, secondo le mie istruzioni” (Tito 1:5), è ovvio che le chiese non erano in ordine finché non avrebbero avuto guide qualificate. 

Le guide hanno un compito fondamentale: insegnare la sana dottrina, predicare la Parola di Dio, sorvegliare la chiesa e proteggerla da attacchi interni ed esterni, e pregare per ogni suo membro.

Troppe chiese moderne si accontentano di avere delle guide non qualificate o di non averle affatto. Sembra quasi un motivo di vanto per alcune. Come se avessero trovato nella “democrazia” la soluzione migliore. 

Altre chiese, senza grandi criteri eleggono e mandano via le guide come meglio credono. Poi ci sono anche guide che si dimettono, eppure continuano a dirigere la chiesa. 

La chiesa non è sana quando accantona, per scelta o per ignoranza, i chiari principi biblici riguardo a chi può guidare una chiesa locale.

4. Ha convinzioni dottrinali chiare e bibliche

“La dottrina divide, ma l’amore unisce.” L’avrai sentita anche tu questa banalità. È il sentimento di tutti gli ecumenisti: bisogna essere uniti ad ogni costo.

Dottrina però non è una parolaccia. Significa semplicemente insegnamento. La Bibbia ne è piena.

Senza insegnamento, senza dottrina, non sapremmo nulla su Dio.

Dare insegnamento è lo scopo principale della Parola di Dio. Di conseguenza la dottrina deve essere l’elemento centrale della vita di chiesa.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16,17).

Nei versetti che seguono quelli citati, l’apostolo Paolo comanda a Timoteo di continuare a predicare la Parola, cioè di indottrinare i credenti.

Una chiesa dove non c’è chiarezza dottrinale non produrrà mai credenti completi, forti, ben preparati, con convinzioni bibliche solide. 

5. Cura e discepola i credenti 

Curare i credenti non è lo stesso che avere dei programmi! Certe chiese sono forti nel proporre “6 sedute per i nuovi convertiti”, programmi speciali per “approfondimento spirituale”, conferenze di consacrazione ecc. L’intento è certamente nobile. Ma discepolare un credente va ben oltre questi incontri mirati, ma limitati.

È difficile che corsi e programmi intensivi da soli riescano a produrre un cambiamento concreto e duraturo. Passata l’eccitazione iniziale le persone rimangono deluse e scoraggiate. Tutto ritorna a un’apatia generale. 

Curare i credenti è un’occupazione costante che durerà fino a che il Signore non sarà tornato o la persona non sarà andata in cielo. 

Discepolare è trasmettere a qualcuno, a parole, ma soprattutto con l’esempio, come si vive da credenti in famiglia, in chiesa, a lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero, nelle varie fasi d’età – in gioventù e in vecchiaia, in salute e in malattia. Richiede spirito di sacrificio, sia da parte del discepolo che del discepolatore.

Forse pensavi che il modello biblico potesse funzionare quando la società era diversa e meno frenetica della nostra. Il comando di Gesù però non è legato a un periodo storico particolare, bensì al concetto di avere una chiesa sana che funzioni!

“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:19,20).

Noi tutti siamo chiamati a camminare l’uno accanto all’altro, il più maturo con altri meno preparati. Siamo chiamati a fare discepoli, indipendentemente da programmi, manuali e corsi speciali. Semplicemente, come credenti che si aiutano a vicenda nel cammino cristiano. 

E, come Gesù ha promesso, abbiamo in Lui il miglior tutore possibile per fare questo!

6. Evangelizza

Questo è un aspetto che molte chiese si prodigano a fare regolarmente. Quello che distingue una chiesa sana, però, è che parla di Gesù in modo esclusivamente biblico.

L’Italia è un paese difficile, evangelizzare è un compito arduo e per molti versi lo si fa senza grandi risultati. Spinti dal desiderio di avvicinare le persone si è tentati di adottare stratagemmi e metodi che hanno poco o niente di biblico. 

Per esempio, ho sentito parlare di metodi di evangelizzazione dove il neofita si converte quasi senza saperlo. Comincia a frequentare un gruppo, partecipa alle discussioni, si trova d’accordo con quello che si dice. Così, senza neanche aver vissuto coscientemente la transizione, abbraccia un nuovo stile di vita senza traumi o crisi di coscienza.

Non stiamo cercando di aumentare gli adepti alla nostra fede! Non usiamo parole e promesse ingannevoli per attirare persone alla nostra religione! 

Un messaggio diverso da quello storico, ortodosso, non è affatto una buona notizia, ma un messaggio che condanna le persone all’inferno.

Una chiesa sana invece predica il vangelo con tutti i suoi elementi: il peccato, l’ira di Dio, l’inferno, il ruolo unico di Cristo nella salvezza, la sua resurrezione e il suo riconoscimento come Signore e salvatore della chiesa. Il vangelo non va per il sottile, perché si tratta del destino eterno delle anime.

Il tutto condito dall’amore e dalla profonda riconoscenza per l’opera di Dio nella nostra vita.

7. Ama e difende l’unità

Forse è l’aspetto più sottovalutato nelle chiese. L’amore non è una bella aggiunta. È un elemento fondamentale e necessario.

Professare la fede senza mostrare amore tangibile per tutti i credenti non è solo una contraddizione, ma una vera e propria eresia.

“Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello” (1 Giovanni 1:20,21).

Sapevi che l’intensità del tuo coinvolgimento e la tua relazione con gli altri credenti è un elemento fondamentale della tua testimonianza? “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).

Sottovalutare l’unità della chiesa è un grande ostacolo alla crescita dei credenti e della chiesa stessa. Le incomprensioni, le chiacchiere, i sospetti, i rancori, le invidie non sono attraenti. E non restano nascosti a lungo.

Dio ci comanda di amare i nostri nemici. Perché ameresti meno un tuo fratello con cui passerai l’eternità?

8. Osserva gli ordinamenti biblici

Il battesimo e la cena del Signore.

Il battesimo per immersione è l’espressione visibile della salvezza. In esso, in ubbidienza alle Scritture, il credente adulto testimonia la propria identificazione con la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. Il battesimo in sé, senza una testimonianza chiara della propria salvezza e di una nuova vita, non ha alcun valore. 

La cena del Signore commemora anch’essa la morte e la resurrezione del Signore, ma laddove il battesimo esprime la salvezza, la cena del Signore ha a che fare con la santificazione del credente. 

È un momento di esame di se stessi. 

Non deve parteciparvi nessuno che ha del peccato inconfessato nella sua vita. 

Chi mangia del pane e beve del vino dimostra di avere una relazione trasparente e coerente con Dio e con gli altri membri della comunità. Infatti è scritto: “Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice” (1 Corinzi 11:28).

Ogni chiesa sana osserva regolarmente questi ordinamenti. 

E ogni credente deve essere spronato a rivalutare regolarmente il proprio cammino col Signore.

9. Riconosce i doni dei credenti e li aiuta a svilupparli 

Una chiesa sana è un luogo dove i credenti sono incoraggiati a scoprire i loro doni e a metterli a servizio di Dio per il beneficio di tutti.

“Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore” (Efesini 4:16).

 “Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. Se uno parla, lo faccia come si annunciano gli oracoli di Dio; se uno compie un servizio, lo faccia come si compie un servizio mediante la forza che Dio fornisce, affinché in ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1 Pietro 4:10,11).

I doni glorificano Dio, non il credente!

10. Pratica la disciplina biblica

I problemi dovuti al peccato ci saranno sempre. Anche nelle chiese sane.

In una chiesa sana, infatti, affrontare il peccato è una priorità, perché la chiesa deve rispecchiare, per quanto possibile, la santità e la purezza di Dio. 

Nella famiglia di Dio non c’è posto per inquisizioni e processi per la condanna; il peccato deve essere affrontato biblicamente. 

Lo scopo non è quello di squalificare qualcuno, ma di correggere e aiutare i veri credenti a vivere in un modo che glorifichi Dio.

La disciplina biblica mira a ristabilire il credente che ha peccato alla comunione col Signore e con la chiesa, e a mettere in guardia gli altri a non sottovalutare la gravità e le conseguenze del peccato.

“Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano” (Matteo 18:15-17).

Le istruzioni bibliche sono chiare. Le guide di una chiesa sana le seguono fedelmente.

11. La chiesa sana promuove la preghiera

La vita di una chiesa sana non è facile, anzi è impossibile senza l’aiuto del Signore. Perciò la preghiera deve essere la forza dietro ogni decisione e ogni compito svolto nella chiesa.

È la responsabilità delle guide pregare regolarmente per tutti i ministeri e i membri della chiesa – se l’hanno fatto gli apostoli nella chiesa primitiva, quanto più ne abbiamo bisogno noi oggi!

Tempi di preghiera, con tutta la comunità unita e partecipe, caratterizzano la vita di una chiesa sana. La preghiera promuove una consapevolezza di dipendenza da Dio e la necessità di trovare nel Signore le proprie forze. 

Credenti sani pregano gli uni per gli altri anche in privato, e questo consolida la comunione e alimenta l’amore genuino gli uni per gli altri.

Queste undici caratteristiche 

non sono un modo per fare una graduatoria delle chiese, ma sono le qualità bibliche che distinguono quei credenti e quelle chiese che vogliono onorare Dio in ogni cosa. 

Se non si è sempre attenti a tenere vive queste caratteristiche, si rischia di sostituire la centralità di Dio con l’uomo. La chiesa diventa un covo di uomini carnali, che cercano di prevalere gli uni sugli altri, e dove la soddisfazione umana diventa più importante del voler piacere a Dio. 

La Bibbia ci ha messo in guardia proprio su questo: “Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole” (2 Timoteo 4:3,4).

È l’istantanea dei nostri tempi. 

Tenere alta la Parola di Dio, onorarla e osservarla in tutto e per tutto non appaga la carne. 

I compromessi sono in agguato. L’apostasia comincia con le guide che non fanno il loro dovere, e con le congregazioni insoddisfatte che non conoscono le Scritture e non hanno il timore di Dio. 

Quando è doveroso cercare una nuova chiesa

Se frequenti una chiesa che mostra chiari segni di non essere sana, cosa dovresti fare?

- Prima di tutto assicurati che le tue valutazioni siano corrette, non puoi sempre sapere tutto quello che avviene “dietro le quinte”.

- Prega regolarmente e con serietà per le guide e per gli altri credenti.

- Sii d’esempio ai credenti nel parlare, nel comportamento, nell’amore, nella fede, nella purezza, nell’attaccamento alle Scritture.

- Attenzione a non parlare male di nessuno, e non fare nulla che possa dividere la chiesa, o nuocere a qualcuno.

- Se hai delle perplessità fondate, parlane con le guide in privato. Fallo con rispetto senza belligeranze, pronto ad ascoltare. 

- Evita i rancori.

- È possibile che dopo aver fatto questo arrivi il momento di lasciare la chiesa. Se le motivazioni sono giuste, lo farai anche a costo di dover fare sacrifici personali per trovare una chiesa che, se non altro, aspira a essere una chiesa sana.


—Guglielmo Risponde—

Scandalo in chiesa

Caro Guglielmo, 

Succede nella nostra chiesa una cosa che mette molti di noi a grande disagio. O, forse, sarebbe più vero dire che ci causa grande dolore.

Due fratelli abbastanza importanti e noti non vanno d’accordo fra di loro. Anzi, più di una volta hanno litigato davanti ad altri e per lunghi periodi non si sono rivolti neanche la parola e salutati.

Cosa possiamo fare? Tutti hanno un po’ paura di intervenire per non peggiorare le cose, o per non offendere nessuno.

—Senza nome, per favore

 

Il vostro problema non è da poco. 

Le liti fra fratelli, anche fra fratelli anziani, come anche fra sorelle, fra marito e moglie credenti o fra giovani della chiesa, sono fatti gravissimi, se non vengono risolti bene e presto.

Anzi, per dire la verità, queste situazioni rientrano pienamente in ciò che la Bibbia chiama “scandali” e, perciò, vanno affrontate e risolte biblicamente.

In Luca, capitolo 17, versetti 1-4, gli scandali fra credenti sono messi direttamente in relazione al rifiuto di perdonare un altro credente. 

Il grande guaio dello scandalo è che non fa male soltanto a chi lo crea, ma alla chiesa e in particolare ai “piccoli”, che potrebbero essere i più giovani nella chiesa, o per età o perché convertiti da poco, oppure i credenti più deboli in senso generale.

Lo “scandalo” (significa letteralmente “trappola”) induce altri a peccare, o scusandosi perché chi è più maturo di loro pecca pure, o perché sono indotti a prendere, poco saggiamente, le parti di uno o dell’altro litigante.

Cosa fare? Anzi tutto, riconoscere che si tratta di uno stato di peccato che avviene all’interno della chiesa e che, perciò, non può essere tollerato, pena la vita spirituale della chiesa e il contagio di questo o di altri peccati fra gli altri membri.

Paolo ha raccomandato a quelli che sono “spirituali”, che camminano, cioè, in comunione col Signore, di cercare di rialzare chi è stato sopraffatto da un peccato, operando con grande umiltà per garantirsi di non rimanere coinvolto e invischiato nel peccato stesso.

Quando, però, ciò non porta alla soluzione del problema o del pentimento di chi pecca e alla sua restaurazione in comunione con l’altro fratello e con la chiesa, bisogna usare dei metodi appropriati, che sono la condanna pubblica del peccato e, se ciò non portasse alla soluzione, alla disciplina di chi vive in questo peccato.

Uno dei problemi che impediscono la soluzione può essere che tutte e due le persone coinvolte possono credere di avere ragione e che il torto sia dell’altra. E qui la chiesa, o chi cerca di favorire una soluzione, può sentirsi forzato a fare da giudice, per condannare il colpevole e assolvere l’innocente.

Anche quando fosse chiaro che uno dei contendenti ha sbagliato più dell’altro, o è più intransigente nel rifiutare la rappacificazione, è molto improbabile che l’altro abbia seguito con cura tutti i passi dettati dalla Bibbia per risolvere i problemi fra fratelli. 

O che non abbia, a sua volta, offeso o interpretato male l’altro e permesso ai suoi sentimenti e emozioni di trascinarlo in peccato. 

Perciò, il problema potrà essere risolto soltanto quando tutte e due le parti riconoscono la propria colpa, o nella situazione che ha dato inizio alla lite o nel suo sviluppo. Poi, quando ciascuno avrà chiesto umilmente perdono, senza avanzare difese, e avrà perdonato di cuore l’altro e con parole appropriate, il problema non dovrà essere solo considerato risolto, ma anche messo da parte per sempre.

Ma, se una delle persone, fosse anche quella che si ritiene la meno colpevole, non partecipasse con completa sincerità a questo processo, rifiutasse di chiedere perdono e di perdonare, la chiesa non avrebbe scelta. Deve avvenire ciò che Gesù ha inteso dicendo: “Sia per te come il pagano e il pubblicano”, cioè non più in comunione con la chiesa.

L’unico scopo della chiesa, nella sua decisione è, ovviamente, la gloria di Dio, la benedizione della chiesa e il ricupero dei fratelli coinvolti.

Hai scritto che tutti hanno paura di procedere alla soluzione del problema, per un motivo o per un altro. Ma, malgrado il fatto che sia difficile affrontarlo con decisione e, se necessario, pubblicamente, i veri risultati negativi del trascurarlo sono molto più seri per la chiesa che non i possibili risultati tristi del confronto diretto.

Sappi che questa tentazione ad accettare il peccato in seno alla chiesa, è una prova comune, e purtroppo diffusa, sofferta da molti altri fratelli. 

Ma Dio è fedele e vi darà una via d’uscita. Forse sarà una via difficile, ma senz’altro benedetta, se seguita in umile e piena sottomissione a Lui.

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La VOCE gennaio 2019

Si può sperare ancora

Come sarà il tuo 2019? 

In qualunque modo provi a immaginartelo, non puoi sapere cosa ha in serbo per te. Nessuno di noi ha il controllo su quello che accadrà. Ma, a pensarci bene, è un dono di Dio il non sapere i particolari dell’anno che sta per cominciare. Conoscere in anticipo le future difficoltà potrebbe renderci inutilmente ansiosi, depressi e infelici. E sapere quali benefici ci aspetteranno potrebbe inquinare i nostri atteggiamenti con l’orgoglio, rovinando anche le nostre relazioni.

Dio ci insegna ad affrontare la vita giorno per giorno. “Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:34). 

C’è una saggezza indiscutibile in tutto quello che Dio dice. Invece di affannarsi per il domani che non sai come sarà, la cosa più saggia, utile e giusta è vivere bene il presente. 

Oggi è la soglia del domani: quello che pianti oggi, con parole, azioni e atteggiamenti, lo raccoglierai domani. Un futuro sereno, senza rancori e rimpianti, non ti cade giù dal cielo.

Seguendo i consigli della Bibbia possiamo preservarci da più guai del necessario. 

Chi non lo vorrebbe? 

Ma partire bene richiede riverenza, ubbidienza e rispetto per il Signore. “Il principio della saggezza è il timore del SIGNORE, e conoscere il Santo è l’intelligenza” (Proverbi 9:10).

Ti proponiamo di guardare con noi alcuni versetti tratti dal libro dei Proverbi, ispirato da Dio per il nostro bene. La saggezza di queste brevi massime può proteggerci da inutili errori e può aiutarci a “seminare” un 2019 migliore.

Benvenga il 2019

Salomone, l’uomo che Gesù ha definito il più saggio che sia mai esistito, nella sua introduzione al libro dei Proverbi mette subito in chiaro lo scopo per cui scrive: “Perché l’uomo conosca la saggezza, l’istruzione e comprenda i detti sensati; perché riceva istruzione sul buon senso, la giustizia, l’equità, la rettitudine; per dare accorgimento ai semplici e conoscenza e riflessione al giovane. Il saggio ascolterà e accrescerà il suo sapere; l’uomo intelligente ne otterrà buone direttive” (Proverbi 1:2-5).

Mica poco! Io ne ho un gran bisogno. E tu? 

La particolarità dei proverbi è che sono frasi molto concise. Anche taglienti. Non si sprecano per addolcirti la verità. 

Così, senza mezzi termini, Dio dice che trascurare le sue parole è da stolti, pura follia. “Il timore del SIGNORE è il principio della scienza; gli stolti disprezzano la saggezza e l’istruzione” (Pr. 1:7).

Egli avverte che ci saranno conseguenze se non lo si ascolta: “Poiché quando ho chiamato avete rifiutato di ascoltare, quando ho steso la mano nessuno vi ha badato, anzi, avete respinto ogni mio consiglio e della mia correzione non ne avete voluto sapere, anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando lo spavento vi piomberà addosso come una tempesta, quando la sventura v’investirà come un uragano e vi cadranno addosso l’afflizione e l’angoscia. Allora mi chiameranno, ma io non risponderò; mi cercheranno con premura ma non mi troveranno. Poiché hanno odiato la scienza, non hanno scelto il timore del SIGNORE, non hanno voluto sapere i miei consigli e hanno disprezzato ogni mia correzione, si pasceranno del frutto della loro condotta, e saranno saziati dei loro propri consigli” (Pr. 1:27-31).

Seguire il Signore non solo ci guida a vivere meglio, ma previene grandi dispiaceri e calamità. 

Tutta Italia ha parlato di Desirée, una povera ragazza, drogata e stuprata a Roma. Era strano sentire i suoi famigliari descriverla come una “brava” ragazza, ma lei si drogava e non andava più a scuola. La famiglia sembrava essere totalmente impreparata a questa tragedia. 

Certo, è un caso limite, ma sarebbe ingenuo pensare che non ci sia nessun figlio di credenti fumare spinelli o fare sesso. 

Questi comportamenti non cominciano in un momento. Sono il risultato di anni di negligenza nel proprio ruolo in famiglia. Triste a dirsi, ma mariti e mogli che non si parlano più, e genitori e figli che litigano spesso esistono anche nelle famiglie di credenti. 

Cosa sia successo nella famiglia di Desirée non si sa, ma certamente i campanelli di allarme non sono stati ascoltati. O forse non sapevano quali fossero i segnali a cui prestare attenzione. 

Tutti vorrebbero prevenire tali problemi, ma chi è davvero pronto ad ascoltare i consigli antichi, le verità immutabili, per esaminare la propria vita e cambiare, o implementare quello che è necessario? 

La Parola di Dio ti dice la verità, ma tocca a te applicarla alla tua vita, per il tuo bene.

Chi ben comincia...

C’è un punto di partenza preciso dal quale scaturisce tutto il resto. È il fattore più determinante che influisce su tutta la nostra vita. Regola ogni nostra decisione, reazione, relazione e sentimento. Eccolo: “Confida nel SIGNORE con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri. Non ti stimare saggio da te stesso; temi il SIGNORE e allontanati dal male; questo sarà la salute del tuo corpo e un refrigerio alle tue ossa” (Pr. 2:5-8).

Hai notato? Sta dicendo che non siamo sufficientemente saggi per poter fare di testa nostra senza Dio, e che se non siamo diretti da Lui, siamo portati a fare il male, e a stare male. 

Le statistiche rivelano che sono sempre di più le persone depresse, anche tra i giovanissimi. È forse un comportamento che hanno in qualche modo “imparato” dai genitori o da persone intorno a loro? O la loro depressione è il frutto del loro modo sbagliato di affrontare la vita? 

Fidandosi solo dei ragionamenti umani si rimane inevitabilmente delusi: non resta che vivere le conseguenze del peccato. Perché il peccato ha sempre una conseguenza.

Per questo abbiamo bisogno di aggrapparci alla verità della Parola di Dio: “Bontà e verità non ti abbandonino; legatele al collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore; troverai così grazia e buon senso agli occhi di Dio e degli uomini” (Pr. 2:3,4). 

Ti ricorda qualche frase di Gesù? “Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi…” Non si tratta di rispolverare dei versetti nel momento del bisogno (che è la cosa giusta da fare!), ma di lasciare che quelle parole modellino il nostro cuore giorno per giorno. E questo ci porta al prossimo proverbio.

Sempre all’erta

“Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita. Rimuovi da te la perversità della bocca, allontana da te la falsità delle labbra” (Pr. 4:22,23).

Il cuore è la sede dei nostri affetti e desideri. Ma è ingannevole e maligno. È incline al peccato e va protetto più di ogni altra cosa. 

Custodire il cuore significa stare lontani da qualunque cosa sia perversa e sbagliata. È non soffermarsi su pensieri che portano a peccare, non desiderare il male, né invidiarlo, ma riempire il cuore con la verità delle Sacre Scritture.

Vuol dire stare sempre all’erta, perché siamo ribelli e insensati per natura. E quando pecchiamo, dobbiamo essere corretti.

Le lacrime degli stupidi

A nessuno piace essere ripreso. Ma è davvero necessario.

“Chi ama la correzione ama la scienza, ma chi odia la riprensione è uno stupido” (Pr. 12:1). 

Odiare, risentirsi o arrabbiarsi quando siamo ripresi è da stupidi! Più chiaro di così!

Chi non vuole essere ripreso si crede perfetto. Chi non vuole essere corretto, pensa di non aver nulla da imparare. E diciamocela: persone così sono piuttosto insopportabili.

Molti rimpianti nascono dal non aver voluto ascoltare, per orgoglio, testardaggine o ripicca. Dio ci invita a essere malleabili, e essere pronti ad ascoltare ed evitare così tanti rimpianti inutili: “…e tu non dica: «Come ho fatto a odiare la correzione, e come ha potuto il mio cuore disprezzare la riprensione? Come ho fatto a non ascoltare la voce di chi m’insegnava, e a non porgere l’orecchio a chi m’istruiva?” (Pr. 5:12,13).

Spesso dico scherzando che vorrei tornare a scuola, al liceo, che a suo tempo detestavo. Quante cose avrei potuto imparare se fossi stato più attento… Per le nozioni si può anche rimediare più tardi studiando per conto proprio, ma trascurare le lezioni di vita potrebbe costare molto caro.

Tutti pronti dunque ad accogliere buoni consigli e propositi della Parola di Dio! Ma non solo quando ci vengono offerti: li dobbiamo ricercare attivamente. 

Fai una lista delle aree in cui riconosci di aver bisogno di consiglio: il tempo, i soldi, l’educazione dei figli, difetti caratteriali, le amicizie, la vita coniugale, il tuo rapporto con i genitori… Scoprirai che sono soggetti di cui parla la Bibbia. Salomone non era estraneo a tutto ciò. Il suo libro dei Proverbi ha 31 capitoli! Tanta saggezza a tua disposizione.

MA TI SEI VISTO?

Chiediamoci: siamo delle persone a cui si può insegnare o pensiamo di essere autosufficienti? Come reagisci quando qualcuno ti si avvicina offrendo dei consigli? Pensi subito: “Ma chi si crede di essere per venirmi a fare la predica”? 

Non saresti l’unico a pensarlo. 

È interessante notare che queste cose ci danno fastidio da giovani, ma anche da grandi è lo stesso! Sarà forse che abbiamo problemi di orgoglio?

“La superbia precede la rovina, e lo spirito altero precede la caduta” (Pr. 16:18). 

Una persona arrogante è incorreggibile. Andrà a finire male di sicuro. L’orgoglio infatti è la caratteristica del diavolo. Dio resiste gli orgogliosi.

Nella sua perfetta cura, Dio ci ha messo intorno genitori, anziani di chiesa, amici e fratelli e sorelle in fede – sono un gran dono che non dobbiamo sottovalutare. Dio si serve anche di loro per educarci. Permettiamo a loro di aiutarci a crescere nel nostro amore per il Signore. 

Ho amici a cui voglio tanto bene, vedo aspetti nella loro vita che non vanno, ma non ho il coraggio di avvicinarli, perché so come reagirebbero e ho paura di perdere la loro amicizia. Non mi va di essere travolto da una lunga lista di giustificazioni e finte ragioni. 

Mentre scrivo queste parole mi sto chiedendo: Ma io come sono? Faccio la stessa cosa? 

Le persone trovano in me una persona desiderosa di ascoltare? Sono pronto a cambiare?

Di recente un amico che mi ha ringraziato per il tempo che avevo passato con lui regolarmente per un paio di anni. Ci incontravamo alle 5 di mattina a McDonald’s per parlare della sua vita. Mi ha confidato che spesso andava via arrabbiato, non gli piaceva ascoltare le cose che dicevo. Eppure, eravamo lì perché lo aveva chiesto lui. Sapeva che quei momenti erano utili per la sua vita. Lo erano anche per me, perché dandogli consigli biblici ero continuamente spronato a rivedere e valutare la mia vita.

Zitti e mosca!

“Nella moltitudine delle parole non manca la colpa, ma chi frena le sue labbra è prudente. La lingua del giusto è argento scelto; il cuore degli empi vale poco” (Pr. 10:19,20). 

A volte sembra che Salomone abbia scritto alcuni dei suoi proverbi proprio per noi italiani. Siamo chiacchieroni, parliamo troppo e volentieri. 

Il libro dei Proverbi avverte di mordere, di frenare la lingua loquace. Imparare a stare zitti è una grande protezione.

Come vorrei tornare indietro nel tempo e non avere pronunciato delle cose che ho detto nella mia ignoranza, nel voler dare la mia opinione. A volte me ne sono reso conto subito e ho potuto rimediare, ma altre volte sono passati anni e il ricordo delle mie parole taglienti ha continuato a fare del male.

“C’è chi, parlando senza riflettere, trafigge come spada, ma la lingua dei saggi procura guarigione” (Pr. 12:18). 

Se solo imparassimo a parlare al momento giusto, potremmo fare tanto bene. Il parlare troppo ci mette nei guai, ci espone al rischio di dire qualcosa che avremmo dovuto tenere per noi.

“Chi va sparlando svela i segreti, ma chi ha lo spirito leale tiene celata la cosa” (Pr. 11:13).

“L’uomo accorto nasconde quello che sa, ma il cuore degli stolti proclama la loro follia” (Pr. 12:23).

Non dobbiamo solo stare attenti a come parliamo, ma anche a stare lontani da quelli che lo fanno troppo. “Chi va sparlando palesa i segreti; perciò non t’immischiare con chi apre troppo le labbra” (Pr. 16:19).

Se ti viene da sorridere pensando che sia un problema solo delle donne, ti sbagli. Il rischio riguarda tutti. Dovremmo stamparci questi versetti su un pezzo di carta e metterlo sullo specchio del bagno, così prima che il caffè svegli la nostra lingua ci faranno ricordare di stare in guardia.

Famiglia canaglia

Chi è sposato lo sa: mariti e mogli possono diventare molto insensibili. Certi comportamenti diventano un’abitudine, di cui non ci rendiamo neanche più conto.

Dai tempi di Adamo e Eva i coniugi hanno sempre trovato cose da ridire sugli atteggiamenti l’uno dell’altra. 

Dio però, ci spinge a riflettere sulle nostre azioni. 

“Meglio un piatto d’erbe, dov’è l’amore, che un bue ingrassato, dov’è l’odio” (Pr. 15:17). 

In famiglia, l’amore, la stima e la cura reciproca valgono molto di più che il benessere economico. 

Tanti uomini si affaticano per provvedere per la famiglia, trascurando però il loro ruolo di guide spirituali per la moglie e i figli. Il loro amore non è visibile nelle parole e nella cura dei famigliari. 

Provvedono vestiti, casa, vacanze, gadget e sport che, però, non possono compensare la discordia che regna in casa: “È meglio un tozzo di pane secco con la pace, che una casa piena di carni con la discordia” (Pr. 17:1).

Cari padri, non è indispensabile che tutti i figli abbiano un tablet o uno smartphone. Anzi forse sarebbe meglio non averli per niente. 

Avreste più tempo da passare con tuo figlio.

Le mogli hanno un ruolo importante nel portare pace e serenità in famiglia, il ché non va perso di vista. “La donna saggia costruisce la sua casa, ma la stolta l’abbatte con le proprie mani” (Pr. 14:1). 

Litigare o parlare male del marito non ha mai portato nulla di positivo, anzi allontana solo il coniuge. “Meglio abitare sul canto di un tetto, che in una gran casa con una moglie rissosa. Meglio abitare in un deserto, che con una donna rissosa e stizzosa” (Pr. 21:9,19).

La serenità della famiglia comincia proprio nella relazione tra i coniugi. Le ferite, i dolori, l’astio non sono misurabili, non si può sapere chi dei due ha sofferto di più. 

Alzare la voce, lamentarsi, criticare, ripetere all’infinito le stesse cose, è un segno di NON voler trovare una soluzione.

Vuoi un anno migliore? Una casa che sia un’oasi di pace, dove regnino il rispetto e l’amore? Comincia tutto proprio dai genitori! 

Come vi parlate in famiglia? Cosa pensi di fare per essere un agente di pace nella tua casa? Il cambiamento non sarà frutto del caso, ma delle tue decisioni e dei tuoi propositi ponderati e preparati.

Allevi un delinquente?

Provo un dispiacere misto a rabbia quando osservo alcuni genitori con i loro piccoli. La mamma che continua a vietare al bambino di fare una certa cosa, e lui che continua imperterrito a farla… Genitori che invece di disciplinare i figli, gli fanno lunghi e ripetuti discorsi inutili, che non producono cambiamenti… Padri che (se mai sono a casa!) lasciano alla mamma, o ai nonni, la gestione dell’intera famiglia, mentre loro si mettono a guardare la TV, o a leggere il giornale in mezzo al caos più totale…

Pensare che l’educazione cominci quando i figli sono grandi “abbastanza”, è il modo più sicuro di avere guai grossi: “Anche il bambino dimostra con i suoi atti se la sua condotta sarà pura e retta” (Pr. 20:11). Quante volte devi dire di no al bambino prima che ci siano delle conseguenze?

Bisogna cominciare da subito, quando sono ancora piccolissimi, cominciando con chiarezza e fermezza. “Chi risparmia la verga odia suo figlio, ma chi lo ama, lo corregge per tempo” (Pr. 13:24). Se non l’abbiamo capito, Salomone reitera: “La follia è legata al cuore del bambino, ma la verga della correzione l’allontanerà da lui” (Pr. 22:15). 

Dio raccomanda di intervenire subito, quando c’è ancora speranza. “Castiga tuo figlio, mentre c’è ancora speranza, ma non lasciarti andare sino a farlo morire” (Pr. 19:18). 

Non c’è nulla di male nell’usare la punizione appropriata. “Non risparmiare la correzione al bambino; se lo batti con la verga, non ne morrà; lo batterai con la verga, ma lo salverai dal soggiorno dei morti” (Pr. 23:13,14). 

Ami i tuoi figli? Allora sappi che amarli richiede tanto lavoro! 

Qualche volta devi ritornare sulla stessa correzione, anche nel giro di pochi minuti. Forse non ti va, forse sei stanco, ma è necessario. Nel tempo raccoglierai i benefici. “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà” (Pr. 22:6).

Ma la Bibbia ha qualcosa da dire anche per i figli quando diventano più grandi e cominciano a esercitare una certa autonomia: “Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre e non rifiutare l’insegnamento di tua madre; poiché saranno un fregio di grazia sul tuo capo e monili al tuo collo” (Pr. 1:8,9).

Non so quanti adolescenti leggeranno questo articolo, ma lancio un’idea: fate leggere questo giornale ai vostri figli, e poi chiedetegli di valutare la vostra vita di famiglia! 

Avrete poi il coraggio di ascoltarli e cambiare? Sicuramente sorprendereste i vostri figli, specialmente se mostrate prontezza genuina a chiedere perdono e a cambiare.

Rivalutare regolarmente come sta andando l’educazione dei figli sin da piccoli, è una buona abitudine. Aiuta a migliorare prima che sia troppo tardi.

Il miracolo della fame

“Il pigro desidera, e non ha nulla, ma l’operoso sarà pienamente soddisfatto” (Pr. 13:4). “Il pigro non ara a causa del freddo; alla raccolta verrà a cercare, ma non ci sarà nulla” (Pr. 20:4).

Il lavoro serve per provvedere alla famiglia, e per poter donare agli altri. L’ha stabilito Dio. 

Trovare il lavoro può essere difficile, e un lavoro che ci piaccia, con la paga che pensiamo di meritare, è forse impossibile. Dio, però, non ce lo comanda solo quando ci piace: dobbiamo lavorare e basta. Il principio è valido: “La fame del lavoratore lavora per lui, perché la sua bocca lo stimola” (Pr. 16:26).

Genitori, un po’ di fame fa miracoli nei vostri figli! Conosco diverse persone che continuano a provvedere a loro anche quando questi sono ormai adulti. Non parlo di aiuti saltuari. Se ci sono delle emergenze è giusto aiutare con quello che si può, ma non è normale che i figli adulti dipendano economicamente dai genitori. 

Un sano atteggiamento verso il lavoro si impara da piccoli. 

Molti genitori invece non fanno lavorare i bambini in casa. È un danno nei confronti dei figli. 

Devono imparare a farsi il letto, apparecchiare e sparecchiare, lavare i piatti, portare fuori la spazzatura e fare le pulizie. Altrimenti diventeranno pigri. 

Quale datore di lavoro assumerebbe un pigro? 

Chi vorrebbe sposarsi un pigro?

La compagnia che fai… 

“Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo” (Pr. 13:20). Le persone che ci scegliamo come consiglieri e come amici esercitano un grande ascendente su di noi.

Scegliersi amici credenti, con principi biblici solidi, è d’obbligo. Ma c’è di più. 

Devono essere anche capaci di tenere a bada i sentimenti. “L’uomo collerico fa nascere contese, ma chi è lento all’ira calma le liti” (Pr. 15:18). 

Devono saper perdonare: “Chi copre gli sbagli si procura amore, ma chi sempre vi torna su, disunisce gli amici migliori” (Pr. 17:9).

Devono essere di animo generoso: “Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; se ha sete, dagli dell’acqua da bere; perché, così, radunerai dei carboni accesi sul suo capo, e il SIGNORE ti ricompenserà” (Pr. 25:21,22).

Tu sei un amico così?

Il Signore lo è.

Hai letto fino a qui; se stai facendo bene, non ti vantare. Se ci sono cose che devi cambiare, chiedi aiuto al Signore: “Non ti vantare del domani, poiché non sai quel che un giorno possa produrre. Altri ti lodi, non la tua bocca; un estraneo, non le tue labbra” (Pr. 27:1,2). 

L’anno che verrà è nelle mani di Dio. Lui ha promesso di camminare accanto a noi. Impariamo a fidarci di Lui, impariamo a chiedere perdono: “Chi copre le sue colpe non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia” (Pr. 28:13).

Quest’anno, quando qualcuno ti augura Buon Anno, fermati, rifletti e ripromettiti di seguire i principi biblici, e il suo augurio non cadrà nel vuoto! 

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La VOCE dicembre 2018

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Un pizzico di sale 


Mai più compromessi

Anni fa il pastore della chiesa che frequentavo ha dovuto affrontare una grave tragedia. La sua nipotina aveva solo due anni quando è uscita dalla porta di casa senza che la famiglia se ne accorgesse. Quando avevano capito che la bambina non era in casa si erano messi tutti a cercarla. Dietro la casa di campagna c’era un laghetto. L’avevano trovata lì, riversa nell’acqua. Tutti gli sforzi di rianimarla, come anche l’arrivo dell’ambulanza, erano stati inutili. La bambina era annegata. 

Questa tragedia ha spinto la famiglia a esaminare e rivalutare le possibili negligenze nella messa in sicurezza della tenuta.

Ma le morti per annegamento sono più comuni di quanto si pensi. Ci sono addirittura istruttori di nuoto che insegnano a bambini di solo un anno cosa fare se dovessero cadere in acqua: come girarsi sulla schiena e spingersi con i piedi fino ad arrivare a bordo piscina, e aspettare fino all’arrivo di qualcuno.

A volte la vita sembra proprio come una piscina dove scivoliamo inavvertitamente. Se non abbiamo imparato a nuotare rischiamo di annegare nelle acque insidiose delle difficoltà. 

Pensando alla nostra vita come era  ieri, e immaginando il domani, siamo davvero preparati a quello che avverrà? Sappiamo cosa fare, dove aggrapparci? O, incerti sul da farsi, saremo inghiottiti senza scampo? 

Cosa ci spinge a fare le cose che facciamo e che modellano il nostro futuro?

Luce o tenebre? Saggi o stolti?

La Bibbia descrive tutti i credenti come persone particolarmente benedette e curate da Dio, eppure molti non conoscono quella vita di pace, senza ansie e amarezze che contraddistingue coloro che conoscono il Signore.

Spesso viviamo come degli struzzi. Nascondiamo la testa sotto la sabbia e speriamo che ignorando il caos intorno tutto si risolva da sé, senza che cambiamo nulla nel nostro modo di affrontare i contrattempi e le complicazioni della vita.

Oppure lasciamo che le esigenze della famiglia, del lavoro e della salute consumino i nostri giorni al punto che non ci rimane tempo per valutare con saggezza il presente, tanto meno per prepararci agli imprevisti del futuro. 

Arrivati allo stremo alziamo le mani sconsolati, abbassiamo la testa e sospiriamo: “Lo so… ma che ci posso fare?” 

Hai notato come le Scritture spesso mettono due cose opposte a confronto? La luce e le tenebre, il saggio e lo stolto, il giusto e l’ingiusto, la carne e lo spirito, il mondo e la volontà di Dio. Questi binomi servono per scuoterci e per spingerci a chiederci da che parte stiamo. 

Siamo figli di Dio, ma forse nella nostra crescita spirituale ci siamo accontentati di troppo poco. 

Abbiamo standard troppo bassi e non abbiamo imparato che quello che è successo ieri serviva per oggi, così che davanti a tutta questa marea di problemi che tenta di farci naufragare non scendiamo a compromessi con il peccato ma rimaniamo integri. E non ci accontentiamo della sufficienza pur di sopravvivere. 

Per uscire dal vortice in cui siamo bisogna cominciare a dare retta a Dio e badare a quello che Lui dice nella Bibbia. 

Se Dio ci chiede di essere saggi, di non amare il mondo, di non vivere carnalmente vuol dire che è possibile con il suo aiuto.

La premessa è sempre la nuova nascita! Se non siamo nati di nuovo, se Dio non ha cambiato il nostro cuore, ogni nostro sforzo di cercare di affrontare la vita come desidera Lui è impossibile. 

Da persone rigenerate, dunque, quando pensiamo a affrontare in modo migliore la vita, abbiamo tre aspetti da tenere presenti.

Prima di tutto, agiamo secondo le informazioni che abbiamo. 

Viviamo in un’epoca senza precedenti: informazioni su qualunque cosa sono alla nostra portata, all’istante, 24 ore su 24. La Parola di Dio è il nostro punto di riferimento incontestabile. Ci informa su tutta la volontà di Dio per la nostra vita. 

Ma essere informati non è sufficiente. La Parola di Dio deve anche convincerci che tutto quel bagaglio d’informazioni che abbiamo accumulato nella vita, se non è in linea con le Sacre Scritture, è falso o sbagliato.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16,17).

La Bibbia ci informa, istruisce e ci fa capire cosa è sbagliato. Ne stai approfittando? Stai permettendo alle Scritture di mostrarti come rimuovere e rimpiazzare i pensieri errati, e di istruirti su come vivere una vita che onori Dio?

Non sto dicendo nulla di nuovo: senza l’istruzione biblica siamo in balia dei nostri pensieri – pensieri che la Bibbia descrive come totalmente diversi da quelli di Dio. “Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il signore. «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri” (Isaia 55:8,9).

È allarmante quando un credente non sa distinguere quali dei suoi pensieri e ragionamenti siano davvero biblici e quali invece frutto di ragionamenti umani e nient’altro. 

Non solo abbiamo bisogno di essere informati, ma anche di essere convinti che quello che dice la Bibbia sia attuale, la verità necessaria per la vita di tutti i giorni.

Ma come faccio a capire il ruolo che ho permesso alla Parola di Dio di avere nella mia vita? O se mi sto perdendo alcuni dei suoi benefici? 

La risposta non sta nel contare le volte che frequento la chiesa o gli studi biblici. Sta invece in come reagisco quando sono esposto all’insegnamento biblico, quando leggo e studio la Parola di Dio per conto mio, e quando ascolto la sua esposizione.

Un aspetto che molti sottovalutano è la sostanza dell’insegnamento biblico della chiesa che frequentano. Mi spinge a valutare con onestà le mie azioni, i miei pensieri, i miei affetti, i miei sogni e le mie aspirazioni? O mi fa assopire nell’illusione che vada tutto bene così? Presto attenzione a quello che viene detto, o l’ascolto con indifferenza?

Siamo pronti a attraversare mezza città per una cena in qualche location speciale, o sopportare code interminabili  per goderci una bella giornata di vacanza. Ma quando si deve fare uno sforzo per essere istruiti dalla Parola di Dio – garanzia di un beneficio concreto e duraturo – anche il minimo disagio è eccessivo.

Gesù ha pregato che il Padre santificasse i credenti nella verità, dicendo che la Parola di Dio è verità (Giovanni 17:17). 

La Parola di Dio è quella che opera nella mia santificazione, scandagliando e trasformando la mia mente che influenza le mie decisioni. La sto forse ostacolando per la mia negligenza e superficialità? Ci sono degli aspetti della mia vita che devo cambiare? L’insegnamento nella chiesa che frequento mira a questa mia santificazione? 

Sono consapevole del mio bisogno di continuare a imparare, o sono ostinato e fermo nelle mie idee?

Non solo agiamo in base alle istruzioni che riceviamo, ma anche in base agli affetti a cui teniamo. 

Anche questo non è un concetto nuovo: dov’è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore. 

“Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6:19-21).

“Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Giovanni 2:15-17).

È naturale desiderare quello che soddisfa e appaga i nostri desideri. Vediamo cose che non abbiamo e le desideriamo; e sentiamo il bisogno di essere riconosciuti e approvati. Ma essere succubi di questi desideri è peccato. La nostra peccaminosità perverte questi desideri in modo che non siamo affatto soddisfatti, né riconoscenti di quello che il Padre ci da ogni giorno; non consideriamo che, in fine, è la sua approvazione che conta davvero.

Negli affetti siamo condizionati dalle nostre paure e incertezze. Desideriamo qualcosa, ma nello stesso tempo abbiamo paura di quello che gli altri possano pensare di noi se lo facciamo. Le nostre scelte e le decisioni ne sono fortemente influenzate. 

E come siamo facilmente soggiogati anche dai nostri stessi sentimenti! Quello che proviamo è reale ma il problema è che, se ci lasciamo dominare dai sentimenti anziché dalla Parola di Dio, siamo spinti in direzioni che forse non ci aspettavamo e non avremmo voluto.

Non tutti i desideri o gli affetti sono sbagliati in sé, ma diventano pericolosi quando non impariamo a riconoscerli e a valutarli alla luce delle Scritture, e correggerli quando necessario.

Spesso sono proprio gli affetti che, davanti alle scelte, sembrano metterci in condizione di non trovare alternative. 

“Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17:9).

A proposito di affetti, a volte sento alcuni credenti dire che il loro migliore amico non è nato di nuovo. Però, non è strano che ci sia una tale affinità quando i cuori e gli affetti dovrebbero essere molto diversi? O forse il problema è proprio che non c’è differenza? 

Anche qui è bene fermarsi e porsi delle domande. Cosa sta influenzando i miei affetti? Quali sono quei tesori nel mio cuore che dirigono la mia vita? “Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo” (Proverbi 13:20).

Il terzo aspetto sono proprio le nostre scelte. 

In ogni momento prendiamo decisioni. Nessuna è senza conseguenze. Dio si aspetta che non ci limitiamo a valutare quello che sia giusto o sbagliato. Il suo standard è molto più alto.

Paolo scriveva questo: “E prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Filippesi 1:9-11).

In queste sue parole c’è proprio il succo del nostro discorso. Prima viene la conoscenza, l’essere informati! Con la conoscenza si ha la capacità di apprezzare, di dare il giusto valore, e desiderare le cose migliori. E così si arriva alle scelte e alle azioni che onorano Dio. 

È da sciocchi vivere la vita senza mai fermarsi a valutarla con onestà. 

Se ci colpisce una tragedia, ne saremo travolti? Se scivoliamo in acque agitate, sapremo come reagire?

Oltre a questi tre aspetti importanti ce n’è un quarto che lega tutto. La fede! Di chi ci fidiamo veramente? 

Avere informazioni giuste non serve a niente se non ci credi. 

La fede ti fa agire in base alle informazioni ricevute da Dio. 

La fede insegna a prendere precauzioni ed essere prudenti. La fede si conforma al pensiero di Dio.

Anche i nostri affetti richiedono fede: amare Dio più di ogni altro richiede la convinzione che ne valga la pena. Non a caso Gesù ha detto: “Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua” (Marco 12:30).

Trascurare questi principi nel valutare la nostra vita è come sottovalutare il pericolo che alla prossima marea di problemi saremo travolti irrimediabilmente. 


Speriamo bene

“E se dovesse succedere una disgrazia a suo marito... Ce l’avrebbe la pensione?” chiese a Mamma la suora di servizio la vigilia dell’operazione di Papà. 

“No” rispose Mamma e quasi si mise a ridere. Il tatto e la delicatezza non sembravano essere il forte della brava vecchietta dal velo bianco... D’altra parte la vita in un ospedale conduce a fare molte considerazioni pratiche, e un’operazione è sempre un’operazione. 

“No?! Oh, allora speriamo che tutto vada bene!” 

“Dio non fa sbagli. Se siamo suoi, siamo nelle migliori mani che ci siano. Egli ha cura di noi” rispose Mamma. 

I due occhi burberi si addolcirono e si spalancarono un po’ meravigliati: “Eh, sì! È proprio come dice lei... Buona notte, signora.” 

“Buona notte.” 

Le strade erano piuttosto deserte e Mamma arrivò in fretta a casa. I bambini dormivano, c’era una gran pace. Mamma andò a rimboccare le coperte ai gemelli. Danielino si svegliò. 

“Come sta Papà?”

“Bene, ti manda un bacio.” 

“Domani il dottore lo taglia?”

“Sì.” 

“E se si sbaglia, che cosa succede?” 

“Pregheremo il Signore che non si sbagli” rispose Mamma. Anche Danielino, come tatto, non aveva niente da invidiare alla monaca... 

Mamma andò in cucina a lavare i grembiulini di scuola dei bambini e a preparare un po’ di cibo per l’indomani. Mentre affondava le mani nella schiuma e strofinava certe macchie dispettose e pertinaci, un pensiero duro come una coltellata, le attraversò la mente. E il cuore le si mise a battere a precipizio. 

“E se davvero il dottore si sbagliasse o se davvero succedesse una disgrazia?... Se Dio avesse usato una vecchia e un bambino per avvertirla?...” 

Gli occhi le si riempirono di lacrime, mentre continuava a lavorare sui grembiulini macchiati... 

“Dio non fa sbagli” aveva detto poco prima, ma francamente non aveva troppo pensato a tutto quello che rimanere sola con quattro piccoli avrebbe potuto implicare. E ora ne era atterrita. 

Col cuore pesante si dispose ad andare a letto, ma aveva paura di spegnere la luce e di pensare... 

Si inginocchiò accanto al letto. Ci volle un bel po’ prima che riuscisse a pregare: “Padre, tu fai ogni cosa bene...” e quasi senza rendersene conto si trovò che stava enumerando a Dio i vari benefici che aveva ricevuti da Lui durante gli anni di matrimonio. Erano stati otto anni di cose piccole e grandi, di giorni belli e di giorni scuri... 

Ripensava alla venuta dei bambini, ai fallimenti come cuoca, alle conquiste lente e a volte difficili sui misteri delle arti casalinghe, ai problemi e ai dissensi risolti quietamente davanti a Dio, alle ore trascorse con Papà chiacchierando di mille cose, ai viaggi, alle discussioni, agli ospiti, alle malattie... In ogni esperienza c’era stata una benedizione, un qualche cosa che aveva servito magnificamente a cementare la loro unione. Dio era stato fedele e aveva fatto sempre tutto bene. Anche le cose tristi erano state utili e belle. 

“Grazie di tutti i tuoi beni, Padre... E grazie anche di tutto quello che farai domani, qualunque cosa sia...” 

Mamma guardò l’orologio. Non poteva credere ai suoi occhi. Erano passate due ore. Si infilò sotto le coperte con una gioia quieta e perfetta che l’avvolgeva tutta. Forse per la prima volta nella sua vita aveva veramente provato quello che è detto di Abramo che “davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella fede e diede gloria a Dio” (Romani 4:20).

–Un pizzico di sale, ristampa dal 1965

 

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La VOCE novembre 2018

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Consolatori viventi 


La storia di P.B. e A.M. commuove il web. 93 anni lui, 92 lei, sono morti a quattro ore di distanza l’uno dall’altra, al termine di una love story durata ben 67 anni. 

Vivevano in un paesino del nord. Un anno prima P. aveva contratto una grave malattia lavorando in fabbrica a contatto con gli acidi. Poi 

l’Alzheimer ha portato via lei. I tre figli hanno raccontato: “Hanno vissuto una vita insieme, erano legatissimi, il distacco per loro è stato tremendo, un dolore a cui, vista anche l’età avanzata, non hanno avuto la forza di reagire”. 

È una storia struggente che esprime il sentimento di molte persone. Ma la morte arriva a tutte le età: non ce n’è una in cui si è immuni ad essa.

Anni fa ho dovuto tenere in braccio un bambino di pochi anni e cercare di spiegargli che suo papà era stato ucciso. Un compito pesante, anzi difficilissimo. Per un bambino comprendere la morte è quasi impossibile, ma non si può dire che sia più facile per i grandi.

La morte è una grossa incognita che spaventa molti. Cercando conforto e sostegno molta gente si rifugia nella religione. Solo pochi affermano di non temere la morte. 

Comunque sia, tutti noi la dobbiamo affrontare! E ce lo rammenta puntualmente l’arrivo di 

Novembre con la commemorazione dei defunti. 

La Chiesa Cattolica sostiene infatti che bisogna celebrare delle messe e acquistare delle indulgenze per quei morti che hanno commesso peccati 

veniali o non hanno espiato i loro peccati passati. Li aiuterebbe a raggiungere la beatificazione.

L’apostolo Paolo, invece, affermava che per lui il morire era guadagno. Per tanti credenti sicuramente non lo è.

Come figli di Dio, come dobbiamo pensare alla morte per affrontarla con serenità?

Il vostro cuore non sia turbato

Viaggio spesso in aereo e più volte mi capita di sedermi accanto a qualcuno che ha paura di volare. Conosco anche molte persone che non prendono mai l’aereo per lo stesso motivo. Non serve spiegargli che si tratta di una paura irrazionale: si muore di più in auto che in aereo. 

Lana Del Rey, una cantante ricca e famosa, in un’intervista ha ammesso che soffre spesso di attacchi di panico perché sa che dovrà morire, e per questo per lei andare avanti è molto difficile. 

Il pensiero della morte Lana se lo porta dietro fin da bambina. Lei stessa racconta: “Mi ricordo che avevo quattro anni e avevo visto uno sceneggiato in Tv in cui una persona veniva uccisa. Mi sono girata verso i miei genitori e ho chiesto: «Moriremo tutti?» Mi hanno detto di sì. Fui sconvolta. Scoppiai a piangere e dissi singhiozzando: «Dobbiamo cambiare casa!» Sono stata da un terapista, tre volte. Ma preferisco sedermi nel mio studio e scrivere o cantare.”

Infatti, ha scritto un brano che si intitola Born to die (Nati per morire). Lana afferma anche di non volere avere figli perché non li vuole sottoporre al suo stesso terribile destino di dover morire. 

È normale che la morte spaventi. E non dovrebbe scandalizzarci nemmeno che un credente abbia paura. 

Per un non credente la paura della morte è salutare e dovrebbe spingerlo a cercare la riconciliazione con Dio.

Per il credente, Dio non vuole che siamo dominati da qualunque tipo di paura. 

Qualche volta capita di sentirsi in balia delle circostanze. Le persone e gli eventi sembrano in qualche modo arbitri della nostra vita. E quando perdiamo un caro, possono sorgere anche tanti sensi di colpa. Pensiamo che se avessimo fatto più attenzione ai segnali, scelto un dottore più competente o un ospedale migliore le cose sarebbero andate diversamente. 

Ma ragionare in questo modo non tiene conto del fattore determinante nella vita e nella morte. Anzi, della Persona più importante: Dio stesso. 

C’è chi pensa che Dio sia troppo buono per avere a che fare con la morte di un nostro caro. Ci vuole troppo bene per vederci soffrire così. La Bibbia, invece, insegna che Dio è attivamente presente in ogni morte, tanto del credente quanto del non credente, e accompagna i suoi figli attraverso il periodo di lutto. 

Sappiamo che siamo mortali. Sappiamo che un giorno la vita finirà per ognuno di noi, ma in qualche modo non vorremmo che succedesse mai.

Una cosa è certa: nessuno muore prima del tempo. Frasi del tipo “Era troppo giovane per morire” o “Era una persona brava, non meritava di morire”, anche se dette con le migliori delle intenzioni, fanno di noi arbitri del momento in cui uno debba morire.

Giacomo scrive nella sua lettera: “E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo»; mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos’è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce. Dovreste dire invece: «Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest’altro». Invece voi vi vantate con la vostra arroganza. Un tale vanto è cattivo” (Giacomo 4:13-16).

Due aspetti sono impliciti in questi versetti. Il primo è che chi pensa di poter pianificare o anche cercare di controllare la lunghezza della vita è arrogante. Il secondo è che la durata della vita è determinata da Dio.

Il salmo 139 afferma: “I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi erano destinati, quando nessuno d’essi era sorto ancora” (v. 16). Siamo stati creati da Dio, e prima che nascessimo Egli aveva già decretato la lunghezza della nostra vita.

Vuol dire che non possiamo morire un secondo prima di quando Dio non l’abbia stabilito! Lasciarsi consumare dalla preoccupazione per la nostra vita non è saggio, e tanto meno cambia i piani sovrani di Dio. 

Ma c’è anche da ricordare il grande valore che Dio attribuisce alla vita di ogni sua creatura. Non c’è da disperarsi: in un mondo con 7 miliardi di persone, tu non sei affatto insignificante; ogni singola vita è speciale agli occhi di Dio! “Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri” (Matteo 10:29-31).

La paura fa bene

La paura della morte può colpire anche chi ha capito che il giorno della morte è nelle mani di Dio. Certe volte è indice di una certa saggezza. Chi non conosce Dio fa bene a temere la morte. È scritto nella Parola di Dio: “È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” (Ebrei 9:27)

La morte è entrata nel mondo come risultato del peccato di Adamo e Eva. È la prova ultima e incontestabile che Dio è sovrano e che nulla sfugge alla sua perfetta giustizia: tutti moriremo e tutti saremo giudicati, perché tutti pecchiamo. 

La Bibbia afferma che “il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23). Sono parole categoriche del giusto giudizio di Dio contro la malvagità dell’uomo: la morte seconda nell’inferno.

Morire al di fuori dalla grazia di Dio è spaventoso. “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente” (Ebrei 10:31). Per questo Gesù ha avvertito: “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna” (Matteo 10:28).

Temere la morte è una cosa saggia!

D’altra parte, però, visto che esiste un modo per evitare la condanna eterna, rimanere nella paura NON è saggio! 

La soluzione sta nella seconda parte del versetto che ho citato prima: “Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23). 

Di questa salvezza scrive anche l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Vi ho scritto queste cose perché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio” (5:13).

Noi tutti possiamo affrontare la morte con la certezza del proprio destino eterno. 

Meritiamo la condanna di Dio a causa del nostro peccato, e non possiamo fare nulla per guadagnarci la vita eterna; possiamo solo mettere la nostra completa fiducia nei meriti del Signore Gesù. Egli ha vissuto una vita moralmente perfetta senza peccato, impossibile per noi, e morendo sulla croce si è addossato la condanna che spettava a noi. Per questo suo gesto Gesù è l’unico Salvatore che mai avremo. Per valerci della salvezza che Egli offre, Gesù deve diventare il nostro Signore, dobbiamo conoscere e mettere in pratica la sua parola. Ecco cosa vuol dire credere in Cristo.

Di conseguenza, smettere di avere paura della morte prima di avere affidato la propria vita a Cristo è un atto di completa incoscienza! 

Vincere la paura

Chi ha creduto in Cristo ha vita eterna e non deve temere la morte. Ma come si arriva ad affermare addirittura che: “Per me morire è guadagno” (Filippesi 1:21)? Perché, comunque sia, credenti o non credenti, la morte è qualcosa che si spera avvenga più tardi possibile. Altro che guadagno!

Certo, nei momenti bui, quando la vita è difficile e si è soli e sofferenti, può sembrare un’alternativa migliore. Ma non appena le cose si assestano, morire non è più tanto allettante.

Paolo era anziano e si trovava in prigione quando ha scritto quella frase. Le sue erano forse solo parole da vecchio sofferente? Giovani credenti, invece, sicuri del loro destino eterno, vogliono prima sposarsi, avere figli e godersi la vita e poi saranno anche pronti per la vita eterna.

Credenti più avanti con gli anni, dal canto loro, si preoccupano di come faranno i loro cari ad affrontare la vita senza il loro aiuto e per questo il morire non sembra al momento un grande guadagno per nessuno.

Asaf, nel salmo 73, esclama: “Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te. La mia carne e il mio cuore possono venir meno, ma Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno” (vv. 25,26).

Cosa deve succedere dentro di noi per farci desiderare il cielo, la presenza di Dio, come Asaf?

Tanto per cominciare, preghiamo che si sviluppi in noi un più grande amore per il Signore. Come è scritto: “Nessuno è santo come il signore, poiché non c’è altro Dio all’infuori di te; e non c’è rocca pari al nostro Dio” (1 Samuele 1:2).

Questo non vuol dire che non abbiamo affetti sulla terra, ma che dovremmo curare il nostro amore per il Signore e il desiderio di essere con Lui in primis, in modo che gli affetti terreni siano un’estensione, un riflesso del nostro attaccamento a Lui.

La seconda cosa che deve svilupparsi in noi è un sempre più grande odio per il nostro peccato e un più grande desiderio di vivere una vita pura al cospetto di un Dio santo.

Il salmista Davide scrive: “Perciò io amo i tuoi comandamenti più dell’oro, più dell’oro finissimo. Per questo ritengo giusti tutti i tuoi precetti e odio ogni sentiero di menzogna” (Salmo 119:127,128).

È un processo che inizia qui in terra, ma che avrà il suo pieno compimento solo quando saremo in cielo con il Signore.

Terzo, dobbiamo desiderare di adorare Dio alla sua presenza. 

Oggi la nostra adorazione è imperfetta. In Apocalisse è descritta come sarà in cielo: “Dopo queste cose guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli erano in piedi intorno al trono, agli anziani e alle quattro creature viventi; essi si prostrarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio, dicendo: «Amen! Al nostro Dio la lode, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l’onore, la potenza e la forza, nei secoli dei secoli! Amen»” (Apocalisse 7:9-12).

Che magnifica visione! Che meraviglia essere lì con i santi di tutte le ere ad adorare Dio nella perfezione del cielo!

Quarto, si deve sviluppare in noi un desiderio di conoscere Dio sempre di più. Gesù ha detto: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3).

Conoscere Dio comprende anche i tre punti precedenti e perciò deve essere il nostro desiderio più grande: vederlo faccia a faccia come Egli è.

Paolo viveva intensamente queste realtà. Aveva lo sguardo volto verso quello che è eterno, ma non per questo viveva con insoddisfazione la sua quotidianità. Non cercava il suo appagamento nelle cose terrene. 

Fatichiamo a vedere crescere in noi questo amore per il cielo finché restiamo attaccati a quello che è terreno, quello che si rovina e si distrugge. 

In quella stessa lettera alla chiesa di Filippi, Paolo scrive che era convinto che sarebbe rimasto sulla terra non per soddisfare se stesso, ma per continuare a servire il Signore a beneficio dei credenti. Morire è guadagno solo quando abbiamo una prospettiva eterna di tutte le cose.

Amare il cielo, per il credente, non dovrebbe essere difficile.

Il buon cordoglio

Nascere, crescere e morire fanno parte delle stagioni della vita. Vale anche per il cordoglio.

“Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare” (Ecclesiaste 3:1-4).

C’è un senso di abbandono, di distacco, di amore interrotto anche davanti alla morte di una persona cara che sappiamo essere andata in cielo. Non bisogna soffocare la tristezza solo perché si tratta di un credente. Nel cordoglio Dio vuole che siamo consolati dalla certezza divina della risurrezione.

“Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole” (1 Tessalonicesi 4:13-18).

Il distacco per il credente non è motivo di disperazione, perché è solo temporaneo.

Il Signore è un Dio di compassione e promette una cura particolare per coloro che sono nel lutto. Egli conosce la realtà del dolore e non soltanto sa consolarci ma conosce anche gli scopi per cui lo ha permesso.

Nel salmo 119:71 è scritto: “È stata un bene per me l’afflizione subita, perché imparassi i tuoi statuti.”

Nel cordoglio Dio ci sta avvicinando a Lui e “guarisce chi ha il cuore spezzato e fascia le loro piaghe” (Salmo 147:3). 

Il tuo lutto può sembrarti senza fine e senza speranza, ma il salmista testimonia: “Ho pazientemente aspettato il signore, ed egli si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido. Mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso; ha fatto posare i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Egli ha messo nella mia bocca un nuovo cantico a lode del nostro Dio. Molti vedranno questo e temeranno, e confideranno nel signore. Beato l’uomo che ripone nel signore la sua fiducia” (Salmo 40:1-4).

Il grido, la fossa, il pantano fangoso. Il dispiacere di Davide era profondo e reale eppure, nel tempo, non solo ha ritrovato conforto nel Signore ma è diventato anche un esempio per gli altri che si trovano nell’angoscia. 

Consolatori viventi

Ognuno fa cordoglio in modo diverso. È bene tenerlo presente, perché ci vuole tatto e sensibilità per assistere chi ha perso un caro. Non dobbiamo criticare con durezza comportamenti che per noi potrebbero sembrare inappropriati.

Può darsi che qualcuno, preso dallo sconforto, dica cose poco opportune. Non lo bolliamo definitivamente per come si è espresso in un momento di turbamento.

È naturale che davanti al lutto di qualcuno ci sentiamo a disagio e temiamo di non trovare parole giuste. Non lasciamoci bloccare da questo sentimento e non abbiamo paura di avvicinarci per esprimere le nostre condoglianze. È un momento difficile per tutti. Tutti abbiamo paura di dire la cosa stupida o inappropriata, ma è sufficiente dire semplicemente che sono triste per te e prego per te.

Attenzione, però! Non è il momento della predica! Poche parole sincere e un abbraccio offrono molto più conforto di quello che crediamo.

E se a morire è stato un parente non credente, facciamo attenzione a non dare false speranze! I parenti credenti sanno già ciò che la Bibbia dice sulla morte dei non credenti. Quello che possiamo offrire loro è la nostra spalla e possiamo assicurarli che Dio è giusto e santo in ogni cosa che fa.

Se abbiamo un ricordo speciale da raccontare della persona defunta, facciamolo con garbo: porta un senso di serenità a chi l’ascolta.

La perdita di un caro è anche un momento intenso in cui ci sono molte persone intorno, parenti, amici e colleghi. Nei giorni successivi, però, la solitudine si fa sentire. Anche a distanza di settimane e mesi il distacco e il dolore sono vivi. Non abbandoniamo chi soffre a gestire da solo la sua perdita.

Particolarmente durante le feste, i compleanni e gli anniversari il dolore si riacutizza. Una parola buona è un balsamo per coloro che continuano a fare cordoglio.

 

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