La VOCE dicembre 2025
Io, Nick e Gedeone
Nick Saban, ex allenatore della squadra di football americano dell’Università dell’Alabama, è riuscito a compiere un’impresa che nessun altro allenatore prima di lui aveva mai realizzato: vincere per ben sette volte il titolo di campione nazionale. Un risultato fenomenale, soprattutto se si considera che ogni anno il titolo viene conteso da ben 134 università.
Un paio d’anni fa, dopo aver annunciato il suo ritiro a fine stagione, la tifoseria è andata subito nel panico. Quest’uomo si era dimostrato così straordinario che era difficile anche solo immaginare che qualcuno potesse fare meglio di lui. Una leggenda assoluta, una carriera senza paragoni, un allenatore insostituibile — così parlavano di lui.
Ma una settimana dopo la sua ultima partita, il suo nome era già stato rimosso dalla porta del suo ufficio. E, sempre dopo una settimana, l’università aveva già trovato il suo sostituto.
Così la vita è andata avanti, nello Stato dell’Alabama, quasi come se nulla fosse accaduto.
L’Università continua a inseguire il titolo, come sempre. Intanto, Nick Saban, pur rispettato e stimato da colleghi, giornalisti e tifosi, comincia lentamente a scivolare nell’oblio, ricordato un po’ meno ogni anno, come accade a tutte le leggende quando il tempo decide di andare avanti.
Qualche anno fa mi sono ritrovato in una situazione simile, anche se in un contesto completamente diverso.
Ero nella mia nuova casa, nel cuore di Roma. Mi ero appena trasferito dagli Stati Uniti, e ci trovavamo agli inizi del nostro servizio come missionari in Italia. Ricordo di essermi sentito indicibilmente solo, come se fossi l’unica persona al mondo.
Venivo da un ministero grande, pieno, intenso. Una chiesa di duemila persone. Le giornate erano scandite da incontri, riunioni, momenti di preghiera e condivisione. C’erano dieci pastori a tempo pieno, i miei migliori amici, con cui mi confrontavo continuamente. Più di cinquanta persone lavoravano stabilmente per la chiesa. Le attività di evangelizzazione erano costanti, e succedeva che predicavo anche quattro o cinque volte alla settimana.
Era una vita piena, dinamica, ricca di relazioni e di opportunità per servire.
E poi, all’improvviso, tutto è cambiato. Mi sono ritrovato dall’altra parte del mondo, senza amici, senza una comunità, in mezzo alla pandemia, senza sapere come — o se — Dio mi avrebbe usato negli anni a venire.
Per me, quello è stato un momento cruciale. Ed è stato proprio allora che il Signore, attraverso la lettura della sua Parola, mi ha insegnato qualcosa di essenziale.
A volte, se siamo onesti, ci sentiamo importanti, e ci piace perché è così che vogliamo essere considerati; altre volte, ci sentiamo completamente inutili.
Ma meditando sulla storia di Gedeone, nel libro dei Giudici, ho compreso una verità che il Signore ha usato in modo potente nella mia vita: Dio non ha bisogno di me.
Dio non aveva bisogno di me nella mia chiesa precedente — e infatti, hanno trovato qualcuno per sostituirmi piuttosto facilmente.
E Dio non aveva bisogno di me nemmeno qui, in Italia.
E permettimi di dirti una cosa che, anche se molto diretta, è importante da capire per ognuno di noi: Dio non ha bisogno di te.
La fine dell’anno è sempre un buon momento per fermarsi e fare un esame onesto del nostro cuore, delle nostre motivazioni e del modo in cui abbiamo servito il Signore.
E se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che, almeno in parte, le nostre motivazioni non sono sempre state pure.
Però c’è un pericolo che chi serve nel ministero corre costantemente: l’idea, sottile ma persistente, che Dio abbia bisogno di noi.
Forse non lo diremmo mai apertamente, ma spesso lottiamo contro questo pensiero, anche senza rendercene conto.
Alcuni possono esserne più tentati di altri. Probabilmente giovani pastori come me sono particolarmente esposti al rischio di credersi di tanto in tanto indispensabili per l’opera di Dio. È un’idea assurda ma, in realtà, nessuno ne è immune. Perché ogni tanto dentro di noi, in un modo o nell’altro, a parole o con il nostro atteggiamento, finiamo per gridare: “Dio ha bisogno di me!”
Il pericolo di sopravvalutare la propria importanza non riguarda solo chi guida, ma ogni credente che serve nella chiesa. È una tentazione silenziosa, ma reale, che può insinuarsi nei cuori di tutti noi.
Gedeone e i suoi 300 un po’ particolari
Gedeone fu uno dei giudici che Dio suscitò per liberare il popolo d’Israele dalla minaccia dei Madianiti e delle popolazioni vicine.
È descritto come uomo “forte e valoroso”, ma non era certo uno coraggioso — o, se non vogliamo definirlo codardo, possiamo almeno dire che era spesso dubbioso e insicuro. Già nel momento della sua chiamata, quando l’angelo del Signore gli apparve dicendogli che Dio sarebbe stato con lui per liberare Israele, Gedeone faticò a credere.
Perplesso, chiese un segno miracoloso che confermasse le parole dell’angelo. E Dio glielo concesse: l’angelo fece scaturire fuoco da una roccia per consumare l’offerta che Gedeone aveva preparato (Giudici 6:21). Ma non bastò. Gedeone chiese ancora altri due segni (il famoso episodio del vello di lana narrato in Giudici 6:36-40) e Dio, con pazienza, glieli concesse entrambi.
Quando infine arrivò il momento della battaglia, Gedeone si presentò con 32.000 uomini. Forse non sarebbero stati nemmeno sufficienti per affrontare l’enorme esercito dei Madianiti, ma Dio gli disse che erano troppi.
“La gente che è con te è troppo numerosa perché io dia Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi di fronte a me, e dire: «È stata la mia mano a salvarmi». Fa’ dunque proclamare questo, in maniera che il popolo l’oda: «Chiunque ha paura e trema se ne torni indietro e si allontani dal monte di Galaad»” (Giudici 7:2,3).
Così Gedeone diede al popolo la possibilità di tornare a casa, e 22.000 uomini se ne andarono. Ne rimasero 10.000.
Ma per Dio erano ancora troppi.
Il Signore allora gli disse: “La gente è ancora troppo numerosa; falla scendere all’acqua dove io li sceglierò per te. Quello del quale ti dirò: “Questo vada con te”, andrà con te; e quello del quale ti dirò: “Questo non vada con te”, non andrà».
“Gedeone fece dunque scendere la gente all’acqua, e il Signore gli disse: «Tutti quelli che leccheranno l’acqua con la lingua, come la lecca il cane, li metterai da parte; così pure tutti quelli che, per bere, si metteranno in ginocchio».
“Il numero di quelli che leccarono l’acqua, portandosela alla bocca nella mano, fu di trecento uomini; tutto il resto della gente si mise in ginocchio per bere l’acqua. Allora il Signore disse a Gedeone: «Mediante questi trecento uomini che hanno leccato l’acqua io vi libererò e metterò i Madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada, ognuno a casa sua»” (7:4-7).
Solo 300 uomini bevvero portando l’acqua alla bocca con la mano; tutti gli altri si inginocchiarono. Alla fine, Gedeone rimase con questi appena 300 uomini — e, a quanto pare, anche un po’ particolari.
Ma la ragione era chiara: “Avete troppi uomini... altrimenti Israele si vanterà con me dicendo: «La mia forza mi ha salvato»” (Giudici 7:2, parafrasi mia).
Dio voleva che Gedeone, Israele, Madian e tutto il mondo comprendessero una verità profonda: Dio non ha bisogno degli uomini per compiere la sua missione.
E forse dovremmo ricordarcelo anche noi.
Troppo spesso agiamo contando solo sulle nostre forze, convinti di poter risolvere da soli i problemi che ci troviamo davanti. Raramente ci fermiamo davvero a consultare il Signore, a chiedere il suo aiuto e la sua guida.
Eppure, la storia di Gedeone ci ricorda che non basta semplicemente “consultarlo”. Dio non ci chiede di tenerlo informato dei nostri piani — ci chiede di affidarci completamente a lui. Egli è l’unico Sovrano, colui che tiene nelle sue mani il destino di tutte le cose.
Quella stessa notte il Signore disse a Gedeone di piombare sull’accampamento, perché l’aveva messo nelle sue mani. Sapeva però che Gedeone aveva paura di farlo e perciò gli disse di andare di soppiatto a origliare quello che i suoi nemici si stavano raccontando nelle loro tende, un sogno premonitore della sconfitta che avrebbero sofferto perché Dio li aveva dati nelle mani di Gedeone.
Tornato all’accampamento Gedeone divise i trecento uomini in tre schiere, consegnò a tutti quanti delle trombe e delle brocche vuote con delle fiaccole nelle brocche, e disse loro di osservarlo e fare esattamente come avrebbe fatto lui.
“Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all’estremità dell’accampamento, al principio del cambio di mezzanotte, quando si era appena dato il cambio alle sentinelle. Suonarono le trombe e spezzarono le brocche che tenevano in mano. Allora le tre schiere suonarono le trombe e spezzarono le brocche; con la sinistra presero le fiaccole e con la destra le trombe per suonare, e si misero a gridare: «La spada per il Signore e per Gedeone!» Ognuno di loro rimase al suo posto, intorno all’accampamento; e tutti quelli dell’accampamento si misero a correre, a gridare, a fuggire. Mentre quelli suonavano le trecento trombe, il Signore fece rivolgere la spada di ciascuno contro il compagno per tutto l’accampamento. L’esercito madianita fuggì fino a Bet-Sitta, verso Serera, fino al limite di Abel-Meola, presso Tabbat” (Giudici 7:19-22).
Si limitarono a suonare delle trombe, rompere qualche brocca e Dio si occupò del resto.
IL DIOTREFE CHE È IN NOI
Molti uomini e donne impegnati nel ministero oggi agiscono come se Dio avesse bisogno di loro. Come Diotrefe, nella terza lettera di Giovanni, aspirano ad avere il primato tra i credenti.
Credono, forse inconsciamente, che la chiesa non possa fare a meno della loro presenza o delle loro capacità. Alcuni, pur annegando privatamente nel peccato, continuano a predicare, spinti da questa stessa convinzione arrogante.
“Come farebbe la chiesa senza di me?” si chiedono presuntuosi.
Eppure, dimenticano che nemmeno le porte dell’inferno potranno prevalere contro di essa (Matteo 16:18).
Altri si fidano talmente della propria saggezza da non chiedere mai consiglio a nessuno, convinti che la loro opinione sia sempre la migliore. Senza accorgersene, l’arroganza prende il sopravvento, e così iniziano a pensare e ad agire contando sulla propria bravura, senza mai considerare il Signore degli eserciti.
E presto la preghiera diventa una rarità: “Perché dovrei pregare, se ho già capito tutto?”
Altri, invece, tendono a dominare sulle proprie chiese, senza lasciare spazio agli altri per servire. Forse, nel profondo, sono convinti che sia meglio fare tutto da soli, piuttosto che rischiare che qualcuno sbagliando o introducendo altre idee rovini quello che hanno costruito.
Nel frattempo, le priorità si confondono, le famiglie vengono trascurate, e colui dal quale tutto dipende — il Signore stesso — scivola lentamente in secondo piano nei loro cuori.
È così facile imboccare la strada dell’orgoglio e dell’egocentrismo spirituale.
È così facile credere, anche solo per un momento, che Dio abbia bisogno di me. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità.
Dobbiamo ricordarlo costantemente: Dio non ha bisogno di noi.
Il pericolo di credere nella propria importanza è grande. L’arroganza non solo apre la porta a molti peccati, ma ci porta anche a cercare soddisfazione non in Dio, ma nel nostro stesso servizio.
Le motivazioni del cuore si distorcono: non serviamo più per gli occhi del Signore, ma per come gli altri ci vedono.
E così, senza accorgercene, cominciamo a servire per la nostra gloria, e non per quella di Dio.
Cerchiamo l’approvazione delle persone, invece di desiderare il sorriso del nostro Salvatore.
Ma sappiamo che è vero l’esatto opposto: lo scopo della nostra vita non è glorificare noi stessi, ma glorificare il Signore.
Paolo ce lo ricorda con parole potenti: “Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen” (Romani 11:34-36).
Nessuno di noi può paragonarsi alla conoscenza e alla sapienza di Dio.
Ogni volta che confidiamo in noi stessi, rischiamo di pensare, anche solo inconsciamente, di sapere qualcosa meglio di lui, o peggio, di comportarci come se fossimo i suoi consiglieri.
Tutto ciò che esiste, il mondo e tutto ciò che contiene, è stato creato da lui e per lui, per la sua gloria.
E questo include anche te.
Tu sei stato creato da Dio, per portare gloria a lui.
Nella sua infinita misericordia, egli ti ha salvato dai tuoi peccati, ti ha adottato come suo figlio e ti ha promesso di farti gustare la gioia del suo regno per l’eternità.
E, come se questo non bastasse, ti ha arruolato nel suo servizio: ogni giorno della tua vita diventa così un’opportunità concessa da lui per onorarlo e glorificarlo.
La fine dell’anno è un momento prezioso per fermarsi e riflettere.
È il tempo in cui possiamo guardarci indietro e valutare come abbiamo vissuto, servito e amato il Signore, cosa migliorare nella nostra vita e come diventare sempre più fedeli seguaci di Cristo.
L’anno che sta per finire può esserti sembrato lungo o breve, ma è stato pieno di momenti, decisioni e opportunità. Un anno intero in cui abbiamo potuto servire il nostro Dio.
Ci sono state 52 domeniche in quest’anno. 365 giorni colmi di pensieri, parole, lavoro, servizio, lacrime e sorrisi. E allora vale la pena chiederci: come ho usato il mio tempo per il Signore? Quali sono state le motivazioni del mio cuore nel servirlo?
Quando rispondiamo con sincerità, non possiamo che essere colmi di gratitudine: il Signore dell’universo, colui che tiene ogni cosa nel palmo della sua mano, ha scelto di permetterci di servirlo.
Che privilegio straordinario! Sei grato per questo?
Riconoscere che Dio non ha bisogno di me è una liberazione profonda. È ciò che spezza l’orgoglio e ci restituisce l’umiltà necessaria per essere davvero usati da lui.
Credere con tutto il cuore che Dio si serve di noi, non perché ha bisogno di noi ma per grazia sua, ci libera dal peso dell’autosufficienza e ci permette di servirlo con serenità, gioia e riconoscenza.
Come accadde quando Dio insegnò a Gedeone questa preziosa lezione, egli vuole che anche tu sappia una cosa: non ha affatto bisogno di te, ma ti vuole con sé!
Perciò, non aggrapparti a ciò che hai, ma servilo con cuore libero e riconoscente, sapendo che tutto ciò che possiedi — tempo, talenti, vita — appartiene a lui.
E in questo, troverai la vera gioia del servizio cristiano.
—Jordan Standridge
NOI CI CREDIAMO!
Ci sono delle promesse meravigliose nella Parola di Dio, fondamentali per noi, ma alle quali forse non pensiamo abbastanza. Riguardano il nostro mandato di essere testimoni di Cristo. Senza la certezza di queste promesse, ogni impegno nell’evangelizzazione sarebbe vano.
“Getta il tuo pane sulle acque, perché dopo molto tempo lo ritroverai” (Ecclesiaste 11:1).
Il Signore promette di ricompensare i nostri sforzi nel diffondere la sua Parola.
“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata” (Isaia 55:10,11).
La Parola di Dio realizzerà pienamente il proposito dell’Eterno.
“Infatti, la Parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4:12,13).
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