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Risposte a domande


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A che cosa servivano le parabole?

Quanto mi sarebbe piaciuto essere seduta sul pendio di una collina della Palestina, mentre il Signore raccontava una parabola! Deve essere stato affascinante.
Il Signore ha usato molto spesso questo metodo per insegnare le verità del suo messaggio. Nei Vangeli ce ne sono almeno 40.
Come mai Gesù usava tanto le parabole?

La gente era abituata a questo tipo di discorso pedagogico, basato su esperienze pratiche che è in uso ancora oggi in oriente e in Africa.
Ne troviamo alcune anche nel Vecchio Testamento. Nel libro dei Giudici (9:7-20), ne racconta una molto lunga e dettagliata Jothan, unico figlio superstite di Gedeone, per far capire il torto che era stato fatto alla sua famiglia.
Il profeta Nathan ne usò una quando si presentò al re Davide per accusarlo e rimproverarlo del suo peccato di adulterio e omicidio (2 Samuele 12:1-7), nel libro del profeta Isaia ne è riportata una in cui è descritta la cattiva condotta di Israele (5:1-7).

Una parabola, che era una storia umana e terrena con un significato spirituale, attirava l’attenzione, molto più di un discorso religioso, teorico e astratto.
Infatti, si fissava meglio nella memoria, perché aveva mordente e, di solito, parlava di azioni e situazioni in cui la gente si poteva identificare.

Le parabole facevano riflettere (la parola ‘parabola’ significa ‘spinta’ e ‘urto’) e il Signore le usava a questo scopo. Infatti, molte volte, alla fine chiedeva: “Che ve ne pare? Che ne dite? Quale dei due?” Un buon pedagogo cerca sempre di avere dei riscontri dal suo uditorio e il Signore è stato il miglior pedagogo che sia mai esistito.

Le parabole, di solito, avevano anche un effetto discriminante. Dopo averle udite, l’uditorio si divideva. Alcuni per dare ragione al Signore, altri per contraddirlo.
Alcuni le capivano, altri no. I discepoli chiedevano spiegazioni, altri se ne andavano in collera.

Come si interpreta una parabola?

Purtroppo, alle parabole del Vangelo si è fatto e si fa dire di tutto, perché alcuni predicatori hanno cercato di dare un significato a ogni particolare del racconto. E ciò non è giusto.
Per interpretarle giustamente bisogna ricordare due punti essenziali.
Il primo è che una parabola non è un’allegoria, come il confronto fra Sara e Agar in Galati 4:21-31.
Mentre un’allegoria è un discorso in cui ogni particolare ha un suo significato preciso, di cui si deve tenere conto, la parabola (e questo è il secondo punto) è fatta per insegnare una sola verità spirituale centrale.
Bisogna tenere imbrigliata la fantasia, senza farsi trascinare a accostamenti, forse interessanti, ma non pertinenti col discorso e le intenzioni del Signore.

Come si scopre il significato di una parabola?

Di solito lo si capisce dal contesto. Per esempio
Dalle circostanze in cui è stata insegnata. In Luca 19, per esempio, il Signore raccontò la parabola delle mine a delle persone che pensavano che andasse a Gerusalemme per stabilire il suo regno terreno. Egli fece loro capire che non era quella la sua intenzione e che avrebbero piuttosto dovuto far fruttare i loro doni spirituali, in vista di un giudizio spirituale futuro.
Dalla persona, o le persone, a cui era rivolta e dalle loro reazioni. Ai Farisei e agli scribi che lo criticavano perché si mischiava e mangiava coi peccatori, raccontò le parabole della moneta perduta, della pecora smarrita e del figlio ribelle che se n’era andato di casa e aveva sperperato tutti i suoi beni. Il Signore voleva far loro capire l’importanza di andare in cerca di chi si era allontanato da Dio e di non comportarsi come il fratello maggiore della parabola, duro, egoista e legalista.
Dall’introduzione. Nella parabola del giudice iniquo e della vedova (Luca 18:1) è spiegato chiaramente lo scopo della parabola.
Dalla conclusione e dalle reazioni degli ascoltatori. In Luca 16:1-14, dopo aver ascoltato la difficile parabola del fattore infedele, i Farisei capirono benissimo quello che il Signore intendeva insegnare, ma “siccome amavano il denaro, si facevano beffe di lui”.
Dalla spiegazione data dal Signore stesso, come, per esempio, nella parabola delle nozze (Matteo 22:1-14) o nella parabola delle dieci vergini (Matteo 25:1-13) o nelle parabole del regno in Matteo 13. Nella prima, l’insegnamento è: “Molti sono i chiamati e pochi gli eletti”, nella seconda “Vegliate”, nelle altre il regno di Dio è spiegato ampiamente. Magari il Signore lo avesse fatto alla fine di tutte le parabole!

A che cosa fare attenzione per interpretare bene una parabola?

Le circostanze in cui fu pronunciata che aiutano a capire gli scopi del Signore. Chiediamoci: parlava al popolo? Ai religiosi? A gente che lo ascoltava con interesse e a cuore aperto? Oppure a ipocriti che lo volevano giudicare?
I dettagli devono essere visti alla luce del significato centrale della parabola. Non è necessario cercare di individuare la Trinità nelle parabole di Luca, capitolo 15, e di vedere, come ho sentito spiegare io stessa, nella donna che spazza la casa, la chiesa e nella scopa, con tutto il rispetto possibile, lo Spirito Santo, che per mezzo dei credenti cerca le anime perdute.
Una parabola non deve mai essere usata per basarci su una dottrina. Può essere usata efficacemente per illustrare o spiegare una dottrina già enunciata chiaramente nella Bibbia.
Niente di più.
Troppe false dottrine e eresie sono partite da parabole interpretate male.
Tu potrai aiutare te stesso, i tuoi fratelli e la tua chiesa ad evitare simili pericoli.

Maria Teresa Standridge (tratto dalla VOCE del VANGELO, settembre 2009)