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Dimmi la verità

DueDIMMI LA VERITÀ

Opuscolo di evangelizzazione personalizzabile

In un’epoca di fake news e di menzogne presentate come verità grazie alle tecnologie dell’intelligenza artificiale, è ancora possibile conoscere la verità? Qual è davvero? E che cosa ha a che fare con te, personalmente? 

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PREZZI A COPIA PER IL NUMERO SPECIALE di evangelizzazione “DIMMI LA VERITÀ”
1.000 copie € 150,00
2.500 copie € 270,00
5.000 copie € 400,00
Per tirature diverse chiamare allo 06-700.25.59

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La VOCE marzo 2026

Oggi definirsi “cristiani” non significa più molto. Per alcuni è soltanto un’etichetta culturale, giusto un modo per distinguere l’essere umano dall’animale. Eppure, paradossalmente, talvolta gli animali sono più protetti delle persone e, non di rado, sembrano persino essere più amati.

Per noi, però, la parola cristiano dovrebbe avere un peso ben diverso.

La Scrittura ci ricorda che fu ad Antiochia che i discepoli furono chiamati cristiani (Atti 11:26). È significativo il fatto che non si scelsero quel nome da soli. Con ogni probabilità, nacque come un soprannome, forse addirittura con una sfumatura dispregiativa, per indicare i discepoli di Cristo.

Ma oggi siamo quasi più inclini a chiamarci cristiani che a definirci discepoli. E forse non è un caso. Il termine discepolo ci espone e ci responsabilizza. Essere discepolo significa essere un vero seguace di Cristo. Implica che lo conosciamo, lo amiamo e che seguiamo le sue orme.

E Gesù in persona ha chiarito cosa significhi amarlo: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Amare Cristo non è un sentimento vago né far parte di un gruppo. Parla di una vita che gli obbedisce.

Gesù aveva una missione chiara quando è venuto sulla terra: cercare e salvare ciò che era perduto. E non nascose ai suoi discepoli quale sarebbe stato il loro compito quando disse che li avrebbe fatti diventare pescatori di uomini.

Ricordo quando ero piccolo e il nonno mi portava a pescare.

Pescare con lui significava alzarsi presto, quando l’aria pungeva ancora e il lago era avvolto dal silenzio. Si saliva in barca, si preparava la canna, si metteva con cura l’esca sull’amo e poi… si aspettava. Ore di attesa. Pazienza. Sguardo fisso sull’acqua.

Quando finalmente sentivamo tirare, bisognava reagire con attenzione, recuperare il filo con decisione ma senza strappi. 

A volte il pesce si liberava, e perdevamo tutto, esca e preda. Per me era una delusione cocente. Passare ore al freddo, alzarsi prima dell’alba, e poi tornare a casa a mani vuote… faceva male. A volte non riuscivo a trattenere le lacrime.

Non prendere nulla mi faceva sentire un perdente. I veri pescatori tornavano a casa con il pesce.

Mio nonno aveva mille raccomandazioni: come infilare l’esca, come tenere la canna, come parlare sottovoce per non spaventare i pesci. Da parte sua ci metteva l’esperienza, la scelta del posto giusto, attenzione agli orari migliori. Faceva tutto ciò che era in suo potere.

Ma il pescato restava lo scopo che dava senso a quelle giornate. Era il motivo per cui ci alzavamo presto, affrontavamo il freddo e restavamo in silenzio ad aspettare.

La chiesa è composta da discepoli, chiamati a pescare uomini.

È il nostro scopo. Eppure, esiste il pericolo di averlo dimenticato.

Preghiamo, cantiamo, leggiamo la Bibbia, desideriamo crescere nella santificazione, impariamo ad amarci gli uni gli altri. Tutto questo è fondamentale. Ma il “pescare” rischia di passare in secondo piano. Forse perché lo consideriamo difficile. Forse perché scoraggia o perché ci espone.

Eppure, la responsabilità di parlare del Signore, di evangelizzare, di prenderci cura delle anime non è un’iniziativa facoltativa della chiesa, è il chiaro mandato di Gesù prima del suo ritorno al cielo.

“Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:18-20).

L’istruzione è chiara. Mentre andate, mentre vivete la vostra vita sulla terra, avete il compito di parlare di Gesù. Come suoi discepoli, che lo imitano e lo amano, siete chiamati ad andare e cercare i perduti.

E non lo fate da soli. Lo fate come parte della chiesa, composta da uomini e donne convinti che Cristo ha ogni potere di salvare e che la sua presenza accompagna ogni passo fatto per annunciare la buona notizia.

Se sei come me, esiste il rischio che “pescare” non ci sembri poi così entusiasmante. Ci abbiamo provato. Ci abbiamo creduto. E siamo tornati a casa senza pesci. A volte con delusione. A volte quasi con le lacrime. Così, lentamente, abbiamo smesso.

Ci siamo detti che è difficile. Che forse non ne siamo capaci. Che probabilmente è un compito riservato a chi ha il “dono dell’evangelizzazione”, un dono che sembra noi non abbiamo. E, quasi senza accorgercene, abbiamo messo via la canna da pesca.

Ma il problema più grande non è aver smesso di parlare. È aver smesso di vedere.

Abbiamo smesso di guardare le persone come le guardava Gesù. Non le vediamo più come anime smarrite da cercare e amare, ma come volti qualunque che passano accanto a noi senza toccarci il cuore.

E quando cambia lo sguardo, cambia anche la missione.

“Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai. Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse»” (Matteo 9:36-38).

“Pregate” è un imperativo.

A volte chiediamo a Dio di avere compassione delle pecore che non hanno pastore. Ma il testo dice altro: Dio ci comanda di pregare perché mandi operai nella sua messe. La messe appartiene al Signore della messe. È sua: lui è il proprietario, lui salva, lui manda. 

Quando è stata l’ultima volta che abbiamo pregato, come discepoli e come chiesa, perché Dio mandi operai? 

È una preghiera pericolosa. Eh sì, perché potremmo scoprire che quegli operai siamo noi!

Gesù ci ordina di pregare per qualcosa che Dio già voleva dall’inizio, per qualcosa di talmente importante che ha spinto il Figlio di Dio a lasciare il cielo, a farsi uomo, a umiliarsi fino alla morte, per offrire la salvezza a chiunque crede in lui.

Un amore incredibile! Immeritato. 
Un amore che qualcuno ci ha annunciato e a cui, per grazia, abbiamo creduto. 
Questo amore non può lasciarci indifferenti. Ci dona la certezza della vita eterna, ma non si limita a consolarci: trasforma la nostra vita. 

L’apostolo Paolo lo afferma con forza: “l’amore di Cristo ci costringe” (2 Corinzi 5). Averlo conosciuto non può lasciarci neutrali. Ci spinge a non vivere più per noi stessi. 

La nostra vita appartiene a Gesù. Lui è il Signore e noi siamo suoi servi.
Essere cristiani significa proprio questo. E negarlo con la vita smentisce ciò che affermiamo con le parole.

Ma Paolo va oltre. Ci ricorda che ognuno di noi ha un compito chiaro. Tutti noi.

Siamo stati costituiti strumenti di riconciliazione. Cristo è morto ed è risuscitato e offre la salvezza a chi crede in lui. Noi siamo ambasciatori per conto di Dio.

E un ambasciatore non tace. Parla. Annuncia. E, come scrive Paolo, supplica le persone: “Siate riconciliati con Dio”.

Paolo si definiva un debitore perché sentiva di dover parlare di Gesù.

Nessuno più di lui conosceva il prezzo dell’essere pescatore di uomini. Fu lapidato e dato per morto, imprigionato e perseguitato. Eppure, ogni volta, si rialzava, senza forze, ferito, dolorante, perché per lui vivere era Cristo e morire era guadagno.

Gesù fu abbandonato da tutti.
Paolo fu abbandonato da molti.
Quasi tutti gli apostoli furono uccisi perché avevano preso sul serio il comando di andare e fare discepoli.

Noi, invece, tendiamo a fermarci nel cerchio delle persone che conosciamo: parenti, amici, volti familiari. Ma Gesù attraversava villaggi nuovi. Paolo entrava in città sconosciute. Non aspettavano che le persone venissero da loro. Andavano in prima persona alla ricerca di chi aveva bisogno di ascoltare il vangelo. 

Dobbiamo chiederci con onestà: abbiamo preso sul serio il nostro compito di parlare del vangelo, sia a chi conosciamo sia agli sconosciuti?

Come potranno udire se nessuno annuncia il messaggio della salvezza?

Dio ci ha mandati.

E la chiesa non è un rifugio dove nascondersi, ma un luogo dove essere edificati, incoraggiati e poi mandati di nuovo. È il porto dove si riparano le reti, non il posto dove le barche restano ormeggiate per sempre.

Siamo pescatori. E il mare è davanti a noi.

Ogni anno, nella nostra redazione, prepariamo il numero speciale de La Voce del Vangelo.

Le sue pagine sono state pensate proprio con questo scopo: aiutarci a raggiungere nuovi villaggi, nuove persone che vivono come pecore senza pastore.

È possibile ordinare 1000 o più copie. Distribuirne 1000, per un gruppo di credenti motivati, richiede solo pochi minuti. Non possono essere il costo o il tempo le ragioni per cui rinunciamo a utilizzare anche questo strumento per raggiungere i perduti.

Se nessuno avesse parlato a noi, oggi saremmo ancora pecore senza pastore, dirette verso un’eternità senza speranza.

L’apostolo Paolo chiese ai Colossesi di pregare affinché Dio gli aprisse una porta per annunciare la buona notizia. Anche questo giornale può essere una porta aperta. Un mezzo semplice, ma efficace, nelle mani di Dio.

Fermati a pregare che il Signore mandi operai nella sua messe.

Prega che Dio crei opportunità concrete davanti a te.

Chiediti se potrebbe essere proprio questo giornale una delle opportunità che Dio ti sta offrendo per essere un discepolo fedele.

Un giorno vorremmo tutti sentire dal Signore quelle parole: “Benfatto, servo buono e fedele.”

Forse la fedeltà inizia anche da 1000 copie distribuite con amore.

—Davide Standridge

EVANGELIZZAZIONE 2026 

 

DueDIMMI LA VERITÀ

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Una speranza sicura

SPECIALE GIUBILEO 2025 

 

DueUNA SPERANZA SICURA

Opuscolo di evangelizzazione personalizzabile

Come essere sicuri del proprio destino eterno? Come si ottiene la remissione dei peccati?
Esiste un solo modo per essere ammessi alla presenza di Dio: il Signore Gesù Cristo. 

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ATTENZIONE: Questo opuscolo è disponibile anche in lingua INGLESE: "A HOPE THAT IS A CERTAINTY"

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Tre libretti per un follow up efficace

Chi può perdonere i miei peccati?CHI PUÒ PERDONARE I MIEI PECCATI?
di Guglielmo Standridge 
Pagine 26 
Euro 1,50 + spese postali. Per ordini di 10 o più copie lo sconto del 50% usando il codice GIUBILEO25

IL SENSO DI COLPA, spesso forte e martellante, tocca a volte ogni persona vivente, credente o no. È possibile che sia soltanto un’impressione psicologica? La Bibbia dice che questa esperienza è comune perché tutti hanno peccato. 
Ogni religione presenta la sua spiegazione del peccato e il modo per liberarsene. Ma chi può veramente perdonare il peccato e chi può garantire a un altro che la sua colpa non esiste? Queste sono domande importanti.
Ecco una risposta semplice e soddisfacente. 
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Per edizioni personalizzate del libretto, telefonare allo 067002559.

 


Che cosa succede dopo la morteCHE COSA SUCCEDE DOPO LA MORTE?
di Guglielmo Standridge 
Pagine 28 
Euro 1,50 + spese postali. Per ordini di 10 o più copie lo sconto del 50% usando il codice GIUBILEO25

“PERCHÉ È MORTO NONNO? Dove è andato? “Ci può vedere? Lo rivedremo?”
Due ragazzi fanno queste e molte altre domande, a cui il loro padre risponde in maniera semplice, ma completa.
Sull’aldilà ci sono molte idee false, sentimentali e decisamente fuorvianti. Dove trovare una guida sicura per rispondere a tanti importanti interrogativi?
Unicamente nella Sacra Bibbia. Dio non ci ha voluto lasciare nell’incertezza. Perciò, proprio nelle pagine della Bibbia, rivela i suoi piani riguardo al destino di ogni persona.
Fa promesse di felicità piena a chi si affida a Lui e ammonisce con estrema chiarezza chi non crede in Lui.
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All'interno, un'offerta di altra letteratura e uno spazio per un timbro. Per edizioni personalizzate del libretto, telefonare allo 067002559. 


Ma dimmi un po'MA DIMMI UN PO'... esistono ancora differenze fra cattolici e protestanti?
di M.T. Standridge 
Pagine 66 
Euro 4,50 + spese postali. Per ordini di 10 o più copie lo sconto del 50% usando il codice GIUBILEO25

MALGRADO I GRANDI CAMBIAMENTI DI CUI SI PARLA, dai tempi di Giovanni XXIII in poi, vi sono differenze profonde e importanti che sia i cattolici che i protestanti di buona volontà devono riconoscere.
Questo libro non è un libro di teologia, ma una conversazione semplice e amichevole che aiuterà tutti, uomini, donne e ragazzi, a vederci più chiaro. Poi ognuno sarà meglio preparato a decidere per conto suo.
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All'interno, uno spazio per un timbro


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La VOCE marzo 2025

Brian Williams, un giornalista americano, intervistato in varie trasmissioni televisive raccontava certi episodi incredibili di sopravvivenza personale. Ma ogni volta che ne parlava il suo racconto assumeva un aspetto sempre più mitico.

All’inizio, è probabile che dicesse la verità.

Nel 2003 era andato in Iraq come reporter di guerra per la MSNBC, e un giorno fece un giro in elicottero. Quando poi a un certo punto una tempesta di sabbia costrinse il pilota ad atterrare, scoprirono che l’elicottero che volava a una distanza di 30 minuti davanti a loro era stato colpito e abbattuto da un lanciarazzi.

Nel corso degli anni, ogni volta che Williams raccontava questo episodio, la distanza dell’elicottero si riduceva sempre più, finché alla fine non fu proprio il suo elicottero a essere stato colpito. 

Una volta aggiunse persino di aver guardato dritto nel tubo di quel lanciarazzi, e di essersi sentito molto scosso nel vedere la propria vita scorrere davanti ai suoi occhi.

Nel 2015, però, alcuni dei soldati coinvolti in quella stessa missione, stufi di sentirselo spacciare ogni volta come un sopravvissuto a un attacco in Iraq, cominciarono a contestare le sue dichiarazioni e raccontarono la verità su quello che era successo. Di conseguenza, Brian Williams, sebbene avesse ritrattato e chiesto scusa, perse il lavoro e divenne il bersaglio di barzellette su storie esagerate.

Brian Williams mi ha fatto pensare al desiderio di tutti di vivere esperienze incredibili. Chi non vorrebbe avere storie straordinarie da raccontare per apparire più grande agli occhi di tutti? Siamo tentati di gonfiare e colorare le nostre esperienze per stupire le persone.

Ma noi che abbiamo conosciuto Cristo, abbiamo davvero una storia straordinaria che possiamo raccontare tutte le volte che vogliamo, una storia che sfida ogni esagerazione! 

Abbiamo sperimentato qualcosa di molto più grande, più incredibile e più soprannaturale di qualsiasi altra cosa si possa sperimentare sulla terra: Ci è stato dato un cuore nuovo!

Ma, a differenza delle storie di Bryan Williams che col tempo diventarono sempre più false, c’è il pericolo che invece di ingigantirsi col tempo la nostra storia si affievolisca. E noi stessi potremmo diventare meno entusiasti di parlarne. 

Nei nostri ricordi il giorno della nostra salvezza si riduce a un giorno come tanti, e il senso profondo di ciò che ci è accaduto quel giorno si annebbia piano piano per colpa delle preoccupazioni della vita.

Resta il fatto, però, che se siamo salvati, siamo davvero dei miracoli viventi, perché è impossibile esagerare su quanto fosse disperata la nostra condizione di prima. 

Paolo, in Efesini 2:1-3, ne dipinge un quadro accuratissimo, ed è lo stato peggiore in cui uno può trovarsi: morto! 

La nostra non era una mera “brutta situazione”, né un pasticcio o un impiccio. Non eravamo semplicemente nei guai, non stavamo per morire, ma eravamo già totalmente morti. 

Proprio in quella condizione senza speranza Dio, nel suo grande amore, è intervenuto e ci ha salvati rendendoci vivi insieme a Cristo (Efesini 2:5).

In Luca 7:36-50 è raccontato di una donna che si accostò a Gesù mentre lui era a tavola con Simone il fariseo. Piangendo la donna cominciò a bagnargli i piedi di lacrime e ad asciugarli con i suoi capelli, ungendoli poi con un olio costoso. 

Simone, l’ospite, fu scandalizzato dal fatto che Gesù si lasciasse toccare da una prostituta. 

Allora Gesù gli domandò: “Un creditore aveva due debitori; uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta, ma siccome non avevano di che pagare, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?” 

Simone rispose: “Suppongo quello a cui ha condonato di più”. 

E Gesù gli disse: “Hai giudicato correttamente, perché colui a cui poco è perdonato, poco ama!”

Ti rendi conto di quanto tu e io siamo stati perdonati?

Forse facciamo fatica a essere grati perché dimentichiamo che ci è stato perdonato veramente tutto.

Sappiamo dalle Scritture che meritiamo l’ira di Dio (Giovanni 3:36), che i nostri cuori sono insanabilmente maligni 

(Geremia 17:9), e che eravamo spiritualmente morti e incapaci di piacere a Dio (Romani 8:8). Più cercavamo di scavare per una via d’uscita dalla nostra situazione con buone opere, più attiravamo l’ira di Dio su di noi. 

Sapendo lo stato in cui ti trovavi prima di conoscere Cristo, se vedi che oramai tendi a sdrammatizzare il bisogno che avevi di essere salvato, lascia che questo Giubileo sia un’opportunità per te di rinfrescare ancora una volta la meraviglia di quello che ti è successo. 

Usciamo di nuovo per le strade, parliamo di Cristo e restiamo ancora una volta stupiti da quanto sia straordinaria la nostra salvezza!

Parlare della nostra fede e di quello Dio ha fatto, per noi e in noi, funziona anche come una magnifica dose massiccia di ossigeno per le nostre anime disidratate-addormentate-intorpidite. 

Più conosciamo Cristo, i suoi attributi divini e le sue perfezioni eterne, più comprendiamo l’enorme incolmabile divario che separa l’uomo naturale dal suo Creatore, e più grati saremo. 

Lui ci ha rimesso un debito eterno, come non essergli riconoscenti per l’eternità?!

Cogliamo a braccia aperte l’opportunità che abbiamo quest’anno di portare il messaggio della verità ai tanti pellegrini di speranza che arrivano nelle nostre città, e ai nostri amici e familiari non credenti entusiasti di ciò che sta accadendo a Roma. 

Per noi italiani mangiare insieme è un piacere. Ci piace trovarci attorno alla tavola con buon cibo e condividere storie. Molte di queste sono vere, alcune appena abbellite mentre altre sono delle vere e proprie bugie. Perché allora trascurare la storia più straordinaria, ma vera, che abbiamo vissuto personalmente? 

Anche se nel parlarne usassimo solo i superlativi non peccheremmo mai affermando il falso, perché non è possibile esagerare su quanto sia sbalorditiva e incredibile.

Jordan Standridge

SPECIALE GIUBILEO 2025 

 

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Due caffè e la bilancia di Dio

 

DueDUE CAFFÈ E LA BILANCIA DI DIO

Opuscolo di evangelizzazione personalizzabile

Le religioni sostengono che per andare in paradiso bisogna fare sacrifici e delle buone opere.
Dio invece dice che non è così: c’è un solo modo per essere ammesso alla sua presenza.
Qual è il criterio di Dio? 

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La VOCE marzo 2024

Il popolo amato da Dio, e scelto da lui come il suo tesoro particolare, ha conosciuto più di una volta la disfatta e la cattività come segno dell’ira di Dio. Egli non poteva passare sopra il suo peccato, la sua disubbidienza e il suo abbandono di lui.

Comunque, sempre nella sua grazia, quando cominciarono a rendersi conto della loro situazione e a pentirsi, Dio liberò il popolo e gli permise di ritornare nella sua terra promessa. Il Salmo 126 è un ricordo di questi fatti. Esso si riferisce a fatti e avvenimenti storici.

Però i pensieri espressi, esaltando la persona e l’opera di Dio, possono certamente essere applicati a delle verità molto personali e più vicine a noi. Leggiamo insieme il salmo e, poi, ricordiamo le circostanze della nostra vita attuale.

Salmo 126 - Canto dei pellegrinaggi

1. Quando il SIGNORE fece tornare i reduci di Sion, ci sembrava di sognare.
Dopo i lunghi anni di sottomissione a un potere pagano, e la sofferenza di condizioni di vita umilianti e difficili, legate proprio alla loro disubbidienza e allontanamento da Dio, furono convinti della loro incapacità di liberarsi. Perciò, la liberazione di Dio e il loro ritorno a Gerusalemme, avvenuti per grazia, sembravano irreali, un sogno da cui ancora dovevano risvegliarsi.

2. Allora spuntarono sorrisi sulle nostre labbra e canti di gioia sulle nostre lingue. Allora si diceva tra le nazioni: “Il SIGNORE ha fatto cose grandi per loro”. 
Il fatto della loro liberazione era motivo di gioia per Israele e di meraviglia per le nazioni pagane.

3. Il SIGNORE ha fatto cose grandi per noi, e noi siamo nella gioia. 
4. SIGNORE, fa’ tornare i nostri deportati, come torrenti nel deserto del Neghev. 

Finalmente anche tutto il popolo capì, si rallegrò della benedizione di Dio, e pregò per la salvezza dei loro fratelli ancora non tornati.

5. Quelli che seminano con lacrime, mieteranno con canti di gioia. 
Tornarono a seminare i loro campi abbandonati e raccoglievano i primi frutti abbondanti. Però, la semina era accompagnata da lacrime di dolore per la loro lunga assenza, per quelli non ancora tornati, e di pentimento per il peccato che lo aveva causato.

6. Se ne va piangendo colui che porta il seme da spargere, ma tornerà con canti di gioia quando porterà i suoi covoni.
Il pianto per la loro disubbidienza e i suoi risultati precedevano la loro gioia e preparavano i loro cuori per la grande festa della liberazione, per sola grazia, del popolo. 

Anche noi viviamo in un mondo in travaglio e sofferenza. 

La maggior parte delle creature di Dio, create apposta per vivere nella gioia e nel benessere della comunione con lui, vive nella schiavitù del peccato, con le sue terribili conseguenze. Infelicità, malattia, morte, corruzione, criminalità, ingiustizia, guerre senza fine riempiono i nostri giornali e le nostre televisioni. 

Ma il peggio deve ancora venire! 

Difatti, la Sacra Bibbia, Parola di Dio, non prevede il miglioramento di questo mondo, ma il suo continuo disastroso declino nell’illegalità e nella sofferenza come il frutto amaro del peccato. 

E non solo. Neanche la morte porterà il sollievo perché, come Gesù ha avvertito più volte, dopo la morte verrà il giudizio e l’eterna condanna. Si tratta di ciò che Dante ha rappresentato solo fantasiosamente. La realtà descritta da Gesù e profetizzata nell’Apocalisse va oltre qualunque immaginazione umana.

Il mondo, già sprofondato nel peccato e già giudicato, non ci crede, ma noi credenti, sì. E qui sta il dramma. 

Malgrado il fatto che noi comprendiamo molto bene la schiavitù del peccato e gli immensi dolori che porta già ora, noi sembriamo intrappolati in una condizione di sonno o di sogno, rifiutando di agire come Gesù ha comandato ai discepoli.

Per noi, spesso sembra che il nostro avvertimento del loro pericolo tremendo, anche dei nostri più cari parenti e amici, sa più di abitudine noiosa e dovuta che di allarme e passione di toglierli dal pericolo che certamente incontreranno.

Lacrime? Lacrime quando non bastano le nostre parole? Che sono? A che servono? Perché noi non piangiamo?

Gesù, malgrado che fosse Salvatore del mondo, pianse davanti all’incredulità della città santa di Gerusalemme. 

Paolo disse che dal primo giorno che era entrato nell’Asia “servendo al Signore con ogni umiltà e con lacrime… non mi sono tratto indietro dall’annunziarvi e dall’insegnarvi in pubblico e per le case… a ravvedervi dinanzi a Dio e a credere nel Signore Gesù Cristo” (vedi Atti 20:18-21). Il suo maggior ammonimento l’ha dato, però, agli anziani della chiesa, e si può leggere in Atti 20:26-35.

La nostra testimonianza, la nostra evangelizzazione, potranno veramente portare frutto se sono fatte occasionalmente, come abitudine, come dovere, con convinzione ma senza passione e compassione? 

A questo punto, per portare avanti il compito che stiamo discutendo, mi pare più importante, prima, la preghiera. 

Preghiamo, in riunioni grandi o piccole, e anche da soli, che il Signore ci faccia comprendere l’importanza dell’evangelizzazione, il valore incalcolabile del messaggio del vangelo e di comprendere non solo intellettualmente ma visivamente, internamente, anche emotivamente, il pericolo sicuro e inevitabile che affronta chi non si pente e non chiede misericordia a Dio.

Il mondo intero, compreso decine di parenti e centinaia di conoscenti nostri, tutta la gente della nostra città e paese, vanno inevitabilmente ma ciecamente verso il disastro e la sofferenza eterna. 

Pensiamo che, siccome noi abbiamo già testimoniato senza risultato, possiamo lasciarle al loro destino? 

Ma Dio non ci ha chiamati soltanto figli e santi, ma anche testimoni e ambasciatori. Non ascoltati? Dimessi per fallimento? Ci ha detto che non vale la pena, che possiamo considerarci come servi suoi ormai pensionati? No!

Prima la preghiera e le lacrime! Poi la semina senza sosta. Fino a che tutta Roma, tutta l’Italia, tutto il mondo, non abbia sentito il Vangelo della Grazia, c’è del lavoro da fare con lacrime! 

Il modello perfetto di vita per ogni essere umano è Gesù Cristo, l’unico uomo che è vissuto tutta la sua vita in amore perfetto, bontà illimitata, santità senza ombre, vittoria morale senza accuse.

E lo è tanto più per il credente che, per mezzo della rigenerazione, per grazia di Dio e per mezzo della fede nell’opera perfetta di Cristo, è chiamato a vivere ogni momento della sua vita in armonia, comunione e sottomissione al suo Salvatore e Signore.

Gesù ha pianto, e noi? Non pianse per gli errori suoi, ma per gli errori di altri, non per le proprie sofferenze, ma per le sofferenze di altri, non per il suo peccato ma per il peccato di altri.

“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!” (Luca 13:34). 

“Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi»” (Luca 19:41,42).

Sappiamo noi piangere per i nostri peccati? Abbiamo mai pianto per i peccati degli altri? 

Non so quante volte negli ultimi anni mi è capitato a letto, di notte, di non poter dormire. Ho pensato che forse Dio voleva che pregassi. Ho pregato per le persone e le cose che mi venivano in mente.

A volte, mi sono domandato cosa vedeva Dio, guardando a Roma nello stesso momento in cui pregavo. Pensavo a quante persone ricche, importanti o famose erano coinvolte in quel momento nel peccato. Pure religiosi! Ma anche i poveri e le masse in mezzo. Criminali, sfruttatori, drogati, giocatori d’azzardo. Anziani sofferenti in povere case, in ospedali e asili, forse abbandonati. False religioni, sette diaboliche. Incidenti di auto, sparatorie, omicidi, suicidi. Mariti e mogli che litigavano e si odiavano. Gente senza lavoro, senza soldi, senza speranza. Più pensavo e più mi sembrava di vedere non Roma ma l’inferno.

Ma per questa gente ancora in vita potevo pregare, dovevo pregare. Dio voleva che molti pregassero per questa città e i suoi abitanti che presto o tardi sarebbero morti sotto la condanna eterna. E così pregavo, con grande tristezza per la città e il suo destino. Ma, per quanto mi riguarda, non mi ricordo di avere pianto.

Certamente si tratta di un soggetto di preghiera che noi tutti possiamo condividere, sicuri che Gesù, vedendo un mondo simile, avrebbe pianto.

Guglielmo Standridge
15 giugno 2014

NUOVO OPUSCOLO DI EVANGELIZZAZIONE 

 

DueDUE CAFFÈ E LA BILANCIA DI DIO

Opuscolo di evangelizzazione personalizzabile

Le religioni sostengono che per andare in paradiso bisogna fare sacrifici e delle buone opere.
Dio invece dice che non è così: c’è un solo modo per essere ammesso alla sua presenza.
Qual è il criterio di Dio? 

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I prezzi includono la stampa di un messaggio personalizzato nello spazio predisposto sulla quarta pagina.

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A.A.A. Cercasi amore

 

A.A.A. Cercasi amoreA.A.A. CERCASI AMORE

Opuscolo di evangelizzazione personalizzabile

Tutti sono assetati d'amore. Nessuno ne ha mai abbastanza.
Ogni storia parte con le migliori intenzioni, ma col tempo si scopre che, nonostante promesse giurate e pegni ricevuti, il vero amore sembra irraggiungibile.
Dove trovare qualcuno che mi ami veramente? 

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La VOCE marzo 2023

La parola cristiano nel linguaggio popolare è per molti sinonimo di uomo: se non sei un animale sei un cristiano. 

C’è chi addirittura si offende se dici che non tutti sono cristiani. 

Ma la maggior parte delle religioni professate nel mondo non hanno nulla a che fare con il cristianesimo, ed è quindi un errore chiamare cristiana una persona che non lo sia per propria scelta e convinzione. Infatti cristiano non si nasce, ma si diventa.   

Nel Nuovo Testamento, che definisce il cristiano, esiste anche un altro termine riferito ai credenti in Cristo, la parola discepolo. Avendo una connotazione particolare, è molto meno usata e meno familiare del termine cristiano.

Siamo cristiani o siamo discepoli?
Esistono cristiani che non sono discepoli?
Essere discepoli è diverso dall’essere cristiani?

Tu come ti definiresti? 

Cercare di capire se esiste una distinzione tra un discepolo e un cristiano per gli studiosi di teologia non è affatto un arido esercizio accademico. Il Signore Gesù stesso, che all’apice del suo ministero terreno di seguaci ne aveva un’infinità, considerava fondamentale che le persone capissero bene che non tutti erano discepoli. Di seguaci ne aveva tanti, ma di discepoli?

Per Dio non è un problema riconoscere chi sono i suoi discepoli, perché lui vede nei cuori. Invece chi è solo un seguace spesso s’illude di essere discepolo quando non lo è. E quest’illusione costerà cara a tantissime persone, perché è una questione di vita o di morte!

A volte si confondono anche i discepoli con gli apostoli. Ma gli apostoli erano i dodici uomini che Gesù aveva scelto tra tutti i suoi discepoli. Perciò quando parlo di discepoli non mi riferisco agli apostoli. Gesù aveva molti seguaci e molti discepoli. 

Migliaia di persone erano attirate da Gesù, dalle sue parole e dai suoi miracoli. 

Le folle lo seguivano da un villaggio a un altro, ma non capivano che il Signore richiedeva loro qualcosa in più del semplice corrergli dietro per vedere o ricevere un suo miracolo. Infatti Gesù dovette spesso mettere in guardia le persone, con affermazioni chiare e senza mezzi termini, dicendo loro:

“Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 
Chi di voi, infatti, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa per vedere se ha abbastanza per poterla finire? Perché non succeda che, quando ne abbia posto le fondamenta e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno comincino a beffarsi di lui, dicendo: «Quest’uomo ha cominciato a costruire e non ha potuto terminare».
Oppure, qual è il re che, partendo per muovere guerra a un altro re, non si sieda prima a esaminare se con diecimila uomini può affrontare colui che gli viene contro con ventimila? Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un’ambasciata e chiede di trattare la pace.
Così dunque ognuno di voi, che non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo” (Luca 14:25-33).

Molti andavano dietro a Gesù, ma non tutti erano suoi discepoli. 

La parola discepolo significa colui che impara da un maestro, seguendolo e ubbidendogli.

C’era una differenza (ed esiste ancora) tra chi seguiva il Signore Gesù e chi invece era suo discepolo: al discepolo era richiesto uno standard molto alto di impegno e dedizione.

Essere discepolo esigeva una scelta radicale: rinunciare a tutto. 

Nulla poteva essere più importante di seguire Cristo Gesù, imparare da lui, imitarlo e obbedirgli a qualsiasi costo. Una simile decisione non era da prendere alla leggera. Il costo da pagare era molto alto, infatti, molti discepoli sarebbero stati uccisi per la loro fede, così come sarebbe stato ucciso il loro Maestro.

Essere discepolo vuol dire identificarsi con il Maestro, nel bene e nel male. “Basti al discepolo essere come il suo maestro e al servo essere come il suo signore. Se hanno chiamato Belzebù il padrone, quanto più chiameranno così quelli di casa sua” (Matteo 10:25).

La vera persecuzione contro i discepoli sarebbe cominciata dopo l’ascesa al cielo del Signore Gesù. Lui li aveva avvisati dicendo: “Io vi ho detto queste cose, affinché non siate sviati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose affinché, quando sia giunta la loro ora, vi ricordiate che ve le ho dette. Non ve le dissi da principio perché ero con voi” (Giovanni 16:1-4).

Essere discepoli non era per i deboli di cuore: avrebbero perso le famiglie, gli amici e spesso anche la vita. E i loro uccisori sarebbero stati fieri, credendosi per queste azioni veri seguaci di Dio.

Essere discepoli era un cammino arduo e senza scorciatoie, da cui non si tornava indietro, ma anche un cammino di grandi benedizioni. Infatti a quei Giudei che avevano creduto in lui, Gesù disse: “Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:31,32). 

Il discepolo conosce bene quello che ha detto Gesù, si aggrappa a ogni suo insegnamento, e lo mette in pratica senza compromessi.

Il discepolo è amato da Dio, e Cristo si manifesterà a lui: “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14:21).

Al discepolo Cristo ha promesso la sua pace, la sua presenza, la gioia completa e lo Spirito Santo (Giovanni 14:25-27). 

I discepoli sarebbero diventati una comunità; era questo, infatti, il disegno di Cristo per la sua chiesa: “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:34,35). La chiesa è una comunità unica e sorprendente, dove i discepoli si amano in modo genuino, avendo imparato ad amare da Gesù in persona.

Al discepolo è riservato un futuro glorioso: “Padre, io voglio che dovo sono io, siano con me anche quelli che mi hai dati, affinché vedano la mia gloria che tu mi hai data; poiché mi hai amato prima della fondazione del mondo” (Gesù, in Giovanni 17:24). 

È significativo che nel Nuovo Testamento la parola discepolo (in tutte le sue varie forme) si trovi più di 200 volte. In alcuni casi si riferisce ai seguaci in generale, altre volte ai veri discepoli. Solo più tardi, come attesta Luca: “ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani” (Atti 11:26).

In altre parole, c’è un solo modo di essere cristiani: essere discepoli.

Oggi, con l’abuso della parola cristiano, rischiamo di dimenticare che un credente in Cristo è anzitutto un discepolo. Quindi, secondo quello che la Bibbia insegna, solo una persona che ubbidisce a Cristo e che s’impegna per diventare come lui può essere chiamato cristiano. 

A questo punto è logico domandarsi se siamo davvero dei discepoli o solo dei seguaci di una religione. 

La Bibbia è chiara su chi è un cristiano: chi crede in Gesù come unico e personale Salvatore e lo serve come indiscusso Signore della propria vita. 

Forse il desiderio di riempire le nostre sale di culto con nuove persone ci ha fatto trascurare di spiegare bene che seguire Cristo ha un costo. Quando una persona dichiara di voler credere in Cristo, in qualunque modo lo faccia, sia con una preghiera, sia per alzata di mano, la sua decisione deve portarla a vivere una vita da discepolo.

Dopo la sua resurrezione Gesù incontrò i suoi discepoli per l’ultima volta in Galilea, e gli disse: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:18-20).

Ai discepoli è comandato di fare discepoli! Non avrebbero potuto farlo con le loro forze, ma tramite il potere che Dio ha dato a Gesù come Signore assoluto di ogni cosa. E lui avrebbe accompagnato i discepoli nel loro arduo compito fino alla fine.

Noi spesso perdiamo di vista la nostra prima responsabilità di essere discepoli e poi di fare discepoli insegnando loro a osservare tutte le cose che Gesù ha insegnate. 

Questo vuol dire che dovremmo tutti esaminare le nostre vite, osservare con più attenzione coloro che sono seguaci e non ancora discepoli, ed essere saggi nel presentare il vangelo alle persone intorno a noi.

Davide Standridge 

A.A.A. CERCASI AMORE

Come tutti gli anni, anche questa volta abbiamo preparato un opuscolo evangelistico dal titolo A.A.A. CERCASI AMORE, che puoi leggere CLICCANDO QUI. La nostra preghiera è che sia uno strumento che tu possa usare per portare il messaggio del vangelo alle persone intorno a te.

Le copie che ordinerai possono essere personalizzate gratuitamente per te o per la tua chiesa, con il vostro indirizzo e con il messaggio che ci indicherai. Vedi le informazioni su quantitativi e prezzi, e su come fare l’ordine, alla quarta pagina dell’opuscolo stesso!

E proprio per le circostanze che stiamo vivendo, abbiamo preparato anche una versione digitale dell’opuscolo che può essere inviata tramite WhatsApp. È gratuita, ma non personalizzabile. Puoi farne richiesta scrivendoci a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e indicandoci il tuo numero di cellulare dove vuoi che te la inviamo. 

Ormai facciamo tutti parte di chat e gruppi sui nostri smart-phone, e questo potrebbe essere un ottimo strumento per aiutarti a parlare della tua fede. Non costa nulla, se non un po’ di tempo.

Che il Signore ci usi per diffondere il vangelo della sua grazia a chi non lo conosce.

 

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